di Sabino Paciolla
Nei passati tre anni circa su questo blog abbiamo più volte parlato della importante problematica della tolleranza immunitaria in seguito ai ripetuti richiami dei vaccini anti COVID-19, in particolare a mRNA, quelli della Pfizer e Moderna. La tolleranza immunitaria è la capacità del sistema immunitario di non reagire (o di reagire molto debolmente) contro determinati antigeni, anche se questi sono estranei o “non-self”.
Abbiamo pubblicato tanti articoli e studi scientifici su questo tema, che potete leggere qui.
Oggi vi presento un nuovo studio australiano che approfondisce tale questione. Nello stesso si parla anche della modalità di abbinare il vaccino antiinfluenzale e quello anti-covid, oggi sempre più in voga.
Lo studio è stato pubblicato su eBioMedicine, e porta il titolo: Elevated SARS-CoV-2 IgG4 in plasma and mucosa following repeated mRNA boosters impact antibody functions to Omicron and sarbecoviruses, e porta come prima firma Kevin J Selva, del Department of Microbiology and Immunology, Peter Doherty Institute for Infection and Immunity, University of Melbourne, Melbourne, Victoria, Australia.
Gli scienziati in questo studio hanno cercato di capire come reagisce il nostro sistema immunitario dopo molte dosi di vaccini anti-COVID, in particolare quelli a mRNA (come Pfizer o Moderna).
Nel nostro corpo esistono diversi tipi di anticorpi. Alcuni sono molto “aggressivi” contro i virus, altri invece sono più “calmi” e servono soprattutto a ridurre l’infiammazione.
Gli IgG4 appartengono a questo secondo gruppo: non sono cattivi, ma non sono nemmeno i più efficaci nel bloccare un virus.
Lo studio ha osservato che:
- Dopo più vaccinazioni o richiami (fino a quattro), aumenta la quantità di anticorpi IgG4 nel sangue e nella saliva.
- Questo aumento si verifica sia in chi ha fatto solo vaccini a mRNA, sia in chi aveva iniziato con un vaccino diverso (come Vaxzevria/AstraZeneca) e poi ha ricevuto richiami mRNA.
- Anche se chi aveva iniziato con AstraZeneca aveva inizialmente meno IgG4, con i ripetuti richiami mRNA questi anticorpi aumentano comunque nel tempo.
In pratica, più volte il sistema immunitario viene stimolato con lo stesso tipo di vaccino mRNA, più tende a “cambiare strategia” e a produrre anticorpi meno aggressivi (IgG4) nei confronti dei virus.
Questo è importante perché:
- I vaccini funzionano meglio quando stimolano anticorpi molto efficaci nel neutralizzare il virus.
- Se con molti richiami il corpo produce sempre più IgG4, potrebbe ridursi l’efficacia protettiva nel tempo, anche se la protezione contro le forme gravi può rimanere.
Per questo motivo gli scienziati dicono che:
1) capire questo meccanismo è fondamentale per decidere come progettare i vaccini futuri
2) e per stabilire quanti richiami fare, quando farli e con quale tipo di vaccino, così da ottenere la massima protezione possibile.
Gli scienziati hanno osservato che gli anticorpi IgG4 diretti contro la proteina spike si comportano in modo simile agli anticorpi totali anche contro le nuove varianti di Omicron, compresa l’ultima (JN.1).
Questo vale sia nel sangue sia nella saliva.
Il problema è che:
- Tutte le persone studiate erano state vaccinate inizialmente contro la versione “originale” del virus (quella di Wuhan).
- Questo ha “allenato” il sistema immunitario a riconoscere soprattutto la vecchia spike, e meno bene le parti nuove e mutate delle varianti recenti.
Questo fenomeno si chiama, in parole semplici, “memoria rigida” del sistema immunitario:
il corpo continua a usare anticorpi pensati per il virus iniziale, anche quando il virus è cambiato. Il che, ovviamente, costituisce un problema.
In particolare:
- Le mutazioni più importanti delle nuove varianti si trovano in una zona chiave della spike, quella che il virus usa per entrare nelle cellule.
