Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

Quando si teorizza la Verità come opinabile, tutte le opinioni rivendicano la parvenza di Verità. È le “nouveau babélisme” di certa teologia contemporanea di area cattolica.

Il Magistero della Chiesa ha definito la teologia morale come «la scienza procedente dalla divina Rivelazione che ordina gli atti umani alla beatitudine soprannaturale», in relazione, cioè, al fine ultimo ed eterno dell’uomo che è la comunione con Dio. Al contrario, alcuni teologi contemporanei pretendono di reinterpretare la Rivelazione per formulare una teologia morale a uso e consumo degli orientamenti del mondo, destinato prima o poi a finire. Dimenticano, cioè, che la missione della Chiesa non è di assecondare il mondo, ma di ricapitolare ogni cosa in Cristo, il Salvatore unico e necessario per ogni uomo.

Provate a leggere questi teologi della postmodernità, dove la prospettiva cristocentrica sparisce, in nome di una sistematica giuridica che parte dai diritti dei soggetti a essere riconosciuti per il bene che loro sono in grado di vivere, o che loro stessi reputano tale. Questo tipo di teologia morale non punta a elevare l’uomo verso un bene ideale da raggiungere, ma teorizza limiti e fragilità della condizione umana come il bene possibile. È la logica del cosiddetto “principio di realtà”, o del primato del reale sull’ideale, dell’esperienza sulla Scrittura, l’origine di ogni forma di relativismo. Ne scaturisce una legge morale costruita sulla persona, o meglio sul diritto soggettivo, e non ispirata dai contenuti della Rivelazione, che è la comunicazione all’uomo dell’eterno disegno di Dio. È il modello culturale dominante che pretende di riscrivere l’eterna legge di Dio, e non il contrario. Questo radicale capovolgimento di prospettiva, così diffuso in certa teologia contemporanea, con inevitabili ricadute anche sul piano pastorale, è una novità assoluta del nostro tempo. Si tratta di una teologia orizzontale, appiattita sull’uomo e non ispirata da Dio. Ma San Paolo ci ammonisce: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono” (Ebrei 13, 8-9).

L’Apostolo conosceva molto bene la relazione tra la retta fede e la cura delle anime, e quanto la diffusione di nuove dottrine mettesse a rischio la loro salvezza. Per queste ragioni, l’esortazione di Paolo fa appello alla predicazione dei capi, cioè al magistero della Chiesa, per rinsaldare il cuore dei credenti in un’epoca di gravi persecuzioni e ostilità versi i cristiani. Al contempo, li invita a imitare la fede e la fortezza d’animo dei loro pastori. La Chiesa contemporanea vive difficoltà analoghe. In alcune aree del mondo si consumano persecuzioni atroci contro i cristiani, mentre in Occidente crescono disprezzo e ostilità verso i cattolici. Oggi, però, risulta offuscato il magistero della Chiesa, e la testimonianza dei suoi pastori spesso è vana. Chi custodisce oggi il gregge? Chi conferma i fratelli nelle fede in Cristo, che è sempre lo stesso nella persona, nella dottrina, nella forza salvifica e nell’amore? Quali maestri di dottrina, quali pastori?

Papa Gregorio Magno, nella sua “Regola pastorale”, mette in guardia dai cattivi maestri e pastori di ogni tempo: “Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56, 10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13, 5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. Resistere al combattimento nel giorno del Signore vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi. Cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico con il suo silenzio? Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d’Israele. Per questo al popolo che ricadeva nuovamente nell’infedeltà fu detto: «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità, per cambiare la tua sorte» (Lam 2, 14). Nella Sacra Scrittura col nome di profeti son chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future. La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false, perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza, e non svelano l’iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione”.

Qual è la ragione principale di questa deriva teologica e pastorale, che produce una drammatica perdita di anime, e non solo il disfacimento della Chiesa e dell’intera società?

Nei teologi postmoderni è assente lo spirito contemplativo. E il mondo intero, non solo la Chiesa, ha urgente bisogno di anime contemplative capaci di porre la ricerca teologica al servizio della Verità, che è eterna e immutabile, con la consapevolezza che una cattiva teologia produce una pessima pastorale. Il Paraclito, lo Spirito di Verità, agisce sulle menti, sulle coscienze e sull’agire degli uomini anche attraverso la retta fede e dottrina.

Nel 2006, in una omelia pronunciata nel giorno della festa di San Bruno, fondatore dell’Ordine Certosino, Papa Benedetto XVI affermò che “Silenzio e contemplazione – caratteristica di San Bruno – servono per poter trovare nella dispersione di ogni giorno questa profonda, continua, unione con Dio. Silenzio e contemplazione: la bella vocazione del teologo è parlare. Questa è la sua missione: nella loquacità del nostro tempo, e di altri tempi, nell’inflazione delle parole, rendere presenti le parole essenziali. Nelle parole rendere presente la Parola, la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio”.

E la potenza santificante della Parola, la sua intrinseca fecondità, ci conduce alla Verità tutta intera, senza fingimenti e compromessi.

 

Domenico Condito

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