Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Che papa hanno eletto i cardinali scegliendo l’agostiniano Robert Francis Prevost? Le analisi sulla sua persona, per lo più di natura indiziaria, si sprecano. Personalmente, credo che vadano soprattutto tenute presenti le sue origini di Chicago, diocesi difficile ma plasmata dal magistero di due importanti protagonisti della Chiesa post-conciliare statunitense: i cardinali Joseph Bernardin (1928-1996) e Francis George (1937-2015) (vedi a riguardo: Papa Leone XIV: prime impressioni sul nuovo papa – Il blog di Sabino Paciolla). 

La curiosità di fronte ad un nuovo papa eletto è comprensibile, ma vanno pertanto messe da parte categorie limitanti come quelle politiche, quasi che il conclave sia un parlamento che elegge un esponente di questo o quel partito a una carica pubblica. La Chiesa cattolica non funziona così. È quel che spiegò proprio il card. George in una omelia famosa, poi pubblicata in forma di saggio: quel che conta è «semplicemente il cattolicesimo (Simply Catholicism), in tutta la sua pienezza e profondità, una fede capace di distinguersi da qualsiasi cultura e tuttavia capace di coinvolgerle e trasformarle tutte, una fede gioiosa in tutti i doni che Cristo vuole donarci e aperta al mondo intero per la salvezza della quale è morto. La fede cattolica plasma una Chiesa con ampio spazio per le differenze nell’approccio pastorale, per la discussione e il dibattito, per iniziative tanto diverse quanto le persone che Dio ama. Ma, più profondamente, la fede plasma una Chiesa che conosce il suo Signore e conosce la propria identità, una Chiesa capace di distinguere tra ciò che si inserisce nella tradizione che la unisce a Cristo e ciò che è una falsa partenza o una tesi distorta, una Chiesa unita qui e ora perché è sempre una cosa sola con la Chiesa di tutti i tempi e con i santi in cielo».

La curiosità è inevitabile, perché, come ha spiegato una volta lo scrittore milanese Davide Brullo (1979), si avverte nel ministero petrino l’esercizio di un potere speciale, che non ha tempo, in quanto preesiste a quello del governo ed è autentico, non invece effimero come quello di un parlamento, perché riguarda le cose spirituali.  L’occasione fu quella della pubblicazione del suo romanzo Rinuncio (Guaraldi), una tormentata riflessione sulla figura del papa che riuscì a interessare la giuria del premio Campiello (2014), fino a sfiorarne la vittoria. Davide Brullo non ha mai smesso di pensare che «Dalle sue origini ancestrali la letteratura italiana si occupa di Dio (Dante); la letteratura moderna, poi, nasce con uno che usa magistralmente l’espediente del “manoscritto perduto e ritrovato” (Alessandro Manzoni). Rischiando di essere avanguardista, sono uno che si allea alla tradizione. Non capisco perché i letterati italiani si siano dimenticati di Dio, il tema ineludibile della letteratura».

Rinuncio racconta il più clamoroso gesto di governo di Benedetto XVI, quello delle sue dimissioni, e la conseguente, difficile coabitazione con il suo successore Francesco, evitando però accuratamente di coltivare i dubbi rincorrenti sulla legittimità dei due papi: dubbi che non hanno risolto né la problematicità della situazione, né la crisi della fede in cui si dibatte la Chiesa. Nulla di nuovo: già all’epoca del Grande Scisma (1378-1417), più di un papa si contese l’elezione al soglio di Pietro, pur contando il sostegno di autorevoli uomini e donne di Chiesa, come Santa Caterina da Siena e S. Vincenzo Ferrer, e delle migliori menti del tempo, come il giurista Baldo degli Ubaldi, fino al gesto di rinuncia di Gregorio XII (1415), ma senza che si affrontasse quella necessaria riforma della morale e dei costumi che, un secolo dopo, il protestantesimo cavalcò facilmente, regnante anche allora un papa Leone, il X (1475-1521), figlio di Lorenzo il Magnifico, banchiere e signore di Firenze.