- Gli anticorpi prodotti dopo molti richiami riescono sempre meno a colpire bene quella zona nelle nuove varianti.
- Infatti, la maggior parte degli anticorpi contro JN.1 non colpisce la parte più efficace per bloccare il virus.
Questo spiega perché:
- Ogni nuovo richiamo tende a essere meno efficace nel neutralizzare le varianti più recenti
- Il sistema immunitario si affida sempre di più ad anticorpi “di supporto” e non a quelli che bloccano davvero il virus
Il punto critico è che:
- Queste risposte “di supporto” funzionano peggio quando aumentano gli IgG4, che sono anticorpi meno aggressivi.
- Quindi l’aumento degli IgG4 può ridurre ulteriormente la capacità di fermare il virus, anche se non annulla del tutto la protezione.
Per questo gli autori concludono che:
1) bisogna studiare meglio se fare molti richiami mRNA con vaccini uguali o simili
2) possa cambiare il tipo di anticorpi prodotti, rendendoli meno adatti contro le nuove varianti
3) e se servano vaccini progettati in modo diverso in futuro.
Negli ultimi anni è diventata pratica comune fare insieme, nella stessa seduta o nello stesso periodo:
- il richiamo del vaccino anti-COVID a mRNA
- e il vaccino antinfluenzale annuale
L’obiettivo è ovviamente proteggere meglio dalle infezioni stagionali.
Gli studi disponibili finora dicono che:
- Fare insieme vaccino COVID e vaccino antinfluenzale non aumenta, nei primi 6 mesi, gli anticorpi IgG4 contro l’influenza.
- Questo suggerisce che l’aumento degli IgG4 non è un effetto generale di tutti i vaccini, ma sembra legato in modo specifico ai vaccini COVID a mRNA (o a come sono formulati).
Tuttavia, gli autori fanno notare un punto importante:
- Come visto nel gruppo che aveva iniziato con AstraZeneca e poi ricevuto più richiami mRNA,
- l’esposizione ripetuta nel tempo ai richiami mRNA può portare gradualmente a un aumento stabile degli IgG4.
Per questo motivo nasce una preoccupazione prudenziale:
- Dal momento che la vaccinazione combinata COVID + influenza diventa sempre più frequente ogni anno, soprattutto negli anziani e nelle persone fragili, è importante continuare a controllare nel tempo se, con molti anni di richiami, anche gli anticorpi contro l’influenza possano cambiare tipo.
Alcuni studi hanno osservato che quando aumentano molto gli anticorpi IgG4 contro la proteina spike, la capacità del sistema immunitario di bloccare davvero il virus tende a diminuire.
C’è anche uno studio che suggerisce che livelli alti di IgG4 potrebbero essere collegati a un maggior rischio di infettarsi comunque, nonostante la vaccinazione (“infezioni breakthrough”), anche se servono ancora conferme su gruppi più grandi di persone.
In questo studio, gli autori hanno visto che:
- Più aumentano gli IgG4,
- meno efficacemente gli anticorpi riescono a neutralizzare il virus, sia quello originale sia alcune varianti (BA.1, XBB.1.5).
I sarbecovirus sono una famiglia di virus a cui appartiene anche il SARS-CoV-2 (quello del COVID-19) e hanno già dimostrato di poter causare epidemie globali.
Oggi una grande parte della popolazione mondiale ha:
- avuto il COVID
- e/o è stata vaccinata
Questa immunità diffusa potrebbe offrire una certa protezione di base anche contro virus simili che potrebbero passare dagli animali all’uomo in futuro.
Tuttavia, gli studi sulle nuove varianti del SARS-CoV-2 mostrano un problema ricorrente:
- gli anticorpi che bloccano direttamente il virus (neutralizzanti)
- funzionano sempre meno bene contro le varianti che cambiano rapidamente per “sfuggire” al sistema immunitario.
Il confronto con le allergie è illuminante:
- Nell’immunoterapia allergica, l’aumento degli IgG4 funziona perché il bersaglio (l’allergene) cambia poco nel tempo.
- Il SARS-CoV-2 invece cambia continuamente.
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