Lui lo sa benissimo che Armine non è bella per niente, l’ha scelta proprio per quello. Gioca abilmente sul conformismo che ci impedisce di dire la verità. Alessandro Michele intuisce lo spirito del tempo e lo restituisce in immagini: lo spirito del tempo è il queer, l’eccentrico, il transumano, tutto ciò che “liberamente” si discosta dal conformismo e dalla norma. Niente ostacola il business più della norma.

 

Alessandro Michele (a destra), Dir. Creativo di Gucci

 

di Alberto Contri

 

Cito da Esquire: “Quello di Alessandro Michele è un immaginario carico ma molto preciso, contaminato di infiniti riferimenti ad anni ed epoche passati, traboccante di accessori, simboli, colori e fantasie, in cui l’orientamento genderless fa da padrone…Alessandro Michele si può definire una perfetta crasi di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità”. Osservando le sfilate e guardando i video della nota maison, a me pare di rilevare una paccottiglia raccogliticcia cucita insieme scorrazzando tra epoche e culture diverse, ad opera di una èquipe di furbastri che approfittano del ruolo che hanno per imporre la loro visione omosessuale e “gender neutral”, spacciandola per arte e cultura. E che un vero grade stilista come Armani ha semplicemente stroncato. Alla continua ricerca di èpater les bourgeois e suscitare scandalo, Michele ha arruolato per una sfilata una ragazza armena assai androgina, dotata di nasone, sopracciglioni e orecchione volutamente sottolineati con una foto atta a evidenziare tratti che per la maggior parte delle persone sono comunemente ritenuti difetti. Alle prime critiche negative, in alcuni casi oggettivamente offensive (“ma è una cessa“) si sono levate le schiere a difesa di una scelta giudicata geniale e intelligente perchè capace di “ridisegnare gli stereotipi e l’immaginario collettivo“. Per non parlare dei soliti paladini del politically correct convinti che l’indeterminatezza del genere sia oggi uno dei massimi valori da promuovere. In merito, ritengo utile riortare tre pareri che condivido.

Questo è il pensiero del prof. Andrea del Ponte:

Sono tirato per i capelli a dire il mio pensiero sull’ultima, discussa modella presentata da Gucci per le sue sfilate. Ma non metto la foto di Armine (cercatela da soli), bensì quella di Alessandro Michele (a destra), il direttore creativo di Gucci. Colui che recentemente ha detto che per lui un vaso greco del II secolo e un vaso dell’Ikea, uno a fianco dell’altro, sono ugualmente vivi. E che “io non divido il mondo, prendo tutto per buono”. Un “modello” di relativismo inclusivista. E non dirò neanche una parola su Armine, per non prestare il fianco ai boia del politicamente corretto, che seppelliscono chi ha un proprio pensiero sotto le lapidi tombali di “body shaming” e “odiatori digitali”: autentici sicari di una mafia intellettuale che spara a vista contro chi non si adegua ai Comandamenti laici del Mondo Nuovo. Dico solo che il marchio Gucci – nei limiti in cui può, che sono quelli del marketing – ha aggiunto la sua picconata furbesca alle tante che i tanti Maramaldi europei stanno abbattendo sull’estetica occidentale, dai Greci attraverso Michelangelo sino a Canova e a Giulio Paolini per farne un cumulo di rovine, come è già capitato all’etica. In realtà, la difesa della dignità della donna è una mera mascheratura dei veri obiettivi. L’umanamente meravigliosa Armine è stata ridotta a uno strumento biecamente utilizzato per scopi commerciali (vulgo: soldi), cavalcando l’onda attuale di un furibondo antioccidentalismo e antieuropeismo. Questo sì dovrebbe indignare. Sarti e calzolai (seppure di altissimo livello) che usano un volto femminile molto alternativo e “periferico” con il proposito di moltiplicare i propri guadagni sorprendendo con un’estetica che, legittimamente, non appartiene né alla nostra storia né alla nostra sensibilità. Scandalizzarono con successo già Baudelaire e Picasso: ma la differenza è che loro usavano i versi e la pittura, qui si strumentalizza una ragazza, una persona. C’è chi guarda la singola tessera, e si esalta per la coraggiosa (?) denuncia di Gucci. Io vedo l’intero puzzle, che mostra il timer di una bomba atomica collocata accanto al cervello della civiltà europea“.

