Donald Trump (presidente USA) e Ali Khamenei, (attuale Guida Suprema dell'Iran)
Donald Trump (presidente USA) e Ali Khamenei, (ex Guida Suprema dell’Iran)

 

Khamenei è morto. Gli attacchi USA-Israele hanno decapitato il vertice della Repubblica Islamica. Ma la storia insegna che dopo le bombe arriva la parte più difficile — e nessuno sembra averla pianificata davvero.

 

di Sabino Paciolla

 

Quando i primi missili statunitensi e israeliani hanno colpito l’Iran, impiegando meno di un’ora prima che il presidente Donald Trump apparisse in video per esortare il popolo iraniano a “cogliere l’occasione per rovesciare il regime”, era già chiaro che l’operazione aveva un ambizione che andava ben oltre il semplice strike militare di forte intensità. Opzione, questa, che era considerata tra le più probabili da parte di buona parte degli analisti in quanto era intesa ad indurre l’Iran a più miti consigli sul fronte di un accordo diplomatico, visto che i precedenti tentativi non avevano sortito l’obiettivo sperato. La morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, confermata dai media statali iraniani nella mattina di domenica, ha trasformato quello che poteva sembrare un attacco di deterrenza in qualcosa di molto più grande — e molto più rischioso: un tentativo di regime change in uno degli Stati più complessi e radicati del Medio Oriente. Ricordiamo che l’Iran ha una popolazione di circa 90 milioni di persone ed una estensione territoriale pari a Polonia, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria messe insieme.

L’operazione, soprannominata “Epic Fury”, ha colpito in rapida successione Khamenei, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il capo del Consiglio di sicurezza Ali Shamkhani e il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour. Una decapitazione quasi totale dell’élite militare e politica del regime avvenuta grazie al fatto che i leaders iraniani, appena ritornati da Ginevra, si erano riuniti per discutere l’esito dell’ultima trattativa diplomatica. Mossa che era stata prevista e sfruttata dalle forze militari degli USA e Israele, e che ha indotto Trump ad anticipare l’attacco. Ma, come ricorda con amara lucidità Ali Vaez su Foreign Affairs“Le bombe possono danneggiare le infrastrutture. Possono indebolire le capacità ed eliminare i leader. Ma non creano alternative politiche organizzate. Il popolo iraniano è disarmato, frammentato e deve affrontare uno degli Stati più sorvegliati della regione.”.

 

Un attacco decapitante diventato regime change — senza un piano

L’ambiguità dell’obiettivo è il primo, grande problema strategico dell’operazione. Washington non ha mai definito con chiarezza una visione post-bellica per l’Iran. Trump ha invocato la “libertà” del popolo iraniano come obiettivo, ha parlato di “cambio di regime” e ha promesso che i bombardamenti proseguiranno “senza interruzioni”. Ma cosa viene dopo?

Secondo l’analisi dell’Associated Press, gli Stati Uniti non hanno ancora delineato una visione post-bellica e non è nemmeno detto che desiderino un rovesciamento completo della leadership iraniana. Il modello a cui Washington potrebbe guardare è quello venezuelano: non un cambio di regime totale, ma la rimozione di un singolo leader e la collaborazione con elementi del regime disposti a fare accordi — come accaduto con Delcy Rodríguez dopo l’arresto di Maduro.

Il problema è che l’Iran non è il Venezuela. Come scrive Nick Paton Walsh per CNN“l’Iran non è assolutamente soggetto ad essere persuaso come lo è stato finora il Venezuela”. Le radici ideologiche e religiose del regime sono più profonde, le istituzioni coercitive più ramificate, e il contesto regionale incomparabilmente più esplosivo.

John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, pur lodando gli attacchi come “la decisione più importante” della presidenza, ha lanciato l’allarme in un’intervista a Politico“Non pensa in modo particolarmente strategico. Qual è il piano B? Qual è il piano C? Lui semplicemente non lo fa.” E sulla mancata consultazione con l’opposizione iraniana: “Forse non ha pensato oltre. Sono molto preoccupato che non abbiano consultato adeguatamente l’opposizione sul campo in Iran, e sono perfettamente consapevole che il coordinamento è difficile, perché sebbene l’opposizione sia molto diffusa, in realtà non ha una struttura di leadership. È davvero spontanea.”

