Dieci Comandamenti

 

Domenica XV del Tempo Ordinario (Anno C)

(Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37)

 

 

di Alberto Strumia

 

Ci sono più insegnamenti del previsto, nelle letture di questa domenica, più di quelli che, normalmente, siamo stati abituati a recepire. Infatti, ciò che ci viene detto, in queste parole, è qualcosa di più profondo di una semplice “esortazione” ad avere attenzione agli altri, quando si trovano in condizione di avere bisogno di aiuto, perché da soli non possono farcela.

Tra l’altro in un mondo come il nostro siamo quasi costretti alla diffidenza nei confronti degli altri… È quasi inevitabile; è perfino prudente, tirare dritto come il sacerdote e il levita della parabola del Vangelo, piuttosto che fermarsi come il Samaritano con il rischio di finire in qualche trappola per ingenui! Ed è più prudente non immischiarsi nelle faccende altrui. E poi, un’esortazione è sempre una sorta di “invito moralistico”, facoltativo, una sollecitazione ad una generosità, ad un volontariato al quale non si è tenuti necessariamente se si ha altro da fare. Perché, com’è normale ritenere, “il mondo va avanti bene ugualmente”.

In realtà, non può essere questo il modo più “serio” di comprendere le letture di questa domenica. Se non altro perché, oggi, dobbiamo constatare che “il mondo non sta andando avanti bene ugualmente”. Anzi, le cose stanno peggiorando di giorno in giorno, con ogni forma di violenze gratuite e incomprensibili da un punto di vista “interno al sistema”. Allora cerchiamo di non limitarci ad una prima comprensione un po’ superficiale, ma di andare un po’ in profondità. Questo ormai non lo sa fare più quasi nessuno, perché ci si ferma in superficie.

– La prima lettura ci parla dei Comandamenti dati da Dio a Mosè sul Sinai, riconosciuti dal popolo di Israele come la Legge («Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della Legge»). Oggi questi Comandamenti sono regolarmente irrisi e trasgrediti. Dei primi tre (Io sono il Signore, tuo Dio: 1] Non avere altri dei di fronte a me; 2] Non pronunciare invano il Nome del Signore tuo Dio; 3] Ricordati di santificare le feste) che riguardano il rapporto di ciascun essere umano con Dio si può benissimo fare a meno, dal momento che “Dio se c’è non c’entra” e, comunque, riconoscere la sua esistenza è pura opinione “filosofica” e il tenerne conto non è assolutamente necessario.

Gli altri 4] Onora tuo padre e tua madre; 5] Non uccidere; 6] Non commettere adulterio e non essere sregolato con la tua sessualità e identità di genere; 7] Non rubare; 8] Non dire falsa testimonianza, sii onesto e sincero senza ingannare; 9] Non desiderare la donna d’altri e reciprocamente per la donna verso l’uomo (e altre combinazioni ancora…) rispettando l’indissolubilità del matrimonio e la stabilità della famiglia; 10] Non desiderare la roba degli altri e non avere la smania del potere, dal più piccolo al più grande), prima si sono modificati a piacimento in nome di una “libertà senza punti di riferimento”; poi, cioè oggi, si adeguano alle regole di pensiero e di comportamento imposte (con il condizionamento o con la coercizione) dal potere di turno. Per cui se non sei “allineato” nel pensare, nel parlare e nello stile di vita, non hai diritto di esistere nella società.

Di questi Comandamenti la prima lettura ci dice che non sono né opinabili, né facoltativi, perché sono una “legge intrinseca” alla realtà delle cose, come le leggi della fisica, oggetto di studio delle nostre scienze per essere ben comprese e utilizzate al meglio; ben sapendo che non si possono riscrivere a piacimento! I Comandamenti vanno scoperti e riconosciuti nella realtà dei fatti e, se si cerca di evitarli, si fanno dei danni a persone e cose, e alla società: la cose non funzionano più e si rivoltano contro l’uomo.

