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di Occhi aperti!

 

Don Dolindo, nel suo ampio commento al Nuovo Testamento [1], ebbe modo di rivelare aspetti della Passione di nostro Signore Gesù Cristo generalmente trascurati o, più facilmente, non ben soppesati. Il sacerdote napoletano, morto in concetto di santità nel 1970 a 88 anni, ebbe il singolare dono (vedi qui precedente articolo) di penetrare le Scritture in modo soprannaturale; prova ne è non solo la singolare profondità di pensiero ma l’attualità della riflessione contestualizzata che sempre ne scaturisce. Il Vangelo è vivo, è parola di vita per chi lo accoglie, ma occorre – oggi più che mai – chi sappia trasmetterlo, non solo con la testimonianza della propria storia personale ma con un’intermediazione che ne attesti una vera comprensione nel preciso momento storico d’appartenenza.

Benché ogni venerdì, tanto più il Venerdì Santo, richiami alla memoria la Passione del Signore, credo che, per i venti di guerra che in questi nostri giorni soffiano gagliardi, valga ancor più la pena di accomodarci in religioso silenzio per meditare su di un raggio di luminosa sapienza proveniente da quest’umile Servo di Dio, che squarcia il velo su di un momento particolarmente doloroso della Passione, vissuto dal nostro Redentore.

“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi”. [2]

Ascoltiamo don Dolindo, ancora turbato nell’animo dalla Prima Guerra Mondiale e, molto di più, dalla Seconda, e immaginiamo queste espressioni forti applicate agli attuali orrori tra Israele e Gaza, tra Ucraina e Russia, senza dimenticare il popolo armeno e quello nigeriano, tanto per citare situazioni di guerra molto note benché spesso trascurate dalla narrativa dominante che tende ad oscurare tutto ciò che subiscono le minoranze, soprattutto se cristiane:

“Oggi, in piena follia militarista e guerriera, noi stentiamo a farci un concetto di quello che è un soldato in pace e in guerra. Abituati ai soliti luoghi comuni e ubriacati dalle millanterie d’un eroismo falsato, non possiamo vedere le cose come sono e crediamo alte virtù le manifestazioni della brutalità più ripugnante.

Gesù Cristo, non senza una divina ragione, ha voluto su di sé l’impeto bestiale dei soldati per espiarlo.

È necessario considerare la psicologia militare nei capi e nei gregari, in pace e in guerra, per avere una certa idea di quello che fu l’irruenza militare contro Gesù. Lo facciamo nella maniera più sintetica che ci è possibile, benché l’argomento richiederebbe una profonda meditazione. L’umanità dovrà un giorno vergognarsi del militarismo, e ricordarsi che l’eroismo vero è una cosa ben diversa dall’irruenza bestiale di chi dimentica di essere uomo e cristiano e scende al di sotto del livello dei bruti.

I militari appaiono come il tipo della disciplina e dell’ordine. Al vederli marciare, infatti, e al considerarli nell’esecuzione degli ordini che ricevono, si ha questa impressione, che in realtà è falsa.

Riuniti come accozzaglia di gente, diversa per indole, per educazione e per sentimenti, i soldati sono quanto di più indisciplinato si possa concepire, nell’anima, nei costumi, nell’ossequio alle leggi e nel timore di Dio.

Ecco, per esempio, un militare sull’attenti alla presenza di un superiore che lo redarguisce; sta lì, piantato come una colonna, e può rispondere semplicemente con un signor sì o un signor no; saluta e si ritira, in ordine perfetto, ma quante imprecazioni sono fiorite in quell’anima! Egli crede, e a volte con fondamento, che il generale sia un asino, il colonnello un uomo brutale, il tenente un tirannello, il caporale un avventuriero, e passa la giornata nelle meditazioni o dell’ira o della vendetta, pronto a sfogare la sua accumulata brutalità appena ne ha il destro. Il comando, naturalmente, esige solo una disciplina materiale ed esterna.

I capi, in generale, salvo la bontà individuale dei buoni, sono persone occupate tutte in cose materiali e spesso brutali poiché, educati alla violenza, non sanno pensare che a raffinarla per la guerra, salvo poi a credere quasi un onore della loro vita l’immoralità. […] Non parliamo degli onesti tutelatori dell’ordine, parliamo dell’esercito come lo si concepisce oggi, massa che non ragiona e non ha senso morale, ma che segue, per timore, l’indirizzo di un qualunque facinoroso che riesce a servirsene per i suoi fini.

