Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Rob Mutsaerts, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica.

 

Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di 's-Hertogenbosch nei Paesi Bassi
Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi

 

È una di quelle osservazioni che sembrano quasi universali: in tutte le culture e in tutte le epoche, i ragazzi sono spesso attratti dai giochi turbolenti, dalla competizione, dall’avventura, dagli scherzi, dall’assumersi dei rischi e dal testare i propri limiti. Naturalmente ci sono delle eccezioni, ma il modello è straordinariamente costante. Si tratta di un dato sia biologico che culturale: è presente in tutte le epoche e in tutte le culture.

Da un punto di vista biologico, i ragazzi sono esposti, in media, a livelli più elevati di testosterone sia prima della nascita che, nuovamente, durante la pubertà. Ciò influenza la loro propensione all’attività fisica, alla ricerca di emozioni forti e al comportamento competitivo. Gli psicologi dello sviluppo hanno inoltre constatato che, in media, i ragazzi partecipano più spesso ai cosiddetti giochi violenti. Ciò li aiuta probabilmente a sviluppare l’autocontrollo, a comprendere le relazioni sociali e a trovare il giusto equilibrio tra forza e controllo. Gli sport di contatto come il calcio e il rugby si adattano perfettamente a queste inclinazioni innate.

La psicologia evoluzionistica offre una spiegazione complementare. Per gran parte della storia umana, gli uomini hanno spesso svolto compiti quali la caccia, la difesa della comunità e la competizione per lo status. Caratteristiche quali la curiosità, l’audacia, la competitività e la cooperazione all’interno dei gruppi potrebbero quindi essere state favorite nel corso di molte generazioni. Non tutte le spiegazioni evolutive sono incontrovertibili, ma aiutano comunque a comprendere perché determinate differenze tra uomini e donne si ripetano in quasi tutte le società.

Successivamente, è la cultura a plasmare questa predisposizione naturale. Ogni società ha delle aspettative su cosa significhi essere un ragazzo o un uomo. I ragazzi imparano dai propri padri, dagli amici, dallo sport, dai racconti e dai media. Queste influenze possono rafforzare, attenuare o incanalare le loro tendenze innate. Una cultura che attribuisce grande importanza alla disciplina potrebbe orientare lo spirito competitivo dei ragazzi verso le arti marziali o la musica; un’altra cultura verso lo sport o l’imprenditoria. L’energia di fondo rimane spesso la stessa, ma assume una forma diversa. A questo proposito è importante una precisazione: si tratta di medie, non di leggi. Ci sono molte ragazze a cui piace arrampicarsi, scatenarsi e competere, e molti ragazzi che invece preferiscono i libri, la musica o attività tranquille, ma ciò non toglie nulla alla loro natura innata di ragazzi e ragazze.

Quando si dice: “boys will be boys”, solitamente si fa riferimento a modelli ricorrenti che derivano dall’interazione tra biologia e cultura. Ciò rimanda a caratteristiche normali dello sviluppo quali l’esuberanza, lo spirito d’avventura, la giocosità e la tendenza a testare i limiti. Diventa problematico quando viene usato come scusa per comportamenti che devono essere corretti, come il bullismo, l’aggressività o la mancanza di rispetto. I ragazzi rimangono ragazzi perché la natura umana è straordinariamente stabile. Il compito di ogni società sana non è quello di negare quell’energia naturale, ma di plasmarla in coraggio, responsabilità e virtù.

Se è nella natura dell’uomo: cosa significa questo per il dibattito sui transgender?

Esiste una lunga tradizione filosofica e religiosa secondo cui l’essere umano possiede una natura data: la mascolinità e la femminilità non sono solo ruoli sociali, ma appartengono all’essenza della persona. Nel quadro di pensiero cattolico, i diversi modelli di sviluppo di ragazzi e ragazze sono visti come indicazioni del fatto che il sesso biologico è una componente fondamentale dell’identità umana.

Soprattutto nella tradizione cattolica si sottolinea che il corpo non è separato dalla persona, ma al contrario esprime chi è la persona. Il corpo non è un involucro casuale; appartiene essenzialmente alla persona umana. Per questo motivo non è possibile cambiare realmente il proprio sesso, anche se i sentimenti possono indicare una direzione diversa. Gli interventi medici non modificano l’identità umana.

