Ricevo e volentieri pubblico

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Una fila di ciechi si tiene e avanza inesorabile secondo un’unica linea senza ritorno. Il loro riferimento è una rigorosa e irreversibile successione, non già la grande profondità – il regno del simultaneo gli è evidentemente precluso.

Non è tuttavia alla cecità fisica che allude il quadro di Bruegel il Vecchio ma alla parabola evangelica che descrive i farisei: «… ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!»[1]. È vero, il cieco non contempla visualmente, e però via via, se intelligente, ritiene il panorama, con la chiaroveggente sottigliezza di altri sensi sprofondati in quella durata irriducibile alla freccia cronologica.

Il punto è che i ciechi raffigurati nel quadro non sono intelligenti, non intendono che vista e cecità sono da ricondurre alla vista o alla cecità dell’idea[2] cui il testo evangelico fa riferimento. Cosa fanno dunque? Si affidano ciecamente a un altro uomo che pretende di guidarli rettamente senza implicarli nello sforzo del conoscere, nella responsabilità della conoscenza: un imbonitore. Perciò il loro bastone non è più misura per tastare e orientarsi, non è più umile ed utile mediatore tra loro e il reale, ma mero inerte cui aggrapparsi ottusamente, passivamente, come ad una comoda salvezza proveniente dall’esterno. Essi peraltro si affidano, nell’immanenza, al loro immediato vicino, non comprendendo d’essere trascesi dalla causa di chi guida la catena vincolandoli necessariamente all’effetto – l’unico cieco che dovrebbe sapere usare il bastone -, né questo gli interessa, altrimenti non seguirebbero l’assurda processione: delegano, non intendendo che l’autentico conoscere non ammette deleghe, e così sono destinati a precipitare come pezzi di un domino.

Certo, anche chi vede panoramicamente incorre in errori: non siamo punti di vista disincarnati e ubiquitari che sorvolano perfettamente l’universo, siamo ‘condannati’ ad inerire e sovente a farlo male. E però, se nella creatura c’è l’impronta del Creatore vi è in noi riflesso d’onniscienza, tensione ad approssimarci ad essa in virtù della quale, previa costante pulizia dello specchio, possiamo tendere all’idea del bene.

Ora, si pensi a una società condannata invece al lineare rigore meccanicistico della catena ‘Bruegeliana’. Non solo: si immagini l’attuale psiche di larghissima parte dell’umanità occidentale – che ormai vale a dire pressoché l’intero globo – da una parte ancora vincolata ai precipitati ultimi del positivismo ottocentesco (la nuda vita direbbe Agamben) e dall’altra immersa in un mondo enormemente più complicato (non già complesso, non già complessivo) e accelerato nei suoi processi di dispersione e frammentazione. Si mediti questo e se ne otterrà l’immagine veritiera – se di immagine ancora è possibile parlare – dell’uomo attuale e della sua lacerazione. Uomini viziati e infiacchiti da un benessere tossico, da una “pace terrificante”, in attesa passiva della parola d’ordine spettacolare che li rassicuri, contro ogni evidenza, sulla conservazione di uno status quo da almeno quarant’anni in incipiente marcescenza; uomini ormai cronicamente incapaci di guardare con misura alla totalità ma come misticamente vincolati a volgari e onnipresenti figure totalitarie – aggressivi ‘scienziati’, ‘politici’, pop star di tendenza e opinionisti influencer funzionali allo show business e al brutale capitalista di turno -, nell’abisso di un regime massmediatico che definire schierato è eufemistico; ometti senza più ri-cordo dunque, incapaci di anamnesi, schiavi di un progressismo che è solo selvaggio sviluppo unilaterale, devastazione di un passato ridotto tutt’al più ad archivio. Impilata nella catena di montaggio è una benvestita subumanità quella che Bruegel rende visibile in quella fase del XVI secolo dove scienza, religione e arte accelerano definitivamente la loro deriva verso la fanatica pervasione moderna: ormai incapace di allontanarsi dalla consuetudine urbana, dalle vie battute, di transitare nella natura che, vieppiù ridotta solo a oggetto di manipolazione sperimentale finisce, dal fondo dell’ignoto ignorato, per aprirsi sotto i suoi piedi e fagocitarla.

F.B.

 

[1] Matteo 15,14

[2] L’etimologia della parola idea è da ricondursi al greco antico e precisamente nella radice -ἶδ (-id) che ritroviamo nella forma verbale ε-ἶδ-ον (eidon, da cui eîdos: forma), aoristo del verbo ὁράω (orao = vedere), e nel latino v-id-ere. Il latino videō ‘vedere’, il greco οἶδα ‘sapere’ e il sanscrito veda ‘conoscenza’ fanno capo alla radice indoeuropea weid; così il tedesco wissen, lo svedese veta e il neerlandese weten, tutti termini significanti l’atto conoscitivo.

Nota: νοῦς presente nel titolo è un termine che nel pensiero greco antico indica l’Intelletto puro che penetra fino all’essenza delle cose ed è irriducibile al raziocinio.

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