Altro parere, con un linguaggio decisamente più ruvido, è quello del filosofo Franco Maria Sardelli:

Eh no, ci hanno rotto veramente i coglioni: una multinazionale della moda – gente abituata a manipolare i corpi delle donne come fossero di plastilina – ti impone il nuovo modello di bellezza scegliendo una delle donne più brutte del pianeta e imponendola come nuova bellezza. E tutti i taddei ad abboccare in un modo o nell’altro. Ma i peggiori son quelli che si scagliano contro chi dice che questa donna è brutta, accusandoli di «body shaming» e atre troiate di derivazione americana: in sostanza, io non potrei dire che questa donna sembra il mi’ zio, perché così facendo io la giudicherei per il suo corpo. E certo che la giudico per il suo corpo! Una che fa la modella non dev’essere giudicata per le poesie che scrive. Se una si presenta a Miss Italia sarà valutata per le cosce e il culo, non per l sua conoscenza di Heiddeger. Quindi non rompeteci i coglioni col bodi scèming perché non attacca: la signorina in questione si offre al mondo per il suo aspetto esteriore, e io ho tutto il diritto di sentenziare che è una novella Mariangela Fantozzi. A maggior ragione se chi la offre al giudizio e la sbatte in prima pagina è una multinazionale che sui corpi delle femmine specula e guadagna. Una volta per tutte: la tipa in questione è bella o brutta secondo i gusti individuali, come tutti noi [e comunque inclina pesantemente al mi’ zio]. Non ce la imponete come nuova venere di Milo e, soprattutto, non accusate chi la dice brutta, razza di ipocriti.”

Non poteva mancare il parere di una scrittrice e blogger, Marina Terragni, che si autodefinisce femminista.

