Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022 E in formato testo e audio sul sito albertostrumiait/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube wwwyoutubecom/c/AlbertoStrumiaA

 

 

Scienza

 

Puntata n. 7 – La coscienza della creaturalità (VII)

La via dell’esperienza

Questa ricerca “razionale” di Dio, per l’uomo comune, non si svolge attraverso dimostrazioni metafisiche, o scientifiche in senso rigoroso – questo pochi sanno farlo in maniera sistematica e corretta e molti, oggi, erroneamente contestano la possibilità stessa di farlo – ma attraverso dimostrazioni in senso lato, cioè basate su indizi, segni (signa come li denota frequentemente il latino di san Tommaso) domande che nascono dalla propria e altrui esperienza esteriore ed interiore.

«Queste semplici considerazioni ripropongono, in un certo senso, la questione apologetica. L’apologetica tradizionale dava, in fondo, per scontato l’aspetto del senso religioso, in quanto posseduto a livello naturale da tutti gli uomini, e apriva senz’altro l’indagine sui motivi di “credibilità” di Cristo e della Chiesa. Se si fornivano dei motivi adeguati per fondare la “certezza morale” intorno alla divinità di Gesù e all’origine divina della Chiesa questo portava di conseguenza a ritenere ragionevole e possibile, con l’aiuto della Grazia, l’atto di fede. Oggi non si può più dare per scontato questo livello, che pure è naturale, del senso religioso, ma occorre guidare l’uomo alla riscoperta della sua stessa natura e riaprirgli la mente e il cuore a prendere in considerazione l’idea stessa di una rivelazione come interessante per il proprio destino umano e la possibilità di accostarsi alla fede con tutta la ragionevolezza del suo essere».

L’esperienza esteriore: la via cosmologico-scientifica

L’esperienza dell’uomo ha diverse caratterizzazioni. Prescindendo qui dalla nozione di esperienza in quanto legata ad un habitus, ad un esercizio acquisito con la ripetizione di atti di conoscenza il cui dato si è fissato nella memoria, vorrei rivolgere l’attenzione al singolo atto esperienziale. Sembra, da questo punto di vista che si possa parlare di tre gradi dell’esperienza.

  1. Il primo potremmo caratterizzarlo come esperienza sensibile, «che significa semplicemente la percezione sensibile immediata e non ancora critica che noi abbiamo a ogni istante. Noi vediamo il sole levarsi, calare; noi vediamo passare un treno, vediamo dei colori, ecc.» (J. Ratzinger, Elementi di teologia fondamentale. Saggi sulla fede e sul ministero, Morcelliana, Brescia 1986, p. 85).

Questo livello dell’esperienza è basilare, precede e rende possibile ogni ulteriore livello di conoscenza (secondo il classico principio aristotelico-tomista: niente vi è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi. Questo è quel livello della conoscenza che nell’uomo, anche quando coinvolge direttamente la razionalità, non impegna né l’azione dell’intelletto sui concetti precedentemente astratti, né la riflessione dell’intelletto sul suo atto di conoscenza.

  1. Il secondo livello, proprio delle scienze, è quello dell’esperienza come esperimento. Questo livello pone in atto un processo conoscitivo piuttosto complesso in quanto esige, oltre alla percezione sensoriale legata all’osservazione, anche l’azione su concetti precedentemente astratti dall’esperienza, come le nozioni matematiche.
  2. Il terzo livello è quello che impegna l’intelletto nella riflessione sui suoi atti. L’io giunge all’esperienza di sé attraverso la conoscenza riflessa degli atti che sono propri delle sue facoltà spirituali, quali l’intelletto e la volontà. Quando si parla di “esperienza esistenziale” (ivi, p. 88) e di senso religioso ci si viene a collocare in questo grado dell’esperienza».

I primi due livelli sono presupposti alla riflessione dell’uomo intorno all’origine e al fine di tutto ciò che circonda l’uomo, e nell’antichità costituivano la cosiddetta “via cosmologica” della ricerca filosofica e religiosa di Dio. Si tratta della ricerca del “principio causale” che spiega l’esistenza e le proprietà di tutto l’universo.

L’inno a Zeus di Cleante di Asso (filosofo stoico vissuto tra il 331 e il 232 a.C.) è uno dei documenti tra i più belli e più completi che esprimono il “senso religioso” nel mondo greco precristiano.

«Sommo onnipotente Dio dai molti nomi, Zeus, Signore della natura, tu che governi il tutto con la legge, salve! La tua lode si addice agli uomini mortali. Poiché noi tutti siamo nati da te e dotati di linguaggio siamo noi soli fra quante cose vivono e si muovono sulla terra. Perciò io voglio celebrarti e cantare sempre la tua potenza. Tuo è il cosmo che si volge intorno alla terra, te segue dove tu lo conduci, si piega spontaneamente al tuo volere, ben conosce il ministro che tu scagli con invitta mano il fulmine a due punte, infuocato, sempre vivo, che col suo urto poderoso rinsalda le cose della natura.

Per mezzo suo tu reggi il mondo, sì che dovunque si afferma la ragione ti comunichi tanto alle grandi quanto alle piccole luci del cielo, ci dai per mezzo di esse il calore e col calore la vita. Per mezzo di lui tu sei così grande, sei l’onnipotente re del mondo. Sì, nulla c’è sulla terra che si sottragga alla tua divinità, nulla nel regno dell’etere né tra le onde del mare. Solo ciò che di male compiono gli uomini lo fa la loro stoltezza. Ma tu sai raddrizzare ciò che è storto. Ciò che è brutto nella tua mano diviene bello, ciò che è nemico si consegna all’amore; il bene e il male vengono riuniti, una sola ragione regna in eterno, raccoglie tutto in armonia.

Cercano di sfuggirle gli uomini che scelsero il male, ma attirano su di sé la sventura. Tutti aspirano al bene, ma occhi e orecchi sono chiusi alla legge di Dio. Se la seguissero con la ragione, avrebbero una vita beata. Ma sono senza ragione, una vana parvenza li attrae chi qui e chi là. L’uno con folle spirito di contesa si sforza di raggiungere fama e onori, I’altro la cupidigia trascina qua e là senza meta e senza scelta, un terzo conosce solo lo sforzo di procurare piacere al corpo, di concedergli il dolce far niente. Ciascuno aspira al bene, ma tutti si smarriscono, aspirano proprio a ciò che è il contrario del vero bene. Perciò, Zeus immensamente buono, in mezzo alle oscure nubi signore del fulmine fulgente, sii benevolo verso noi uomini! Togli, o padre, anche dalla nostra anima l’oscurità della stoltezza!

Dacci l’intelligenza e il buon senso, tuo regale retaggio! Se tu ci onori così, allora anche noi possiamo dare onore a te, intonare l’inno di lode, quale si addice agli uomini mortali. Poiché nessun ufficio più alto fu dato agli dèi e agli uomini che celebrare la legge che gli uni e gli altri nel giusto unisce» (Cleante Asso, “Inno a Zeus”, in La Stoa, vol. I, di M. Pohlenz, Firenze 1967, pp. 219-220).

Anche la Scrittura – come del resto i testi delle tradizioni religiose ad essa contemporanee – riporta, nei libri sapienziali, in sintesi, lo sforzo della ricerca umana di un significato della creazione, sottolineando l’atteggiamento che dà origine all’indagine e alla riflessione dell’uomo, a partire dall’esperienza del mondo esterno a lui, l’atteggiamento dello stupore. In poche parole, però, il libro della Sapienza formula il metodo corretto di questa indagine, quando dice: «Difatti, dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (Sap 13,5).

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