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di Sabino Paciolla

 

La nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata principalmente all’intelligenza artificiale e alla dignità umana, contiene un passaggio che ha acceso il dibattito tra gli studiosi cattolici: la definizione della tradizionale “teoria della guerra giusta” come dottrina ormai “superata”. Secondo il testo pontificio, questa teoria sarebbe stata troppo spesso piegata a giustificare “qualsiasi tipo di guerra”, senza tenere conto della rapidità, della distruttività e della disumanizzazione tipiche dei conflitti contemporanei. Il Papa, pur preservando esplicitamente un diritto all’autodifesa inteso in senso stretto, invita a costruire la pace attraverso giustizia, dialogo, diplomazia e una “civiltà dell’amore”.

A raccogliere la sfida intellettuale lanciata dall’enciclica è il professor John Rist, storico della Chiesa delle origini e tra i massimi esperti di sant’Agostino, intervistato da Edward Pentin per il National Catholic Register. Le sue riflessioni arrivano alla vigilia del concistoro dei cardinali del 26-27 giugno, durante il quale il tema potrebbe essere ulteriormente discusso, sebbene non compaia esplicitamente nel programma trapelato il 17 giugno.

Una dignità umana che dimentica il peccato

Per Rist, l’enciclica insiste giustamente sulla grandezza dell’uomo e sul rispetto della sua dignità, ma si sofferma meno su come affrontare “la terribile peccaminosità” che l’umanità manifesta continuamente, non da ultimo attraverso le guerre che accompagnano la storia umana fin dalle origini. Il punto critico, secondo lo studioso, è che il Papa sembra suggerire di abbandonare la dottrina classica per affidarsi soprattutto a dialogo e diplomazia, sottovalutando però la gravità reale della minaccia rappresentata da chi è disposto a usare la violenza senza scrupoli. A questo proposito Rist cita, quasi a monito, il commento sferzante attribuito a un figlio di Saddam Hussein su Nasser.  Il figlio del dittatore disse: «Che sciocco era quell’uomo, Nasser; parlava di spingere gli israeliani in mare. Che sciocco! Alcuni di loro potrebbero scappare a nuoto». Questa frase è un’illustrazione, per Rist, di quanto certi propositi bellicosi vadano presi sul serio, non derubricati a retorica.

Un secondo nodo riguarda l’ambiguità del testo sul diritto all’autodifesa: pur riconoscendolo “nel senso più stretto”, l’enciclica non chiarisce in che modo questo si differenzi dai principi della teoria classica. Questa imprecisione, unita alla qualifica di “superata”, rischia di far credere che oggi sia semplicemente impossibile condurre una guerra giusta. Rist auspica che il passaggio venga rivisto in sede di concistoro, ma intanto ribadisce con fermezza la propria posizione: la dottrina non va abbandonata, bensì migliorata per adattarsi alle condizioni mutate, seguendo lo spirito di sant’Agostino, “non un semplice predicatore di un umanesimo sentimentale”, ma un pastore che esortava i vescovi a restare al proprio posto anche di fronte alla persecuzione.

L’insegnamento di Agostino

Sebbene Agostino non abbia elaborato una vera e propria teoria sistematica della guerra giusta, secondo Rist i suoi principi permettono di comprendere perché alcune guerre, pur essendo sempre un male, possano risultare necessarie e quindi giuste. Il teologo ricorda l’episodio in cui Agostino, rivolgendosi a un generale tentato di farsi monaco, gli disse: “Abbiamo bisogno di generali” — per difendere famiglie e civiltà dall’aggressione di uomini malvagi, figure che nella storia recente Rist accosta a Hitler, Stalin e Mao. Citando Clausewitz, ricorda che per i despoti la guerra resta in fondo “diplomazia con altri mezzi”: pensare che basti “accompagnarli” o dialogare con loro, senza considerare l’opzione della forza, sarebbe quindi irresponsabile.

Vittime civili e scelte morali inevitabili

Interrogato sul dilemma delle vittime civili nei conflitti moderni, Rist osserva che la storia della guerra ha sempre comportato questo rischio, aggravato oggi da nemici che installano postazioni di comando in scuole e ospedali, usando i civili come scudi. Ricorda che persino la Seconda guerra mondiale, “una guerra giusta se mai ce n’è stata una”, causò vittime civili non intenzionali, come nel caso dell’assedio di Caen in Normandia; eppure, sostiene, se gli Alleati avessero sempre evitato azioni a rischio di perdite civili, “Hitler avrebbe vinto la guerra”. Qui Rist richiama uno dei capisaldi del pensiero agostiniano: l’essere umano si trova spesso davanti a scelte che comportano comunque un rimpianto — compresa l’inazione — ma deve comunque scegliere, dentro quelle che Agostino chiamava le “tenebre della vita sociale” ereditate dalla caduta.

Il rischio dell’oblio e la tentazione del pacifismo

Per Rist, la preoccupazione di Papa Leone che le due guerre mondiali e l’Olocausto “svaniscano nel passato” è legittima, ma il rimedio non sta nell’abbandonare la teoria della guerra giusta, bensì nel non dimenticare mai gli orrori dell’appeasement verso il nazismo, perché situazioni simili “potrebbero facilmente ripetersi”. Cita in proposito le parole del generale Eisenhower ai soldati che avevano liberato un campo di concentramento: “Forse non sapete per cosa state combattendo, ma ora sapete certamente contro cosa state combattendo”.

Nella conclusione dell’intervista, Rist mette in guardia contro il rischio che le parole del Papa vengano strumentalizzate da chi, “in modo fuorviante o per codardia”, cerca di placare uomini malvagi nascondendo un pacifismo di fondo — corrente, ricorda lo studioso, sempre minoritaria nella tradizione cristiana, e difficilmente riconducibile a Gesù stesso, che non impedì a Pietro di portare una spada. Rist chiude con un’immagine tagliente: rinunciare a una teoria della guerra giusta, per quanto sempre perfettibile, equivale a un pacifista che si avvicina a un teppista intento a picchiare un disabile invitandolo a “risolvere la questione pacificamente” — col rischio, conclude amaramente, di ottenere solo “un calcio nei genitali” e ulteriori percosse per la vittima.

 

 

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