Stella-gialla- vaccino

 

 

di Salvatore Scaglia

 

Il Giorno della Memoria del 27 Gennaio scorso, quale ricorrenza internazionale voluta dall’ONU a ricordo della fine dell’Olocausto, è motivo propizio per riflettere sull’oggi.

Tale Giorno, più in generale, intende sottolineare le discriminazioni cui sono stati sottoposti gli ebrei nei regimi nazista e fascista degli anni ‘30-’40 del XX secolo. Anche sulla base di manifesti scientifici sulla razza essi, tra l’altro, persero il lavoro, furono emarginati dalla vita sociale e, deprivati di fatto della dignità della persona, divennero persino oggetto di ignobili sperimentazioni. Tutto ciò è stato reso possibile pure da una massiccia propaganda nonché dalla complicità o dal silenzio di tanta gente comune.

Nonostante l’annuale grande accorrere di autorità e, segnatamente, di insegnanti e scolaresche, non è sempre e in tutti chiaro il senso della “Memoria”. Essa infatti non è mero ricordo, semplice conoscenza, più o meno approfondita, di fatti relegati nel passato, bensì è mezzo per rivivere determinati scenari storici al fine di evitare che, in qualche modo, si ripresentino. Il termine “memoria” dunque è, sì, funzionale ad “onorare il ricordo di persone o anche di fatti”, ma con “riferimento al futuro” (voce Memoria in Vocabolario on line Treccani, sub c.; qui).

Un ulteriore problema da segnalare è che i più non sono affatto consapevoli delle modalità con cui la storia si ripete. In tal senso è lunghissima la tradizione che va da Roma  – in cui si affermava che “historia magistra vitae” (cf. Cicerone, De Oratore, II, 9, 36) –  a Victor Hugo – “Tutta la storia non è che una lunga ripetizione: un secolo plagia l’altro” (ne I miserabili) -, ma come nota argutamente Gramsci spesso la “storia insegna, ma non ha scolari” (Italia e Spagna, ne L’Ordine Nuovo, 1921, anno I, n. 70).

Imparare dalla storia, invero, significa non solo possederla concettualmente, ma interpretarla adeguatamente applicandola al presente.

Ora, che la storia si ripeta non significa affatto che i meccanismi di ripetizione si svolgano in termini di perfetta identità. Vuoi perché diversi sono gli uomini che realizzano gli eventi storici; vuoi perché differenti sono i contesti e le epoche degli uni e degli altri. Si possono ripetere, dunque, come si ripetono, i tratti più essenziali, i principii di giustizia o di ingiustizia sottostanti agli accadimenti. Vichianamente si registrano corsi e ricorsi, “che non comportano ripetersi di accadimenti individuali ma ritorno di analoghe forme storiche” (Vico, Giambattista, in Enciclopedia on line Treccani; qui). Anche la nota rappresentazione schematica a spirale della tesi di Vico mostra che i fatti non accadono sempre uguali, ma con molte somiglianze e differenze nello stesso tempo.

La storia, insomma, si ripete non per identità, ma per analogia.

Una realtà di fatto simile al regime è stata di recente instaurata col pretesto del contrasto al virus SARS-CoV-2. Anche sulla base di manifesti scientifici sono state, infatti, perpetrate discriminazioni, culminanti poi nella sospensione dal lavoro e dalla retribuzione di quanti non erano vaccinati: a questi, inoltre, si negava l’accesso a servizi pubblici essenziali come l’ingresso alla posta, alla banca e l’uso dei trasporti. Questo su premesse asseritamente scientifiche, produttive di tessere come il Green Pass, per cui chi ne era dotato e lo esibiva era di fatto un cittadino di serie A, mentre chi non lo aveva o lo rifiutava un escluso dal consorzio sociale, come ammetteva lo stesso Presidente del Consiglio Draghi (cf. la sua conferenza stampa del 25 Novembre 2021).

Col pretesto del contrasto al SARS-CoV-2 la dignità della persona umana è stata autenticamente calpestata, anche attraverso una vaccinazione di massa, pervenuta al 90,22 % della popolazione di età superiore ai 12 anni (48.716.022 di persone che hanno completato il c. d. ciclo vaccinale primario: I e II dose; cf. Report Vaccini Anti COVID-19 del Governo Italiano, aggiornato al 2 Febbraio 2023, h 7:26; qui). La vaccinazione indiscriminata non ha risparmiato nemmeno i bambini e le donne in gravidanza o in fase di allattamento, riducendo così il popolo a massa bestiale.

Vaccinazione, peraltro, fatta con un trattamento genico sperimentale, via via dimostratosi, oltre che insicuro, inefficace, come implicitamente confessato nell’Ottobre 2022 al Parlamento Europeo da Janine Small per la Pfizer: con un sorriso beffardo: «Mi chiede se sapevamo che il vaccino interrompesse o no la trasmissione prima di immetterlo sul mercato? Ma no. Sa, dovevamo davvero muoverci alla velocità della scienza» (cf. qui). Il vaccino peraltro è stato inoculato per un virus bassamente letale e curabile già da Primavera 2020 con farmaci di uso ordinario.

Al verificarsi di questo quadro ha concorso una massiva propaganda a senso unico, condotta dai vertici politico-istituzionali e dai media, talché si poteva parlare di un nuovo Istituto LVCE, rispetto a cui non era di fatto ammesso dissenso, nemmeno sulla pubblica piazza, la quale, allorchè ha iniziato a gremirsi, è stata allontanata dai centri verso le periferie, mentre folle oceaniche, che festeggiavano scudetti (Inter) o promozioni in A (Salernitana), erano permesse senza peraltro produrre ondate di contagiati e morti.