Armine può essere simpatica, intelligente, adorabile, brillante, intensa e anche “sexy” (la presentano come una delle modelle più sexy del mondo), ma di sicuro non è bella. Dire che Armine non è bella non è affatto bodyshaming, così come dire che solo le donne hanno la vagina non è affatto transfobico: è semplicemente usare il linguaggio per dire il più possibile la verità e non per inventarsi un altro mondo che magari fa fare profitti, ma non sta in piedi. Bodyshaming casomai è usare un linguaggio aggressivo o peggio nei confronti di Armine per il fatto che non è bella. Sottilmente bodyshaming è anche dire che Armine è bella, perché suona come una presa per i fondelli evidente agli occhi di tutti, come un’ipocrisia “esteticamente corretta” che risulta offensiva. E’ offensiva perché -nonostante quello sulla bellezza sia un dibattito millenario che non è ancora approdato a conclusioni- l’esperienza della bellezza di un essere vivente o di una cosa inanimata è un fatto intuitivo, immediato, condiviso e non spiegabile. E’ la constatazione di un’armonia che rende piacevole la contemplazione, secondo canoni che mutano nel tempo. Nel caso di Armine questa esperienza non si verifica. Dire che nel suo viso si coglie quel genere di armonia che provoca piacere in chi la osserva è una bugia che comporta l’effetto paradosso di sottolineare ulteriormente la sua notevole disarmonia. Molti uomini hanno detto cose tremende di Armine per il fatto che non è bella. Si sa che molti uomini dicono cose tremende delle donne in qualunque circostanza, quando non sono belle e anche quando sono belle: la misoginia si esercita sulle più varie e vaste praterie. Questo sì, è bodyshaming, e va condannato. La risposta in sua difesa però non può essere “Armine è bella”, perché Armine non lo è, e dire che è bella significa cascare in una trappola costruita ad arte. Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, è un comunicatore molto intelligente. L’interesse per la moda e i suoi creatori è in picchiata, ma di Gucci si continua a parlare. Le trovate di Michele sono formidabili. Tra le ultimela modella con sindrome di Down. Ora, come sappiamo, di persone con sindrome di Down ce ne sono molte meno di un tempo. La diagnosi prenatale ha notevolmente ridotto le nascite di bambine e bambini affetti da trisomia 21. Se non si mettono al mondo bambine e bambini Down è perché si ritiene che essere Down non costituisce una condizione desiderabile. Scegliendo una modella Down, Alessandro Michele va in netta controtendenza e afferma che essere Down può essere bello. Anzi, bella. Non lo fa, intendiamoci, per contrarietà alle pratiche eugenetiche (può essere che sia contrario, non ne ho idea): il senso dell’operazione è tutt’altro. L’operazione Armine non è diversa: Michele ci sta dicendo che una donna con il naso lungo, gli occhi cerchiati, la bocca sottile e il mento storto non soltanto non è brutta, ma è bella. Anzi: vuole che siamo noi a dirlo. In alcune immagini i difetti del viso di Armine appaiono opportunamente accentuati con il photoshop. Lui lo sa benissimo che Armine non è bella per niente, l’ha scelta proprio per quello. Gioca abilmente sul conformismo che ci impedisce di dire la verità. Alessandro Michele intuisce lo spirito del tempo e lo restituisce in immagini: lo spirito del tempo è il queer, l’eccentrico, il transumano, tutto ciò che “liberamente” si discosta dal conformismo e dalla norma. Niente ostacola il business più della norma. Da qualche parte ho letto che Armine è una modella “approvata dalle femministe”, come se le femministe fossero nemiche della bellezza femminile. A dire il vero è l’esatto contrario: la cura di sé e del mondo, la ricerca dell’armonia e della bellezza sono femminismo a pieno titolo, e sono pratiche politiche. La bellezza “che non piace alle femministe” (per dirla malamente) semmai è quella che si conforma prontamente alle esigenze della sessualità maschile, che si mette al suo servizio accentuando in modo grottesco i caratteri sessuali secondari (seni ipertrofici, sederi svettanti, bocche da fellatio e così via). Ma verosimilmente anche questa roba non va più, seni protesizzati e labbra al silicone sono un triste residuo del passato prossimo, ormai è diventata anche questa una “normalità” cheap che non ha più mercato se non in certi orribili reality show, e qui stiamo parlando di mercato (quasi sempre ci ritroviamo a parlare di mercato, qualunque argomento si affronti). Alessandro Michele è uomo di business, e se sceglie Armine è perché gli funziona per il marketing e per il business, non per altro. Il queer fa business, l’ossequio al femminismo non c’entra un accidente. Ossequio al femminismo, per dirla sempre malamente, sarebbe scegliere come modella una donna di peso e statura nella media, ordinariamente charmante, insomma una normale. Ma la normalità non fa fare affari, non ti vende la vertigine dell’assoluta libertà e dei limiti da sbaragliare, a cominciare dal linguaggio. Quello del linguaggio è uno dei principali campi di battaglia. Riuscire a farti dire di un uomo che è una donna, di uno che non ha utero che può mestruare e di Armine che è bella (dagli e ridagli alla fine ce la fai, vedi finestra di Overton) costituisce un’unica e colossale partita.

Probabilmente, dopo decenni di tristissime anoressiche, uno dei prossimi casting si potrebbe fare tra le protagoniste di “Vite al limite”. Trovare una di quelle povere donne di 300 kg, farla sfilare con assistenti che la sorreggano in passerella. Con relativo obbligo di dire che “è magra”. E invece non dobbiamo avere paura di dire la verità”.

 

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