 

La lezione della storia: il regime change raramente va come previsto

La storia degli interventi militari americani finalizzati al cambio di regime è lunga, e quasi universalmente amara. Vietnam, Panama, Nicaragua, Iraq, Afghanistan, Libia, Ucraina 2014. In ognuno di questi casi, come nota Tim Sullivan per AP, il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti ha raramente portato a una stabilità democratica a lungo termine. Il caso più emblematico è quello della Libia. Muammar Gheddafi fu rovesciato nel 2011 durante la prima guerra civile libica, parte della Primavera Araba e, benché siano oramai passati ben 15 anni, la Libia è ancora piagata da una guerra civile che ha prodotto ad oggi circa 40.000 morti. Cifre ben più importanti vengono attribuite ad altri casi di paesi arabi, ad esempio per la Siria si parla di 500.000 vittime.

C’è un’ironia tagliente nel fatto che Trump stesso, nel 2016, aveva dichiarato: “Dobbiamo abbandonare la politica fallimentare della costruzione della nazione e del cambio di regime”. E ancora nel 2025, in Arabia Saudita: “Gli interventisti stavano intervenendo in società complesse che non capivano nemmeno.” Ora, dopo l'”Operazione Epic Fury”, quella stessa logica torna a interrogare la Casa Bianca.

Nel video che segue del 2011, Trump si lamenta di Obama dicendo

[Obama] inizierà una guerra con l’Iran, perché non ha assolutamente alcuna capacità di negoziare, è debole e inefficace… iniziare una guerra per farsi eleggere sarebbe un oltraggio.”

 

E nel 2020 diceva:

“Abbiamo speso 8 trilioni di dollari in Medio Oriente e non ripariamo le nostre strade in questo Paese? Che stupidità. Quanto è stupido? E non ripariamo i nostri tunnel, i nostri ponti, i nostri ospedali, le nostre scuole? È pazzesco.”

 

 

Il costo politico interno è un’altra variabile che pesa. Il popolo americano non è predisposto a una guerra prolungata, l’elettorato di Trump non è stato preparato a un impegno militare esteso, e le elezioni di midterm si avvicinano. Come scrive Vaez su Foreign Affairs, Teheran sembra credere che Trump preferisca campagne limitate e spettacolari piuttosto che prolungate: una scommessa rischiosa, ma non priva di basi storiche. Walsh su CNN è diretto: “La limitata capacità di attenzione di Trump e la sua avversione per un coinvolgimento militare prolungato non fanno che rafforzare questo rischio.”

 

L’euforia svanisce: un’opposizione debole, frammentata e senza leader credibili

Nei festeggiamenti spontanei per la morte di Khamenei in alcune piazze iraniane — comunque limitati, in un Paese dove il regime controlla capillarmente l’ordine pubblico — si legge la speranza di chi ha sopportato decenni di repressione. Ma l’euforia del primo momento rischia di lasciare rapidamente il posto alla realtà.

Come avverte il generale Michael Flynn nel suo Substack“Quando l’euforia svanisce, subentra la realtà strategica.” E quella realtà è complessa: l’opposizione iraniana è ampia ma priva di struttura, spontanea ma non organizzata, e da anni viene sistematicamente decimata. A dicembre le forze governative avevano già ucciso migliaia di manifestanti e arrestato decine di migliaia di persone.

Il nome che circola con più insistenza come possibile figura di transizione è quello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Pahlavi ha rilasciato dichiarazioni entusiaste, lodando Trump per quella che ha definito un'”intervento umanitario” e annunciando che “il momento di tornare in piazza si avvicina”. Ma come ricorda Walsh su CNN, il principe ereditario “non può arrivare a Teheran e prendere le redini senza rischiare che l’IRGC, infuriato, cerchi di ucciderlo”. Pahlavi vive negli Stati Uniti in una condizione agiata e la reale ampiezza del suo sostegno in patria rimane profondamente incerta.

