A cura di Michael Galster

Viviamo in tempi in cui trionfano le semplificazioni. Le voci, come quella del papa, che rifiutano il manicheo bianco e nero sono poche. Tuttavia ce ne sono, anche in Germania dove sembra regnare un nuovo conformismo bellicista, in alcuni ambiente, tra cui quello delle Chiese, vi è qualche dissenso. Riporto qui di seguito la mia traduzione di un articolo di Gerd Bauz, membro del Consiglio direttivo della Fondazione Martin Niemöller, l’ente culturale più importante delle Chiese evangeliche in Germania. Nell’articolo che è stato pubblicato sul quotidiano Frankfurter Rundschau, egli non si sofferma né sui motivi della violazione del diritto internazionale da parte della Russia, né sulla violazione dei diritti fondamentali della minoranza russofona da parte dello Stato ucraino (quest’ultima violazione precedente e di minore gravità rispetto a quelle perpetrate dai russi). Né sulle violenze precedenti a partire da quelle commesse dai tempi di Caterina la Grande fino all’epoca di Stalin. Ribadisce invece la necessità di negoziare per ottenere la pace qui e ora, indipendentemente dalle colpe. Dice: Essere disponibili a trattare non è un segno di debolezza, bensì di maturità. Le risposte del pacifismo saranno tanto più richieste quanto più durerà la guerra.

Qui il testo dell’articolo.

 

Guerra Ucraina Russia - Chernihiv (afp)
Guerra Ucraina Russia – Chernihiv (afp)

 

Per noi pacifisti lo scoppio della guerra significa aver subito un’amara sconfitta. A ciò ora segue un periodo in cui ci piovono addosso gli insulti che vanno da “infantili” a “sottomessi”, da “ingenui” a “osceni”. Questo è ciò che sta accadendo ai pacifisti in questi tempi. Nel frattempo, forse un po’ pare gli umori stiano cambiando direzione, dato che la guerra non fa i progressi attesi, al punto che di nuovo ci si chiede: come si fa per passare dalla guerra alla pace? Vittoria militare o accordo negoziale?

Nato, Ucraina e Russia vanno d’accordo, tutti cercano la decisione sul campo di battaglia. Ciò è terribile, crudele e senza cuore, fuori dai tempi. Ma molte persone nei rispettivi Paesi sostengono questa posizione, sono intrappolate mentalmente ed emotivamente nel “sistema guerra”. Addio alla politica, la guerra si fa, si combatte, la vittoria è nostra, “carri armati, carri armati, carri armati”.

La vittoria militare non è né realistica né auspicabile. Sotto il suo ombrello nucleare, la Russia è inattaccabile e invincibile. Inoltre, la capacità deterrente di secondo attacco non esiste per i paesi europei della Nato. Se dovesse verificarsi un attacco nucleare russo, probabilmente non accadrà nulla dal punto di vista militare; ci saranno dei negoziati. È inconcludente pensare che la guerra sia il risultato della psiche malvagia di Putin e credere che egli possa essere facilmente sconfitto.

L’obiettivo della vittoria è da respingere eticamente e politicamente perché si continua a uccidere, stuprare e distruggere a tempo indeterminato. Proseguendo su questa strada, l’Ucraina diventerà forse più che mai nella sua storia “terra di confine”, schiacciata tra il blocco russo e quello della NATO. Il presidente ucraino Selenskyj punta esclusivamente sulla vittoria, indipendentemente dalle sofferenze che fa patire al suo popolo? Un quarto dei 42 milioni di persone vive ora all’estero. Cosa significa questo per le relazioni e le famiglie lacerate? Una ragazza che ha trovato rifugio qui (in Germania), secondo quanto riportato da questo giornale (Frankfurter Rundschau), ha dichiarato: “Non importa cosa ci accadrà, se resteremo qui o no. Desideriamo una solo cosa, e cioè che ci sia la pace”.

Il cambio di direzione verso una strada che porti ai negoziati, tuttavia, richiede l’abbandono delle posizioni bellicose. Negoziare non significa capitolare, non è un segno di debolezza, bensì di maturità. La narrazione bellica secondo cui è impossibile negoziare con Putin è doppiamente errata. Nessuno può saperlo senza averci provato. E sul piano pratico, è smentita: Le esportazioni di cereali sono il risultati di negoziati e si trovano in fase di attuazione.

Negoziare significa seguire la logica della pace. Non importa chi al momento sia avvantaggiato o svantaggiato sul campo di battaglia, si raggiunge un risultato durevole se entrambe le parti vedono salvaguardati i propri interessi. Solo in questo caso la pace può essere stabile.

L’ostacolo è di natura emotiva: il nemico, l’aggressore, dovrebbe diventare il partner negoziale, il Macellaio di Butsha diventare il signor Vladimir V. Putin, Presidente della Federazione Russa, in ossequio al suo titolo ufficiale. La negoziazione richiede il rispetto, il risultato l’equità.

Se l’attacco russo derivasse esclusivamente da maligni fattori interni russi, logicamente non resterebbe che combattere e distruggere. Si tratta però di un conflitto che dura da decenni, incluse le scosse di assestamento della disintegrazione dell’Unione Sovietica. La Russia, come Stato successore, deve fare i conti con il dolore inafferrabile del diventare più piccola, gli Stati Uniti e la Nato con la loro hybris da vincitori. L’Ucraina ha bisogno di una duplice mossa: affrancarsi dalla dipendenza dalla Russia e guadagnare la propria sovranità, oppure, in questo momento difenderla (idealmente nei negoziati con una neutralità assicurata), per gestire a reciproco vantaggio, la non eliminabile vicinanza territoriale con la Russia.

Sono necessari due tavoli negoziali: Ucraina-Russia e Nato-Russia. L’ex generale ed ex ispettore generale dell’esercito tedesco Harald Kujat, da tempo propone un “Consiglio Nato-Russia”. La voce finora è restata inascoltata. C’è una ragione per questo, i tanti tabù legati a questa guerra. A volte il pacifismo deve essere come il bambino nella fiaba di Andersen che dice: l’imperatore è nudo. La Nato sta indirettamente conducendo una guerra. Per quanto tempo dovrà soffrire l’Ucraina prima che la NATO offra dei negoziati – o che lo faccia la sua potenza leader, gli Stati Uniti?

 


 

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