“È a dir poco scandaloso che questi uomini coraggiosi e altri affrontino una tale persecuzione senza alcun sostegno pubblico da parte del Vaticano: un’inadempienza dell’obbligo morale e del dovere resa ancora peggiore dal fatto che la Santa Sede continua a insistere sull’efficacia dei suoi nuovi accordi e del suo ‘dialogo’ con Pechino”

Un articolo di George Weigel, giornalista, scrittore e amico di Papa San Giovanni Paolo II, pubblicato su Catholic World Report, che propongo alla vostra attenzione nella mia traduzione. 

 

Jimmy Lai
Jimmy Lai

 

La notizia era attesa, ma questo non l’ha resa meno straziante: l’editore di giornali Jimmy Lai, il veterano attivista per la democrazia Martin Lee e altri coraggiosi difensori dei diritti umani sono stati condannati a Hong Kong per una serie di reati che non avevano nulla a che fare con la violazione di leggi giuste e tutto a che fare con la sfida all’illegalità dei governanti cinesi comunisti di Hong King.

Eppure, c’era qualcosa di completamente appropriato nella storia che colpisce le pagine dei giornali americani il Venerdì Santo. Perché da anni ormai Jimmy Lai e Martin Lee, due cattolici devoti, hanno percorso la via del Calvario, lungo la quale hanno incontrato il Signore conformandosi a Cristo e alla sua sofferenza redentrice. Quella sofferenza era al servizio della verità, come Gesù ricorda a Pilato nel racconto giovanneo della passione che la Chiesa legge ogni Venerdì Santo. E questi due coraggiosi cattolici, e i loro compatrioti pro-democrazia, stanno sicuramente soffrendo per la verità.

Che lo abbiano fatto volentieri, sapendo bene cosa stavano facendo e quali rischi stavano correndo, rende la loro testimonianza ancora più cristica.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del racconto della passione di San Giovanni è che Gesù ha il controllo sovrano degli eventi per tutta la storia. La passione non è enfaticamente qualcosa che accade solo al predicatore miracoloso di Nazareth; la passione è qualcosa che Gesù abbraccia come il destino stabilito per lui dal Padre per la salvezza del mondo. Così in tutto il racconto della passione di Giovanni, Gesù ha il controllo degli eventi: nel discorso dell’Ultima Cena; nel giardino del Getsemani; nel suo confronto con le autorità del Tempio; nel suo dialogo con Pilato; nelle sue parole dalla croce a Maria e Giovanni – in tutti questi momenti drammatici, è Gesù che porta avanti l’azione. Così le sue ultime parole dalla croce, “È finita”, sono la proclamazione finale della sua sovranità messianica: ha completato l’opera per la quale il Padre lo ha mandato nel mondo e così china il capo e rinuncia al suo spirito (Giovanni 19.30), nell’atto finale di obbedienza alla volontà del Padre.

Jimmy Lai e Martin Lee, naturalmente, non pensano a se stessi in termini messianici. Ma il loro camminare sulla via crucis di Hong Kong negli ultimi anni è stata una vera imitazione di Cristo. Entrambi avrebbero potuto lasciare la città che amavano e vivere comodamente altrove; entrambi hanno scelto di restare e combattere per la libertà che credono Dio voglia per gli esseri umani creati a immagine e somiglianza divina. Entrambi avrebbero potuto smorzare le loro proteste quando i teppisti comunisti di Pechino hanno iniziato a stringere la morsa su Hong Kong, in palese violazione dell’accordo della Cina con la Gran Bretagna quando la sovranità sulla città è tornata alla Cina nel 1997; invece, hanno amplificato le loro voci di protesta, anche quando, nel caso di Jimmy Lai, il regime di Pechino e i suoi lacchè di Hong Kong hanno fatto di tutto per rovinarlo finanziariamente.