In questo panorama la mascherina, che ancora residua in alcune persone, è divenuta simbolo di incondizionata obbedienza all’autorità, come dimostra l’illogica circostanza del suo largo uso anche all’aperto, da soli e in spazi amplissimi.

Pertanto, la gente comune, concorde o indifferente, ha consentito la chiusura del cerchio. Moltissimi, infatti, hanno fatto quotidiana esperienza di familiari ed amici che li marchiavano come pericolosi “no vax”, “negazionisti” o “complottisti”; e che li tenevano alla larga quali dannosissimi untori. Lo slogan del Presidente Draghi “se non ti vaccini, ti ammali, muori” – tanto lapidario quanto menzognero perché clamorosamente smentito dagli eventi – è stato così causa ed espressione insieme di un diffuso sentire tra le persone.

Con avvocati, anche impegnati sul fronte dei c. d. diritti umani, che col Green Pass andavano allo stadio e a divertirsi mentre molti loro colleghi non potevano entrare nelle aule d’udienza; magistrati che, anziché verificare la giustezza di determinate disposizioni, erano i primi a porsi dietro plexiglass o con FFP2; e insegnanti che, tra i primi, si sono distinti nella catena di trasmissione della paura del virus tra gli studenti. Mentre docenti e medici etichettati come “no vax” pagavano le loro scelte con aberranti sospensioni e radiazioni.  

Una grandissima parte del paese, insomma, è stata, ed è tuttora, avvinta da dogmi inconfutabili che nulla avevano, in verità, del pensiero, della logica e della scienza.

Il quadro da quasi-regime era completato dal sovvertimento della gerarchia delle fonti del Diritto: meri atti amministrativi del Premier, i DPCM, erano usati per introdurre forti limitazioni alle libertà fondamentali, da quella di spostamento e circolazione, col c. d. lock down, a quella di culto; quest’ultima addirittura in un primo momento limitata con Nota del Ministero degli Interni. Ma, in nome dell’emergenza, il clou era toccato dalla fattuale identificazione, sotto Draghi, di Governo e Parlamento, con opposizione ridotta ai minimi termini e quindi con minima possibilità di censura dei provvedimenti adottati.

In questo complesso di situazioni che, in compendio, chiamo CoviDittatura la storia si è dunque ripetuta.

Ma perché tanti hanno potuto ridicolizzare chi osava – già allora e mentre i fatti si svolgevano – fare degli accostamenti col passato nazi-fascista? Perché non colgono – o si rifiutano di cogliere, magari per un qualche interesse – la sopradetta modalità analogica con cui la storia si ripresenta e che fonda logicamente il dovere di studiare la storia stessa.

Una differenza rispetto al passato sta in ciò. Se il dispotismo classico era un sistema in cui si potevano distinguere più nettamente potere arbitrario e sudditi, più consapevoli delle privazioni della loro libertà, il “totalitarismo morbido” – per dirla con Günther Anders -, che si è realizzato nell’Italia della società conformista, ha raggiunto uno stadio elevato di controllo sociale non solo mediante la paura, ma anche tramite la lusinga dell’individuo, operata sfruttando i suoi stessi desideri: nel nostro caso quello della sicurezza sanitaria.

Per cui, tra le persone, si è diffusa “la coscienza migliore: cioè dare a bere a se stessi che” i governanti “vengono incontro a noi e alle nostre esigenze con tutto il rispetto che ci devono” (G. Anders, L’uomo è antiquato, Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, II, Torino 2003, p. 157).

È per questo che un regime, formalmente democratico come quello italiano, si è trasformato di fatto in un “totalitarismo morbido” (Anders), intriso di propaganda di Stato, limitazioni dei diritti, discriminazioni, sperimentazioni sanitarie spesso accette dagli stessi italiani. È per questo che il paese è divenuto, tra l’altro, un laboratorio sociale in cui sperimentare il livello di restrizioni tollerabili dalla popolazione (cf. il Washington Post del 16 Ottobre 2021).

Le persone, infatti, hanno tollerato eccome. Molto. Troppo.

In questo scenario era praticamente inevitabile che chi si è opposto al dogma vaccinale di Stato divenisse un nuovo “ebreo”: su basi pseudo-scientifiche pericoloso per la salute pubblica, reietto e privo di lavoro e servizi essenziali, anche col concorso della gente (tra cui celebri divulgatori scientifici e vip). La quale non di rado pretendeva la tessera verde e la sua verifica, anche con l’appoggio, purtroppo, dei Vescovi italiani, estremamente ossequiosi delle parole di Francesco: di ubbidire a quanto disposto dall’autorità civile (cf. Angelus dell’8 Dicembre 2020).

Ancora oggi molti, i più, non hanno maturato riflessioni profonde su quanto abbiamo, almeno apparentemente, alle spalle. Ancora oggi molti, i più, vedono le dittature all’estero – nella Cina o, secondo il mainstream, nella Russia di Putin – perché è più comodo, nonché assolutorio, cercare lontano anziché scavare vicino (cf. A. Manzoni, I promessi sposi).

È questo l’aspetto più inquietante in prospettiva futura: la diffusa incapacità o nolontà di rielaborare il passato, più o meno remoto. Che rischia pertanto di rivivere, seppur in forme diverse, in avvenire.

Ed è proprio questo che voleva combattere Primo Levi. Il cui tragico suicidio forse è metafora più generale, per il paese, di quanto i fantasmi del passato, senza i giusti – è il caso di dire – anticorpi, possano essere distruttivi.

 


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