Nel frattempo, l’Iran continua a colpire. I missili balistici iraniani stanno raggiungendo Israele e i Paesi vicini che ospitano basi americane — quegli stessi alleati regionali che avevano esortato Washington a rinunciare agli attacchi e che ora si trovano bersagliati da droni e missili. Vaez su Foreign Affairs ricorda che l’Iran, pur in stato di indebolimento, “ha ricominciato a ricostruire il suo arsenale di missili balistici a un ritmo rapido” dalla guerra di dodici giorni di giugno scorso, ed è ancora in grado di attivare i resti della sua rete di proxy regionali.

 

Il regime mostra resilienza: un successore già nominato, le piazze non tutte in rivolta

Uno degli elementi più significativi delle ultime ore è la velocità con cui la Repubblica Islamica ha cercato di proiettare continuità istituzionale. Nonostante la morte di Khamenei e il bombardamento in corso, un Consiglio di leadership ad interim è già stato costituito. Il religioso sciita Alireza Arafi si è unito al presidente Masoud Pezeshkian e al presidente della Corte Suprema Gholamhossein Mohseni Ejei nell’organismo incaricato di svolgere le funzioni del leader supremo fino alla nomina di un successore permanente da parte dell’Assemblea degli Esperti, come riportato da ZeroHedge.

Questa risposta istituzionale rapida non è casuale: riflette decenni di pianificazione per la sopravvivenza del regime. Come osserva Behnam Ben Taleblu su Politico“un Iran post-Khamenei non è necessariamente un Iran post-Repubblica Islamica”. Il regime ha dimostrato di saper operare “strategicamente nella zona grigia, sottolineando la capacità di Teheran di portare avanti per anni sia il suo programma nucleare che quello missilistico balistico, nonostante le richieste internazionali”, sopravvivendo a enormi pressioni sia interne che esterne per quasi mezzo secolo.

E le piazze? Il quadro è misto. In alcune città iraniane si segnalano festeggiamenti per la morte di Khamenei, ma parallelamente — secondo l’analisi di CNN — le forze fedeli al regime hanno riempito le piazze in manifestazioni di sostegno, sfruttando il classico effetto “rally around the flag”: l’aggressione esterna come collante identitario. Uno scenario che Vaez definisce un possibile “errore di valutazione molto costoso” da parte di Teheran se dovesse pensare che questo basti a fermare Trump, ma che dimostra comunque la capacità residua del regime di mobilitare consenso.

George Friedman di Geopolitical Futures introduce un elemento spesso trascurato: l’esistenza di due eserciti in Iran. Accanto all’IRGC — ideologicamente fedele alla teocrazia — esiste un esercito convenzionale più laico, ereditato dall’epoca dello scià e mai sciolto perché necessario alla difesa nazionale. In caso di crollo del regime, potrebbe essere questa forza a svolgere un ruolo stabilizzatore, eventualmente aprendo la strada a una transizione — ma non necessariamente nella direzione auspicata da Washington.

 

Tre scenari, un’incognita comune

Flynn delinea tre scenari possibili: la ricalibrazione del regime con concessioni nucleari e distensione; il collasso e la transizione verso qualcosa di nuovo; il caos prolungato, con frammentazione, milizie e signori della guerra — “lo scenario Libia post-2011”. Il terzo, avverte Flynn, è quello che l’euforia impedisce di vedere.

L’incognita comune a tutti e tre è quella che il Segretario di Stato Marco Rubio aveva ammesso con rara onestà già a gennaio, durante un’audizione al Senato: Nessuno sa chi prenderebbe il potere in caso di morte di Khamenei. “È una questione aperta”, aveva detto.

Quella questione aperta è ora, drammaticamente, sul tavolo. E la storia — dal Vietnam all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia — non offre molte ragioni per l’ottimismo.

 

 

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