Se la natura umana è oggettiva e non è creata da noi stessi, allora la vera felicità umana risiede nel vivere in accordo con tale natura. Se l’essere maschio o femmina costituisce una parte essenziale di tale natura, ciò non può essere modificato dai sentimenti, dal riconoscimento sociale o da trattamenti medici. Quando una persona viene incoraggiata a credere di poter realmente appartenere all’altro sesso, tale convinzione si scontra con la realtà biologica (ad esempio in materia di procreazione, sviluppo fisico o necessità di cure mediche per tutta la vita). Dal punto di vista cattolico, la preoccupazione principale non è un giudizio morale, ma proprio la compassione: il timore che una persona che cerca sinceramente la pace interiore finisca per rimanere delusa quando il conflitto fondamentale non viene risolto. Per chi si pente non c’è via di ritorno, poiché gli interventi medici sono solitamente irreversibili. Di fatto si tratta di una mutilazione del corpo. Il fatto che i medici collaborino a ciò rimane per me un mistero.

Se la natura umana è essenzialmente maschile o femminile e il corpo costituisce un’espressione significativa della persona, allora il desiderio di vivere come l’altro sesso comporta il rischio di una tensione permanente tra l’esperienza soggettiva e la realtà oggettiva. Secondo la tradizione del diritto naturale, la vera misericordia non consiste quindi nell’adattare il corpo alla percezione, ma nel cercare la riconciliazione con la propria natura creata da Dio.

Giuramento di Ippocrate

La medicina è da sempre orientata al ripristino o al mantenimento della salute fisica. Un medico è un guaritore: cura ciò che è malato, ripara ciò che è danneggiato e allevia il dolore laddove la guarigione non è possibile. Rimuovere organi o parti del corpo sani senza che siano essi stessi malati è, partendo da questo presupposto, in contrasto con l’essenza stessa della medicina.

Per questo motivo si parla di mutilazione.

Nella morale cattolica, l’amputazione o la rimozione di una parte del corpo è consentita solo quando è necessaria per scongiurare un male più grave, ad esempio l’amputazione di una gamba a causa di un tumore maligno o la rimozione di un’appendice infiammata. Ciò si basa sul principio terapeutico: una parte del corpo può essere sacrificata a beneficio del benessere dell’insieme.

Nel caso degli interventi chirurgici di conferma del genere, la situazione è diversa. Gli organi genitali sono, di norma, anatomicamente sani. L’intervento non ha lo scopo di curare una malattia fisica. Proprio per questo motivo tali interventi non sono terapeutici: un corpo sano viene adattato a una percezione psichica, mentre la medicina dovrebbe invece aiutare la percezione psichica a riconciliarsi con la realtà fisica.

In che modo ciò si concilia con il giuramento di Ippocrate? Il giuramento originale non contiene alcuna dichiarazione esplicita su tali interventi. Tuttavia, è interamente improntato a due principi fondamentali: 1. agire a beneficio del paziente; 2. non causare danno (primum non nocere – «innanzitutto non nuocere»). Sebbene questa famosa formulazione non compaia letteralmente nel giuramento originale, essa costituisce comunque un principio fondamentale dell’etica medica.

È proprio qui che sta il nocciolo della questione. La rimozione di organi sani, con conseguenze irreversibili quali l’infertilità, la perdita delle funzioni sessuali e la dipendenza a vita dall’assistenza medica, costituisce una grave forma di danno. Documenti come l’istruzione Dignitas Infinita (2024) affermano che il corpo umano è un dono che deve essere accolto con rispetto e che i tentativi di cambiare il sesso tramite interventi medici non sono compatibili con la dignità della persona umana. In base a questa visione, rendere intenzionalmente sterili o modificare in modo permanente organi sessuali sani è considerato moralmente inammissibile, proprio perché sacrifica funzioni sane del corpo senza che vi sia alcuna patologia fisica di tali organi.

+Rob Mutsaerts (vescovo)

 

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