Alla domanda se avesse mai considerato di lasciare Hong Kong sotto queste pressioni, la risposta di Martin Lee, 82 anni, è stata inequivocabile e inequivocabilmente cristiana: “Se ho la scelta di morire pacificamente in un letto fuori Hong Kong, o morire nel dolore in una prigione cinese, la domanda per me non è come muoio, ma se andrò in paradiso? Morire senza le mie convinzioni è ciò che mi darebbe veramente dolore”.

Jimmy Lai, da parte sua, ha manifestato la profondità della sua fede cattolica con la serenità e la calma con cui ha affrontato i suoi persecutori e carcerieri. A imitazione di Gesù davanti a Pilato, Jimmy Lai non si è tirato indietro né ha imprecato; ha preso posizione sulla verità, dimostrando così di essere il personaggio più nobile e più forte in questo dramma. Dalla sua incarcerazione senza cauzione, Jimmy Lai non ha vissuto di rabbia o di odio; ha vissuto nella fede, offrendo la sua sofferenza al Signore e nutrendosi della ricezione della Santa Comunione portata a lui in prigione da un altro eroe cattolico, il cardinale Joseph Zen, S.D.B.. Il Vaticano e il papa possono non avere tempo per il cardinale Zen; ma il cardinale Zen ha tempo per Jimmy Lai e altri prigionieri di coscienza.

Jimmy Lai continuerà a combattere fino alla fine, così come Martin Lee. Combatteranno, però, con le armi dello spirito e con argomenti reali – armi che la forza bruta e le menzogne schierate dal regime di Pechino contro di loro non possono eguagliare. Anche in questo, stanno vivendo l’imitazione di Cristo. Entrambi questi cattolici prigionieri di coscienza possono morire nelle prigioni cinesi comuniste. Ma saranno i veri vincitori della contesa, perché saranno rimasti fedeli alla verità sulla dignità umana che conoscono come parte essenziale della loro profonda fede cattolica. E il Giudice giusto di tutti saprà cosa hanno fatto, perché l’hanno fatto, e nel cui nome santo l’hanno fatto. Credendo questo, possono combattere senza rancore, nutriti dai sacramenti e dalla preghiera.

È a dir poco scandaloso che questi uomini coraggiosi e altri affrontino una tale persecuzione senza alcun sostegno pubblico da parte del Vaticano: un’inadempienza dell’obbligo morale e del dovere resa ancora peggiore dal fatto che la Santa Sede continua a insistere sull’efficacia dei suoi nuovi accordi e del suo “dialogo” con Pechino.

C’è, comunque, ancora tempo per il Vaticano per alzare la voce e mostrare il tipo di coraggio che Papa San Giovanni Paolo II ha mostrato nell’affrontare i regimi criminali. Quando i processi farsa di Jimmy Lai, Martin Lee e altri attivisti dei diritti umani di Hong Kong si concluderanno con le loro inevitabili condanne e questi coraggiosi combattenti per la libertà saranno consegnati alle prigioni cinesi, il regime di Pechino spera che il mondo si dimentichi di loro. Questa speranza potrebbe essere frustrata se Papa Francesco, il segretario di stato cardinale Pietro Parolin e il capo diplomatico del Vaticano, l’arcivescovo Paul Gallagher, mantenessero vivi i nomi di Jimmy Lai, Martin Lee e dei loro compagni dissidenti sulla piazza internazionale.

È il minimo che le più alte autorità della Chiesa possano fare per alcuni dei figli e delle figlie più coraggiosi del cattolicesimo, che stanno percorrendo la Via Crucis nell’imitazione del Signore e in obbedienza a quello che credono sia il loro dovere cristiano e cattolico.

Jimmy Lai e Martin Lee sono uomini di fede pasquale. Sanno che il peggio della storia umana è accaduto il Venerdì Santo e che Dio ha dato la sua risposta la Domenica di Pasqua. Sapendo questo, possono vivere da uomini liberi nel senso più profondo della libertà umana. Che tutti i loro compagni cattolici possano pregare e lavorare per la libertà di Hong Kong in solidarietà con loro. Questo è sicuramente ciò che il Signore che regna dal Calvario vorrebbe che facessimo.

 



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