Truppe-russe-carroarmato guerra Ucraina

 

 

di Michael Galster

 

Come nei post precedenti del 25 gennaio (qui) e del 4 febbraio (qui) anche nel presente articolo, si fa riferimento al Corriere della Sera come esempio rappresentativo della politica dell’informazione che caratterizza la maggior parte dei nostri media in tema di guerra in Ucraina. Nello specifico si fa ampio uso di un testo di Angelo Panebianco, pubblicato in data 5 febbraio 2024 dal titolo

La storia usata come clava, sottotitolo: Difficile capire il presente se non si conosce il passato. È quanto sta succedendo anche a riguardo del Medio Oriente.

 

Angelo Panebianco

Il lettore di questo post si chiederà: cosa c’entra il Medio Oriente con l’Ucraina rispetto all’uso della storia? In realtà molte osservazioni del giornalista in merito al conflitto Israele-Palestinesi, che Panebianco sviluppa in modo convincente e largamente condivisibile, si possono trasferire “uno a uno” sul conflitto Russia-Ucraina. È sufficiente a volte sostituire i nomi, ed ecco una perfetta e valida analisi della situazione. Purtroppo, come noto, finora sulla pagine del Corriere e meno ancora su quelle delle altre testate del cosiddetto mainstream, si è lontani dal farlo.

 

In questo blog ci si permette di farlo, con il gentile e tacito permesso di Angelo Panebianco, anche in modo involontariamente parodistico. Si riporta qui di seguito il testo di Panebianco, sostituendo “Israele/Medio Oriente” con “Ucraina/Russia “rivistato” (e la giunta di poche brevi note):

 

Putin come Hitler? [Panebianco nel testo originale: Israele uguale nazismo?]  

 

Scrive Panebianco:

Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico scegliendo l’interpretazione che si ritiene più conveniente al fine di dare sostegno, di fornire legittimità, alla posizione politica che si sta difendendo. A chi ne fa un uso politico, della storia in sé, di che cosa sia realmente accaduto in passato, non importa un bel nulla: si usa la storia come una clava, è solo un mezzo utile per fare propaganda, per conquistare proseliti, per sconfiggere le posizioni avversarie. Ma se la novità non sta certo nell’uso politico della storia, è nuovo il contesto in cui vi si fa ricorso.

La novità consiste nel fatto che oggi una parte ampia dei ceti istruiti (o supposti tali) [ndr: inclusa quella parte operante nei media], specie delle generazioni più giovani, è incapace di pensare la storia e, spesso e volentieri, non possiede neppure le semplici nozioni storiche che un tempo fornivano le scuole superiori. È un fenomeno che gli storici di professione da tempo stigmatizzano. Viviamo in società immerse in un eterno presente. Il processo è cominciato nell’era televisiva. La Rete ha esasperato la tendenza.

Le ricerche condotte dagli specialisti della comunicazione danno al riguardo indicazioni chiare: una grande quantità di persone che vive immersa nel presente ha perduto la capacità di capire che il presente è influenzato dal passato. A queste persone sfugge la profondità storica di qualunque evento di cui sia testimone. E poiché il passato non conta nulla, non è considerato un mezzo per comprendere il presente, non ha nemmeno senso dotarsi di un minimo di conoscenze storiche. Un tempo l’uso politico della storia, la storia usata come clava, incontrava un limite, ovvero esistevano degli anticorpi. Una parte almeno dei ceti istruiti era dotata di sufficienti nozioni storiche, e disponeva di sufficiente senso storico, da non farsi imbrogliare. Adesso non è più così, gli anticorpi sono svaniti o si sono assai indeboliti. A qualcuno è stato detto che un tempo (il quando, nonché il contesto, ovviamente, sono irrilevanti) è esistita una cosa denominata nazismo e di cui null’altro importa sapere se non che si trattava del male assoluto. Inoltre, quel qualcuno ha sviluppato nel tempo un odio viscerale nei confronti delle atrocità commesse dalla Russia autocratica e antidemocratica [in origine: di Israele], …. L’accostamento diventa automatico: Russia [in origine: Israele] uguale nazismo [ndr. ovvero male assoluto che va sconfitto una volta per tutte]. Non c’è alcun bisogno di sapere qualcosa né della storia del nazismo né di quella della Russia [in origine Israele] per stabilire l’associazione….

…. Per aiutare a comprendere quanto sta accadendo in Ucraina e in Russia [in origine in Medio Oriente] occorrerebbe spiegare che si tratta di una vicenda complessa che inizia nel 2008 con il progetto di adesione dell’Ucraina alla Nato e l’affermazione dell’ideologia dello Stato monoetnico con il conseguente “rifiuto russo” [testo originale: nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele e il conseguente «rifiuto arabo»]. Nessuna comprensione di quanto è accaduto e accade è possibile se non si parte da lì. Gli stessi errori della Russia (occupazione della Crimea, riconoscimento delle repubbliche separatiste, “intervento militare speciale nel 2022”), Israele (le colonie in Cisgiordania, l’illusione di potere difendere all’infinito lo status quo, ossia i precarissimi rapporti fra due popoli reciprocamente ostili)] non si spiegano se non ricostruendo quel quadro generale. Ma, appunto, ciò presuppone che l’interlocutore sia disposto a riconoscere il peso e l’importanza della storia [ndr: anche recentissima] per comprendere il presente. Il che però è impedito o quanto meno reso assai difficoltoso dal clima e dalle tendenze dominanti.

 

Fine del testo di Angelo Panebianco “rivisitato” dall’autore.

 

In verità sarebbe utile andare un po’ di più indietro nella storia del conflitto Russia-Ucraina. Nel 1989 finiscono più di quarant’anni di guerra fredda, in cui due sistemi incompatibili tra di loro, ambedue armati fino ai denti stavano l’uno di fronte all’altro. A Berlino Check-Point Charly i soldati di Nato e Russia si potevano toccare con la punta del naso. Eppure la guerra non c’è stata, la morte non ha vinto. Perché? Quale è il grande segreto per il quale un contrasto molto più profondo di quello di oggi tra Ovest e Russia non è degenerato in violenza? E si è concluso con un lieto fine? Nel contesto attuale, la risposta è trattata come un tabù, un’informazione che gli intellettuali dei nostri media non hanno la forza morale di prendere in mano e di articolare, preferendo nasconderla dietro audaci acrobazie intellettuali. Pertanto, siamo costretti a rilevare il segreto qui e ora: a quei tempi nessuno dei due nemici ha fatto avanzare la propria struttura militare “nemmeno di un pollice”, né l’uno verso ovest, né l’altro verso est. È così difficile dirlo?

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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