Cristo glorificato nella Corte del Cielo, tempera su tela di Fra Angelico (1400-1455)
Cristo glorificato nella Corte del Cielo, tempera su tela di Fra Angelico (1400-1455)

 

Domenica IV del Tempo Ordinario (Anno A)

(Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a)

 

di Alberto Strumia

 

– Il Vangelo. Abbiamo già letto il Vangelo della Beatitutini nella liturgia della Solennità di Tutti i Santi e, in quell’occasione abbiamo visto Gesù, che ha pronunciato quelle parole come un uomo che è in una sorta di “estasi”, mentre vede la realtà dei Beati con gli occhi di Dio. Esse sono una sorta di “litanie” pronunciate in onore della Gloria di Dio e di coloro che, giunti finalmente all’Eternità, sono ammessi a partecipare alla Gloria della Trinità.

Oggi possiamo accostarci alle stesse parole anche come esseri umani che vivono ancora su questa terra. Ogni creatura – e in particolare ogni essere dotato di intelligenza e libera volontà, come l’Angelo e l’uomo – è attratto dal Bene, che è Dio, perché in esso vede ciò che ancora gli manca per essere pienamente felice. E tanto più il Bene si manifesta nella Sua pienezza, nella Sua trascendenza, tanto più da esso si sente attratto.

Quanti si trovarono ad essere presenti alla scena delle Beatitudini, dovettero provare questo senso di irresistibile attrattiva Unica del Bene, del Vero e del Bello. Quasi sicuramente non poterono essere ancora in grado di afferrare concettualmente, con la sola intelligenza, il pieno significato delle parole che udivano, ma sicuramente avvertirono tutto il fascino che la figura di Colui che le pronunciava, stava emanando. Si rimaneva rapiti anche solo dal ripetersi cadenzato e insistente di quella parola attrattiva: Beati, Beati,… Beati!

Qualcosa di simile si è ripetuto, anche se in maniera relativamente meno intensa, ma del tutto simile, per analogia, in tutte le occasioni nelle quali gli uomini si sono trovati di fronte ad un santo, perché attraverso di lui traspariva la Persona del Cristo delle Beatitudini. Almeno per qualche tempo non si poteva resistere a tanta bellezza.

Anche ai nostri giorni, chi non è più giovanissimo, ha vissuto e visto qualcosa di simile, nelle piazze colme di persone per vedere e ascoltare le parole di san Giovanni Paolo II. Quasi sicuramente non erano molti coloro che erano in grado di comprendere in profondità tutto il contenuto delle sue parole, i loro fondamenti filosofici e teologici e la sapienza dottrinale che racchiudevano. Ma anche solo il suono della sua voce e il modo in cui le pronunciava avevano la forza attrattiva di Cristo, come quando, salito sul monte, pronunciò le parole delle Beatitudini.

L’autenticità dell’attrattiva del Bene nella sua pienezza, che traspare attraverso i santi, possiede in sé una prova “scientifica” grazie alla quale possiamo essere sicuri di non essere ingannati e di non ingannarci. I santi attirano al Sommo Bene, a Cristo in quanto è Dio, e mai a se stessi. La creatura è un bene in quanto rimanda al Creatore e non appena a se stessa. Se si limitasse ad attrarre a se stessa, finirebbe per essere adorata come un idolo, al posto di Dio.

Così il fascino di chi parla attirando solo a se stesso e non a Cristo, finisce per idealizzare se stesso, fino al culto della personalità. È una forma subdola di idolatria, ingannevole per chi se ne lascia abbindolare e orgogliosa fino alla dannazione per chi se ne serve come strumento di potere sugli altri.

Ma come si fa ad essere sicuri di non lasciarsi ingannare dall’attrazione parziale verso una persona che stimiamo, apprezzaiamo e che ci affascina? O da parole dette o lette.

Il Vangelo ci istruisce a questo proposito là dove Gesù dice: «Dai loro frutti […] li potrete riconoscere» (Mt 7,20). In particolare l’esperienza permette di verificare che ciò che affascina rinviando solamente a se stesso e non a Cristo, rimane allo stadio emotivo e, come tale non resiste alla prova del tempo, mentre ciò che rimanda a Cristo dura stabilmente.

Sant’Ignazio di Loyola fece una simile esperienza. Ne abbiamo una limpida descrizione del suo biografo Ludovico Consalvo.

«Ma tra le prime [letture] e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo» (Uffficio delle Letture della memoria di sant’Ignazio). I santi, infatti, lo rimandavano a Cristo con la loro “trasparenza”, mentre le cose e le persone del mondo, al massimo, lo attiravano solo a se stesse.

A massimo grado è la Madre di Dio, Maria che rimanda a Suo Figlio Gesù (ad Iesum per Mariam) che è Dio essendo il Verbo, la seconda Persona della Trinità. Ed è attraverso di lei, pregandola ogni giorno, che la nostra fede viene aiutata e mai distolta dal vero obiettivo, dal fine della vita vera.

Al suo fianco troviamo san Giuseppe che li protesse e li custodì nella vita su questa terra. E a lui ci affidiamo per essere custoditi e accompagnati a Cristo.

Questo è il primo richiamo che ci viene dal Vangelo delle Beatitudini. Questa è la “povertà di spirito” della quale, con la prima delle Beatitudini, ci parlano anche le altre letture di oggi.

– «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra» (prima lettura). L’azione vera per i poveri li porta a Cristo e non diviene mai idolatria sociologica della loro condizione.

– «Voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio» (Seconda lettura). Così la vera “sapienza” non adora se stessa idolatricamente, ma è lo studio che punta alla Verità che è Cristo stesso: «Io sono […] la Verità» (Gv  14,6).

Seguiamo chi ci porta a Cristo e non chi si compiace di richiamare a se stesso! Ricordiamocelo!

 

Bologna, 29 gennaio 2023

 

 

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