L’espediente letterario cui ricorre Rinuncio è quello della pubblicazione di un manoscritto basato sugli ultimi pensieri di Benedetto XVI, composto nella cella del convento dei frati serviti di Prestinone, in Val d’Ossola, in cui Davide Brullo immagina che il papa emerito sia stato rinchiuso dal suo successore Francesco, sorvegliato a vista da tre frati, e dove si immagina sia morto appena nove mesi dopo la sua rinuncia. Gli inediti pensieri di Benedetto XVI non sfuggono a un novizio, chiamato significativamente Giusto, che si immagina li abbia poi pubblicati con la collaborazione di Abisag («come la donna che donò consolazione al re Davide, al termine del suo regno»), una ragazza addetta al riordino della cella del papa emerito, scelta per la sua fede valdese, così da non essere attratta dall’intensa spiritualità ancora emanata da Joseph Ratzinger.  

La pubblicazione non sfugge a Francesco, perché nel frattempo la circolazione degli ultimi pensieri di Benedetto XVI ispira una piccola comunità, detta dei «rinunciatari», guidata dagli stessi Guido e Abisag ma che, ben presto, si dimostra insofferente nei confronti del vescovo della diocesi di Prestinone. Rinuncio riporta una lettera apocrifa di Francesco, che ordina l’immediata soppressione dei «rinunciatari». Nonostante il tono letterario, la sua condanna dei «rinunciatari», di fatto a circa un anno dalla sua elezione, coglie in pieno il caratteristico autoritarismo del pontificato di Francesco: «Di fatto, essi incrinano il dogma e non riconoscono il mio ruolo. Questo basterebbe a scomunicare e a esiliare dalla comunità cristiana gli eretici. Ma non siamo nel Medioevo, né occorre far troppo rumore: il vizio prolifera come un virus se lo si fa degno di attenzione. Soffoca i disobbedienti senza provocare un incendio: il popolo è attratto dalle fiamme, dalla fama scaturita dalla perversione. Se saprai tentarli, si squaglieranno. Ti chiedo di provare la fede di questi intemperanti: il lupo e la tigre sono carnivori, vedrai che si scosteranno dalla preghiera e dal deserto per affondare i denti nel mondo. Quanto a me, non rinuncio ad imparare da chi ci contesta. L’eresia rafforza la giustizia, i nemici chiarificano le nostre intenzioni, senza la caduta di Adamo non sarebbe possibile la vicinanza più acuta a Dio, concessa dalla resurrezione, il male costringe a scegliere il bene». 

Ma Rinuncio quali immagina siano stati gli ultimi pensieri di Benedetto XVI? Dopo la sua rinuncia, gliene sono stati attribuiti tanti, non meno fantasiosi di quelli di Rinuncio, da parte di amici e di nemici, trascurando il fatto che il papa emerito si esprimeva regolarmente, con scritti autografi pubblicati in varie sedi, intervenendo sulle questioni in cui riteneva opportuno e necessario farlo («Io continuerò ad accompagnare il cammino della chiesa con la preghiera e la riflessione», disse in occasione della sua ultima udienza), ma quasi mai gli si è dato il peso dovuto. Davide Brullo immagina che Benedetto XVI abbia appuntato i suoi ultimi pensieri sui libri trovati nella sua cella; fra questi, sull’ultima pagina di una copia della Città di Dio di Sant’Agostino: «La rinuncia è il gesto conseguente per chi si consegna a Pietro. Il discepolo che per tre volte tradisce ed è condannato a essere il capo della Chiesa insegna che il tradimento è fondamentale per capire di dover riparare la colpa, che non si vive per sé ma solo in virtù di ciò che si ama. E che questo amore deve essere temprato dalla vergogna, forgiato nel disinteresse». Benedetto sembra essere sicuro, dimettendosi, di poter svolgere un ruolo diverso, più inedito, per certi versi non meno incisivo, di guida e faro della cristianità: «Svuotando il trono papale, ho deciso di interrompere il mio dialogo con Dio, destinando questa possibilità al suo successore. Da allora Dio non mi parla. Forse perché mi ha allontanato – forse perché è dentro di me: sono diventato io stesso il trono, la dimora in cui Egli siede guidando la civiltà, lo scintillio dei secoli». E scrivendo alla misteriosa Abisag, mentre gli rifà la stanza: «Si rinuncia soltanto a ciò che si ama profondamente, più della propria vita. La rinuncia, così, esalta l’amore. In questo senso, la rinuncia non è una sconfitta, un’assenza, un abbandono, ma, al contrario, la forma più alta di amore. Un sacrificio necessario perché questo amore diventi indimenticabile. Altrimenti, è destino dell’uomo consumare tutto quello che tocca. Una rinuncia simile è quella della verginità. Amo a tal punto da sacrificare il corpo, proprio per rendere santo e incorrotto il mio amore. Ma nel solco di questa scelta il corpo non è né obliterato né sbriciolato, al contrario, ne viene espressa l’estrema importanza».