A questa evidenza, il nostro mondo non si è ancora arreso e non sembra ormai nemmeno più capire che, se non lo farà, finirà per autodistruggersi. Siamo tanto bravi nelle conquiste scientifiche, ma non in questa che è la più importante. La Rivelazione, fino dall’Antico Testamento, ha inteso facilitare la conoscenza e la comprensione di questa Legge Naturale, come intrinseca alla realtà e all’uomo, rivelandola esplicitamente nei Comandamenti, qualora la ragione se ne dimenticasse o faticasse ad arrivarci da sola («Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. […] è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica»). Oggi tutto questo è ridicolizzato e rifiutato, e le cose vanno sempre peggio! Il fallimento storico attuale è la “falsificazione” delle ideologie su cui si sono costruite le società contemporanee. Perché, allora, non provare a verificare la correttezza della Legge dei Comandamenti? Non è forse la possibilità più ragionevole?

– Nella seconda lettura, l’inno della lettera ai Colossesi di san Paolo offre il quadro completo della Rivelazione, quadro che si incentra tutto su Cristo, “pienezza della Rivelazione”, della quale la prima lettura ha offerto il punto di partenza irrinunciabile per comprendere la realtà di tutto ciò che esiste e ci riguarda, e di noi stessi.

– Nel Vangelo si riprende il tema del prossimo, ricollegandosi con l’Antico Testamento e riconfermando intatto quello che è definito, nel Vangelo di Matteo, come «il più grande comandamento della Legge» (Mt 22,36). E qui come ciò che si deve «fare per ereditare la vita eterna», iniziandone ad avere i primi esiti positivi già ora, su questa terra («In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato [tutto …] a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva gia al presente cento volte tanto […] e nel futuro la vita eterna, Mc 10,29-30).

Curiosamente, ma non troppo, qui Gesù chiama prossimo, non tanto colui che ha bisogno di aiuto (l’uomo aggredito e derubato della parabola), ma quello che lo ha soccorso e aiutato (il Samaritano della parabola). E il comandamento di amare il prossimo, cioè chi ti è più vicino (proximum) – oltre al modo tradizionale di intenderlo, già presente nell’Antico Testamento – è indicato come “comandamento della gratitudine”, da parte di colui che ha ricevuto aiuto verso colui che lo ha soccorso.

Qui il prossimo è il Samaritano soccorritore che deve essere amato con gratitudine, anche se rimane anonimo: «“Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”».

Gesù insegna, qui, ad avere una “concezione” dell’essere umano come “persona” (è una nuova “antropologia” quella che fonda la “morale” cristiana), immagine e somiglianza di Dio Creatore. E come tra le Persone della Trinità esiste una perfetta reciprocità di relazione di amore, similmente tra gli uomini deve essere così, perché la vita sia buona e “funzioni” nel “modo giusto” (secondo la “giustizia originale”). Non basta fare il bene per “moralismo” – è buono perché viene comandato (bonum quia praeceptuum) – ma, al contrario, in forza di una concezione dell’uomo, un’“antropologia” – è comandato perché è oggettivamente buono (praeceptum quia bonum).

Il dottore della Legge del Vangelo dimostra di averlo compreso e assimilato. Ad una domanda simile di uno degli scribi («Qual è il primo di tutti i comandamenti?», Mc 12,28), che aveva dimostrato di capire la risposta del Signore (amare Dio e «amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici», Mc 12,33), Gesù rispose: «Non sei lontano dal regno di Dio» (Mc 12,34).

Vorremmo essere stati al suo posto per sentircelo dire anche noi! Per avere qualcosa di simile ad una garanzia di essere tra coloro che “hanno capito e fanno” e si sentiranno dire, nel giorno del Giudizio finale: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34), ci mettiamo, ogni giorno, sotto la protezione della Madre di Dio che, per prima ebbe questa intelligenza di fede e questa pronta decisione nell’agire di conseguenza («Eccomi, sono la serva del Signore», Lc 1,38).

 

Bologna, 10 luglio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 


 

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