Papa Francesco intervistato dall'Associated Press
Papa Francesco intervistato dall’Associated Press 25.01.2023

 

 

di Mattia Spanò

 

Et dimitte nobis debita nostra. Rimetti – dismetti, scarica, abbuona – i nostri debiti. È stata presentata la Spes non confundit, la bolla papale di indizione del Giubileo ordinario, presentata alla stampa come “il sogno di Francesco”. Abbuonaci i nostri debiti, il verso del Padre Nostro, la preghiera cristiana per eccellenza, è la prima cosa che mi è venuta in mente.

Ad esempio, il papa scrive apertamente che il nord del mondo avrebbe “un debito ecologico” verso il sud: dal testo si evince che si tratta di un debito da onorare scrupolosamente. Il paradosso è che non si tratta di un debito sociale, politico, finanziario o infrastrutturale o persino spirituale, ma appunto ecologico.

Con tutta la buona volontà, non mi pare che un papa sia l’autorità adatta a far luce nelle tenebre di questo tipo di concetti, e a parte questo par di capire che Dio debba “dimenticare” i nostri debiti mentre gli uomini devono pagare quelli verso altri uomini fino all’ultimo centesimo e oltre: per saldare il “debito ecologico” sono già ampiamente previsti immani trasferimenti di denaro, che disgraziatamente non capiterà nemmeno per sbaglio nelle tasche del cencioso pitocco, il quale dovrà accontentarsi di aria pulita, prati fioriti e magari togliere le pulci dalla schiena dei cani per sfamarsi. Finite le pulci, si passa al cane, e poi che Dio ce la mandi buona.

Il debito va eliminato in modo tale che, forse, Dio non abbia nulla da perdonarci. Si tratta di una suggestione personale, chiunque è libero di cogliere tutto il buono nell’ennesima epifania di questo strano pontificato, il fatto è che non riesco a ricacciarla nella penombra ristoratrice della coscienza.

Per il resto il documento è il solito condensato di parole pescate sappiamo dove (entusiasmo, sognare, inclusione), auto citazioni a tambur battente, e naturalmente l’esposizione coerente di tutti i temi cari a Bergoglio. Non al papa: a Bergoglio. Questa mi sembra una prima distinzione utile, che riprenderò tra poco.

Colpisce che in un passaggio Bergoglio giudichi San Paolo un “realista”. Per quanto nella bolla siano espressi concetti nobili come il richiamo alla pace e non solo, è proprio il realismo cristiano che diventa difficile rintracciare nel resto del documento.

Ad essere onesti, non è dal 2013 che la Chiesa nelle sue espressioni di prossimità all’uomo si è abbandonata a proposte oniriche di retroguardia: è sufficiente assistere ad un’omelia domenicale a caso, o ad un “evento diocesano” per i giovani, per non parlare degli incontri col papa di categorie svantaggiate – migranti, transessuali, ammalati e via dicendo – per domandarsi se il cattolicesimo non sia ridotto ad un pannicello caldo in una vita di umiliazioni infernali come può esserlo quella di chiunque. Le buschi dal lunedì al sabato, ma la domenica qualcuno ti comunica con parole alate che tu vali qualcosa. Nemmeno il tempo di rinfrancarti perché Dio ti ama tanto così come sei, che il giorno seguente ricominci a buscarle come un ciuco, e più forte che pria.

Tuttavia, Bergoglio ha eretto questo insieme di pratiche delle quali, a giudicare dai frutti, è lecito dubitare a magistero e dogma. Ciò che un semplice parroco poteva permettersi come espressione di una “comunità viva” dalla quale i giovani ingrati fuggono a gambe levate dopo la Cresima per non rimetterci mai più piede, oggi è sancito a livello apicale come via maestra della Chiesa. L’unica virtù integra rimasta ai nostri pastori si direbbe la perseveranza.

Il Giubileo è storicamente e praticamente il momento in cui una comunità d’intenti che sono insieme spirituali e materiali (non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio), resetta sé stessa, per usare un termine caro al signor Schwab. Giusto per far presente che questi signori non hanno inventato un bel nulla, ma travisato tutto.

La pia esposizione che Bergoglio fa dello “stato del mondo” e dell’uomo punta tutte le fiches su elementi del tutto inconsistenti. Non può esserci alcuna “buona volontà” se la volontà è del tutto assente, o delegata casomai se ne sentisse la mancanza a movimenti interiori che valgono per Santa Maria Goretti che resiste allo stupro fino al sangue quanto per il suo assassino, il quale dal suo punto di vista aveva la buona volontà di divertirsi. Provate ad individuare qualcuno accanto a voi che risponda alla descrizione utopica dell’uomo che propone Francesco, anche lontanamente. Non lo troverete, e non lo troverete perché non esiste né mai esisterà.

La Chiesa militante, in mezzo a mille colpe e sofferenze patite e inflitte che i suoi avversari non mancano di sventolarci sotto il naso un giorno sì e l’altro pure, non è mai stata così generica e ambigua. Da undici anni, al fedele comune è pressoché impedito di capire cosa il papa intende dire. Perché le migliaia di cose che il papa dice sono note a tutti coloro che se ne interessano, ma manca tragicamente l’unità di pensiero e di scopo che sono la spina dorsale del cattolicesimo.

Come un papa non può non sapere che non è la folla, la massa, l’umanità vagula e tremula a decretare il proprio destino, così Bergoglio non può non sapere che l’ecologismo integrale sarà pagato sino all’ultimo paio di mutande dagli ultimi. Non può non sapere che la pace è il frutto di negoziati brutalmente materiali, e che l’orrore per la guerra non ha mai trattenuto l’uomo dal farla. Non può non sapere che un migrante è un uomo che patisce il dolore perpetuo dello sradicamento da dove Dio lo ha messo, e via dicendo.

Osservata da una certa distanza e con una dose omeopatica di disincanto, si vede bene che questa bolla è piena di cose da fare per onorare i propri debiti nei confronti del mondo. Piena di soggetti e circostanze particolari tutte buttate lì un po’ alla rinfusa. Sembra, più che un Giubileo, un “piano di rientro” che la banca offre ad un debitore cronico al quale non restano gli occhi per piangere. Tanto è vero che questa “Chiesa in cammino” “piena di speranza” deve toccare una serie di “tappe”. Guarda caso, queste “tappe” sono tutte puntigliosamente elencate nel documento. Non è un cammino spirituale libero e illuminato dalla grazia, o meglio: non solo e non prioritariamente, ma una to do list, un elenco di cose da fare senza batter ciglio né opinare.

In fondo, resta la fastidiosa sensazione che Bergoglio abbia rimosso il senso del peccato e del debito verso Dio, l’unico realmente e teleologicamente definito per il cattolico, traducendolo in una sorta di vincolo morale trasferito ad un’agenda umana poco incline a sconti e cancellazioni. E a questo vincolo morale nessuno, cattolico o meno, deve sottrarsi.

 


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