Le ragioni che il Benedetto XVI di Rinuncio lascia intravvedere sembrano improntate ad un misticismo (non a caso si ricordano Santa Ildegarda di Bingen e Meister Eckhart) che trascura le conseguenze che ogni azione di governo comporta. Come può una mente brillante come quella di Benedetto XVI essersi così ingannata? Forse, il suo disegno era più profondo di quello attribuitogli da certi suoi esegeti e Rinuncio prova a spiegarlo così: «La mia rinuncia è una forma di conversione: desidero che il cristianesimo torni a germinare genuino. E questo è possibile soltanto frequentando, ancora, l’esilio, riducendo San Pietro a un deserto, a una tenda. Spero di aver sterminato i tiepidi, gli araldi del buon costume, allievi del demonio». Certamente, dopo la sua rinuncia, un gesto di debolezza agli occhi del mondo, molti sono venuti allo scoperto. Non un cattivo risultato, per un «rinunciatario» che può iscriversi di diritto fra i seguaci di Giusto e Abisag, ispirati a un «cristianesimo nudo, povero, di furiosa ingenuità e di violenta debolezza» e che si immagina perseguitati da Francesco.

Nelle ultime parole del Benedetto XVI di Rinuncio vi è una convinzione precisa, anche se non facilmente decifrabile a prima vista, espressa tanto tempo prima, ma che ora solo la sua personale rinuncia poteva drammaticamente inverare. È il contenuto di una sua famosa conversazione radiofonica del Natale del 1969, che da allora ricorre ogni tanto nei periodi di crisi della Chiesa e riguarda la sua sopravvivenza nel futuro, espressa attraverso l’immagine apocalittica di un «piccolo gregge». Gesù non ha mai promesso che i suoi seguaci sarebbero stati la maggioranza o che il Regno di Dio sarebbe stato accolto da tutti. Al contrario, ha avvertito che sarebbero stati perseguitati, rifiutati e messi alla prova – in un mondo che li avrebbe osteggiati. Il «piccolo gregge» rappresenta allora quei fedeli che, anche in mezzo alle crisi – interne ed esterne alla Chiesa – rimangono saldi nella fede, nella speranza e nella carità, uniti a Cristo, al Magistero autentico e alla Tradizione viva. È simbolo di perseveranza, fedeltà silenziosa. Del resto, il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna espressamente che, prima del ritorno di Cristo, la Chiesa deve attraversare una prova finale che scuoterà la fede di molti (cfr. n. 675). Questa prova avverrà sotto forma di un grande abbandono della fede – un’apostasia.

Spiegava allora il professor Joseph Ratzinger: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione. In quanto piccola società, avanzerà richieste molto superiori su iniziativa dei suoi membri individuali. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso, perché dovranno essere eliminate la ristrettezza di vedute settaria e la caparbietà pomposa. Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto».

Ovvero, «semplicemente, il cattolicesimo».

 


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