Nonostante l’accordo quasi biennale (e ancora segreto) tra la Santa Sede e Pechino, la libertà politica e religiosa in Cina – soprattutto a Hong Kong – si sta deteriorando.

In proposito, ecco un articolo di George Weigel, scrittore, amico e biografo di San Giovanni Paolo II,  pubblicato su Catholic World Report. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Hong Kong, proteste per la liberttà (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

Hong Kong, proteste per la liberttà (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

 

A metà maggio, il leader cinese Xi Jinping ha presentato un piano per aggirare la legislatura di Hong Kong e imporre nuove leggi draconiane di “sicurezza nazionale” all’ex colonia britannica. Presumibilmente destinate a difendere Hong Kong dai “secessionisti”, dai “terroristi” e dalle “influenze straniere”, queste nuove misure sono in realtà concepite per frenare i coraggiosi uomini e le donne del vibrante movimento pro-democrazia di Hong Kong, che da tempo stanno esacerbando i personaggi totalitari di Pechino. Con il mondo distratto dal virus di Wuhan (che la goffaggine e la prevaricazione del governo cinese ha fatto molto per globalizzare), il sempre più brutale regime di Xi Jinping pensa evidentemente che questo sia il momento di reprimere ancora di più coloro che a Hong Kong hanno a cuore la libertà e cercano di difenderla.

Quest’ultima dimostrazione dell’intenzione di Pechino di imporre il potere comunista a Hong Kong coincide con la più recente persecuzione del mio amico Jimmy Lai.

Jimmy ed io ci siamo incontrati solo una volta. Ma da tempo ho sentito una certa affinità con questo collega cattolico, un convertito che prima ha messo a disposizione la sua considerevole ricchezza a sostegno di importanti attività cattoliche e che ora sta rischiando tutto a favore del movimento pro-democrazia di Hong Kong. Arrestato a febbraio e poi di nuovo ad aprile, Jimmy Lai è stato accusato di aver aiutato a organizzare e guidare “proteste non autorizzate”. Che fosse nelle prime file delle manifestazioni a favore della democrazia è vero. La domanda è: perché i comunisti cinesi considerano la protesta pacifica a sostegno delle libertà come un tradimento che Pechino ha solennemente promesso di proteggere?

Alla fine di maggio, i teppisti di Pechino hanno stretto la chiave a cricchetto della repressione di un’altra tacca: il caso di Jimmy Lai è stato trasferito in un tribunale che potrebbe dare al settantaduenne una condanna a cinque anni, o addirittura a pene consecutive. Ma cos’altro ci si poteva aspettare da un regime che stava già cercando di far fallire il giornale filodemocratico di Lai, l’Apple Daily, facendo pressione sulle aziende cinesi e internazionali perché smettessero di acquistare spazi pubblicitari? Vergognosamente, troppi si sono inchinati a quelle pressioni, e un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato che l’Apple Daily è ora tagliato fuori dal 65% del mercato pubblicitario di Hong Kong. Nel frattempo, Pechino, mentre cerca di rassicurare la comunità imprenditoriale che tutto andrà bene, avverte i leader del mondo degli affari (così come i diplomatici e i giornalisti) di non “unirsi alle forze anti-Cina per stigmatizzare o demonizzare” le nuove leggi sulla sicurezza nazionale.

Il regime di Xi Jinping potrebbe essere meno stabile di quanto voglia far credere al mondo. Regimi sicuri non aumentano la repressione, come fa Pechino da diversi anni. Inoltre, etichettare tutte le critiche al governo di Xi Jinping come “anti-Cina” non è il gioco che un regime sicuro della propria legittimità e stabilità farebbe. Queste tattiche sembrano maldestre; rivelano madido nervosismo, non di calma e sicurezza di sé.

Il tentativo di spezzare il movimento democratico di Hong Kong è uno degli aspetti di una più ampia campagna di repressione che non ha risparmiato le comunità religiose cinesi sulla terraferma. Un milione di uiguri musulmani sono ancora rinchiusi nei campi di concentramento dello Xinjiang, dove vengono “educati”. Le chiese domestiche protestanti sono sotto costante minaccia. E continuano ad essere prese misure repressive contro i cattolici e le loro chiese, nonostante l’accordo quasi biennale (e ancora segreto) tra la Santa Sede e Pechino. Quell’accordo, che ha dato al partito comunista cinese un ruolo di primo piano nella nomina dei vescovi, assomiglia sempre più ad uno in cui il Vaticano ha dato via molto in cambio di vuote promesse; i cattolici cinesi che non si attengono alla linea del partito, come il partito comunista cinese definisce quella linea, sono ancora perseguitati. Gli effetti di questa triste vicenda sulla missione evangelica della Chiesa nella Cina del futuro – si spera una Cina post-comunista – non saranno positivi.

In tutto il mondo si sono levate voci a sostegno dei coraggiosi dimostranti pro-democrazia di Hong Kong. Si è sentita la voce della Santa Sede? Se sì, mi è sfuggita, e anche a molti altri. Sono state fatte forti rimostranze a favore della libertà religiosa e di altri diritti umani fondamentali da parte di funzionari vaticani dietro le quinte a Pechino e a Roma? Si potrebbe sperare di sì. Ma se l’attuale politica della Santa Sede in Cina è in realtà una ripresa della sua fallita Ostpolitik nell’Europa centrale e orientale negli anni Settanta, queste rimostranze sono probabilmente più tiepide e del tutto inefficaci.

Con uno dei suoi figli cattolici più coraggiosi ora sul banco degli imputati e di fronte a quella che potrebbe essere una prigione a rischio della vita, il Vaticano si trova ora di fronte a una scelta determinante: Jimmy Lai o Xi Jinping?

 

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