Donald Trump (foto satirica fatta con AI)
Donald Trump (foto satirica fatta con AI)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Trump, nel lanciare lo scorso 28 febbraio la guerra contro l’Iran, era convinto che l’intervento si sarebbe risolto in poche settimane, se non addirittura in pochi giorni. Immaginava che si sarebbe ripetuta l’avventura venezuelana contro Maduro, liquidata in poche ore. Pensava che, una volta decimata la leadership iraniana, avrebbe facilmente trovato una Delcy Rodríguez locale a cui consegnare il potere, da esercitare per conto dell’amministrazione americana. 

Come riportato nell’articolo che analizzeremo tra poco, invece della Rodríguez Trump si è trovato di fronte alcuni Kim Jong-un iraniani. A complicare ulteriormente la situazione si è aggiunto il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, con gravi ripercussioni economiche a livello globale. Molte nazioni temono che, se il conflitto dovesse protrarsi ancora per alcuni mesi, il rischio di una stagflazione — se non di una vera e propria recessione — possa materializzarsi con facilità.

A tre mesi dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, la guerra non mostra segni di cedimento. In un articolo, pubblicato sul Foreign Policy, Miller e Kurtzer, esperti di politica mediorientale, scrivono che sarebbe illusorio attendersi una conclusione definitiva: questo scontro è piuttosto l’ennesimo round di un confronto che dura da mezzo secolo. 

Uno stallo che diventa normalità

La situazione attuale è caratterizzata da un equilibrio di logoramento. L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, infliggendo un duro colpo all’economia globale, mentre il blocco statunitense mette a dura prova Teheran. Nessuna delle due leve — né economica né militare — ha prodotto risultati decisivi. L’amministrazione Trump avrebbe respinto la proposta iraniana di riaprire lo stretto in cambio della fine del blocco, senza però elaborare un’alternativa credibile. L'”Operazione Epic Fury” ha lasciato l’Iran, nelle parole degli autori, “più debole, più arrabbiato e molto meno disposto ad accettare qualsiasi accordo privo di definizione o definitività.”

Nessun accordo trasformativo possibile

Gli autori sono espliciti: con la Repubblica Islamica non esistono accordi davvero risolutivi. Il JCPOA del 2015, stipulato tra Obama (USA) e Hassan Rouhani (Iran), poi “stracciato” da Trump, era “un accordo imperfetto ma altamente funzionale”, pensato per guadagnare tempo e limitare il programma nucleare. Due mesi di guerra hanno però indurito ulteriormente le posizioni di Teheran, rendendo persino un accordo nucleare limitato oggi improbabile. Il regime ha consolidato la propria ideologia anti-occidentale e non mostra alcuna intenzione di trasformare il rapporto con Washington.

L’iniziativa è passata all’Iran

Il paradosso della situazione è che la mossa davvero trasformativa del conflitto — la chiusura dello Stretto di Hormuz — è stata iraniana, non americana. Come osserva Ray Takeyh del Council on Foreign Relations, citato nell’articolo, l’Iran non rinuncerà a quello che ormai considera il suo “Canale di Panama” né facilmente né a buon mercato. Gli Stati Uniti si trovano davanti a opzioni tutte scomode: mantenere il blocco, lanciare un’operazione navale su larga scala, oppure trattare. In ogni caso, “hanno perso l’iniziativa.”. Non solo, Trump sta facendo di tutto per aprire un canale che prima della guerra da  lui iniziata era già aperto e libero da controlli e richieste di esazione pedaggio da parte dell’Iran. Pertanto, una riapertura del canale non potrà mai essere accampata da Trump come una vera vittoria.

Netanyahu e il fattore israeliano

Israele rimane un attore capace di perpetuare il conflitto nei round futuri. La differenza fondamentale tra Tel Aviv e Washington è di natura esistenziale: per Israele un Iran nucleare è una minaccia alla sopravvivenza; per gli Stati Uniti no. La credibilità di Netanyahu ha subito un duro colpo, e il prolungato bombardamento del Libano rischia di irritare persino Trump.

Inutile dire che l’immagine degli Stati Uniti si sta logorando sempre di più a causa del suo legame con Israele. Quest’ultimo appare ormai come uno Stato che ha nel proprio DNA la propensione a guerre permanenti, con un alto numero di vittime civili. Un fenomeno che suscita orrore nella gente comune di tutto il mondo.

L’asimmetria della vittoria

Il punto più acuto dell’analisi riguarda le definizioni di vittoria. L’Iran considera vittoria la sopravvivenza del regime e il controllo su Hormuz — obiettivi già in parte raggiunti. Gli Stati Uniti puntano a limitare definitivamente il programma nucleare iraniano, un traguardo irraggiungibile finché il regime resterà in piedi. Questa asimmetria dà a Teheran un vantaggio strutturale.

La conclusione degli autori è amara: una grande potenza globale non è riuscita a prevalere su una potenza regionale dotata di strumenti asimmetrici. Trump, cercando vittorie rapide, potrebbe — citando Karim Sadjadpour della Carnegie — “arrivare a desiderare di non aver mai iniziato questa guerra.”

 

 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments