Théodore Géricault, La zattera della Medusa (1819). Per chi aveva sperimentato gli orrori della rivoluzione francese, il quadro simboleggiò il naufragio della ragione illuminista.
Théodore Géricault, La zattera della Medusa (1819). Per chi aveva sperimentato gli orrori della rivoluzione francese, il quadro simboleggiò il naufragio della ragione illuminista.

 

 

di Lucia Comelli

 

Con i sofisti l’asse della ricerca filosofica si sposta – nel V° secolo a.C. – dal cosmo all’uomo, dando inizio al periodo umanistico della filosofia greca. Questo nuovo orientamento è legato anche all’ascesa di una nuova classe sociale di artigiani e di mercanti che ambivano a strappare all’aristocrazia il monopolio del potere: i sofisti, infatti, si proclamavano esperti in quelle discipline, come la retorica e la dialettica, utili a educare i giovani rampolli del ceto medio alla vita politica, sempre più orientata in senso democratico, preparandoli ad avere la meglio nelle assemblee cittadine.

Protagora di Abdera, il più grande e celebre di questi ‘sapienti’, affermò con forza il principio dell’homo – mensura: L’uomo è misura di tutte le cose [di tutto ciò che accade], di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono.

E per misura egli intese la norma di giudizio, mentre per cose significò tutti gli accadimenti. Con tale principio Protagora negò che esistesse un criterio assoluto per discriminare il vero e il falso e gli altri valori (il bene dal male, il bello dal brutto …). Lo stesso vento – egli argomentava – è freddo per chi lo sente come tale, ma non lo è per chi lo percepisce diversamente [1].

Aristotele contestò la sua affermazione sostenendo che, se certamente è l’uomo nei suoi giudizi a misurare le cose, tali giudizi – per essere veri – devono tener conto della natura dei fatti, che è oggettiva (vale a dire che la realtà ‘misura’ a sua volta l’uomo).

Giovanni Reale parla di questo assioma come una sorta di manifesto del relativismo occidentale: non esistono valori assoluti, ma tutto è relativo alle percezioni individuali, o – al massimo – alle convinzioni della comunità di appartenenza. Questa convinzione del filosofo esprime quindi una concezione umanistica e soggettivistica della conoscenza, oltre che relativistica.

Altrove Protagora ha parlato del sapiente, quindi del sofista, come di un propagandista dell’utile: suo il compito infatti di convincere con la sua abilità dialettica i concittadini a scegliere nelle assemblee ciò che risultava maggiormente vantaggioso per la città. In questo modo il criterio dell’utile sembra eccedere gli interessi meramente individuali, per coincidere con il bene comune. Tuttavia la concezione protagorea, che non approfondisce a livello tematico che cosa sia la natura umana, non può determinare il senso dell’utile pubblico, quando – oltrepassando i semplici bisogni materiali – si debbano stabilire i criteri della convivenza etico politica.

Rispetto agli dei, Protagora si professò agnostico: degli Dei io non ho la possibilità di affermare né che siano né che non siano.

Ancora più radicale – cioè atea – la posizione espressa dal contemporaneo Gorgia di Lentini, il quale sostiene che nulla esiste in senso forte e, se anche esistesse, rimarrebbe inconoscibile e incomunicabile (stante la frattura insanabile tra pensiero, linguaggio e realtà). In questa visione nichilista, la parola, perso ogni rapporto con l’essere, non è più veicolo di verità, ma strumento di semplice persuasione e quindi di potere: i discepoli di Gorgia, grazie alla retorica che questi insegnava loro, imparavano infatti a convincere a proprio vantaggio il pubblico in un’assemblea, oppure i giudici nel corso di un processo.

Altri sofisti, come Ippia e Antifonte, furono i primi a distinguere e a contrapporre la legge di natura, che accomuna tutti gli uomini, a quella positiva, ossia fatta dall’uomo, che invece li divide: in questo modo giunsero a posizioni egualitarie e cosmopolitiche radicali. Antifonte ad esempio scrisse:

di natura siamo assolutamente uguali, sia greci che barbari … tutti infatti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici… la maggior parte di quanto è giusto secondo la legge [umana], si trova in contrasto con la natura.

Restringendo la natura umana alla dimensione sensibile, i sofisti naturalisti si illusero in tal modo di cancellare ogni diversità tra gli uomini, ma da queste premesse e dal nichilismo gorgiano, i loro discepoli, cioè i sofisti politici, trassero conclusioni opposte: piegarono infatti l’arte dialettica alla conquista del potere e – dissacrate la morale e la fede tradizionali – espressero posizioni di assoluto cinismo.

Crizia – uno dei Trenta tiranni ateniesi – considerò ad esempio gli dei come una sorta di spauracchio interiore che i politici utilizzano per far rispettare le leggi e controllare così i subalterni. Trasimaco di Calcedonia, uno dei protagonisti della Repubblica di Platone, affermò che: il giusto è nient’altro che il vantaggio del più potente [cioè i potenti fanno le leggi per proteggere i propri interessi] e Callicle, un personaggio del Gorgia platonico, sostenne che secondo natura è giusto che il forte domini sul debole:

Mi pare che la natura stessa mostri che è giusto che chi è migliore [cioè più forte] abbia più di chi è peggiore [cioè più debole] e chi è più potente abbia più di chi è meno potente”.

La legge umana viene stabilita, in contrasto con quella naturale, per difendere la maggioranza dei cittadini, che sono mediocri, dai più forti. Perciò Callicle giunge a vagheggiare un ‘superuomo’ capace di infrangere le leggi umane e soggiogare a suo piacimento i più deboli.

Con l’eristica (la corrente di intellettuali che – senza più ideali da realizzare – si perse giocando con i concetti e formulando insolubili dilemmi), l’homo – mensura di Protagora da criterio diventa definitivamente dissoluzione di ogni criterio; e anche la natura – invece di fondare come per Ippia e Antifonte l’assoluta eguaglianza dell’uomo – ne giustifica, agli occhi dei sofisti politici, una profonda ineguaglianza.

L’esperienza dei sofisti, definiti dagli studiosi come gli ‘illuministi greci’, si è rivelata quindi ‘tragica’ [2]: respinta la tradizionale concezione dell’uomo, degli dei e della verità, che non resse alla loro critica dissolutrice, essi si ritrovarono senza un’alternativa valida.

La parabola discendente di questi intellettuali mostra – a mio parere – in tempi brevissimi, e quindi in modo emblematico, come nessuna forma di umanesimo regga senza un solido aggancio con la trascendenza e come la ragione stessa, perduto l’essere, cioè la dimensione metafisica, finisca per distruggere se stessa: secoli più tardi analogo naufragio, nel corso della Rivoluzione francese, o in altri esperimenti rivoluzionari, avrebbero fatto i valori illuministi di libertà, uguaglianza e fraternità.

Quanto all’epoca presente, il rifiuto del soprasensibile così come trasmesso dalla tradizione giudaico cristiana e dalla metafisica classica, si accompagna al moltiplicarsi di miti, come la fede acritica nella tecnoscienza: confidando nella sua possibilità di soddisfare tutte le esigenze dell’essere umano e di annullarne ogni limite (compresa la morte), intellettuali e governanti si illudono di ricostruire l’uomo dalle fondamenta (transumanesimo), mentre lo espongono in realtà a nuove ed estreme forme di asservimento.

 

[1] Le affermazioni di Protagora sono riportate da Platone nel Teeteto.

[2] Così l’ha definita l’Untersteiner, il maggiore tra gli studiosi dell’argomento.

 

 

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