Il soldato non fa che maneggiare armi, e poiché il bersaglio di queste è la vita umana, finisce per credere quasi nulla il valore e il diritto della vita. Per questo, in guerra o nelle azioni che hanno del guerriero, diventa crudele, spietato, feroce, e lo diventa tanto più impunemente e senza rimorso in quanto la sua ferocia è riguardata come eroismo ed è premiata con medaglie al valore.

In realtà, il soldato, in guerra, non tende che a salvare la propria pelle, e tutte le forme del suo eroismo hanno quasi sempre questa caratteristica ultra egoistica. I casi di vero eroismo sono solo quelli nei quali ci si sacrifica per salvare gli altri. Uccidere non è eroismo; distruggere subdolamente non è grandezza; tendere un tranello non è gesto di un cuore superiore. Se si enumerassero gli episodi di crudeltà spietata di tanti pretesi eroi, ne verrebbe fuori una storia di orrori da far rabbrividire!”.

Chi volesse leggere di tra le righe del sacerdote partenopeo un attacco alla figura del militare in senso ampio, commetterebbe un frettoloso errore di valutazione. Infatti, in altri punti dei suoi luminosi scritti, si evince quanto l’opera di difesa sia più che lecita e legittima, come ha sempre insegnato la Chiesa Cattolica.

D’altronde, il Signore stesso non ha mai suggerito al centurione romano di cambiare mestiere ma ne ha lodato la grande fede (Lc 7, 1-10). Tanto che, nel dettaglio, l’evangelista Luca, riferendosi al giudizio che ne diede Gesù, usa la parola greca θαυμάζω (thaumázō), che si traduce con “meravigliato” o “stupefatto”, “còlto da stupore”. E al Messia, appunto, tanto piacque la fede di questo soldato romano da farne, lungo tutta la Storia, un perfetto esempio da seguire.

Leggiamo in proposito le righe della nostra “guida” alla Parola di Dio, don Dolindo:

“[…] La sua fede (del centurione, ndr) nel potere divino di Gesù era grande, ed egli stimava che anche il malanno mortale avrebbe obbedito alla sua parola, come un dipendente obbedisce a quella del suo superiore. Militare, abituato all’obbedienza e al comando, senza ammettere esitazioni, aveva una fiducia assoluta nel comando che Gesù avrebbe dato al malanno, e con questo lo riconosceva come vero Dio, perché solo Dio può produrre quello che dice. La sua fede era così viva e perfetta che Gesù stesso ne fu ammirato, non avendone trovata tanta in Israele.

Nel medesimo istante, Egli, in lontananza, guarì il servo, comandando con un semplice atto di volontà al malanno di lasciarlo libero.

La Chiesa, non senza una profonda ragione, ripete a Gesù le parole del centurione quando dispensa ai fedeli la Santissima Eucaristia: Domine non sum dignus, perché esige da loro questa fede umile e confidente. […]

La fede del centurione era profondamente umile, e deve essere questa la caratteristica della nostra fede avvicinandoci a Gesù Sacramentato: siamo indegni di Lui, ma siamo estremamente bisognosi del suo aiuto; il senso della nostra indegnità ci conserva il rispetto amoroso che gli dobbiamo, e il bisogno del suo aiuto ci fa abbandonare alla sua misericordia. Dolorosamente, la nostra povera fede ha spesso il carattere della presunzione, e per questo ottiene poco o nulla. Non ci accostiamo al Signore con il sentimento pieno della nostra indegnità, ma crediamo che ci sia dovuto quello che vogliamo e mormoriamo della divina bontà quando ci vediamo inesauditi. Se sapessimo credere umiliandoci, quante volte sperimenteremmo l’infinita misericordia di Dio!”.

E così pure, va ricordato anche un altro centurione, non più sulla strada percorsa da Cristo ma che troviamo al vertice della Sua missione, sulla Croce:

il centurione che stava di guardia sul Calvario, vedendo quello che era accaduto, riconobbe la verità e glorificando Dio esclamò: «Costui era veramente un giusto» o, come dicono san Matteo (27,54) e san Marco (15,39): «Veramente costui era figlio di Dio». Egli fu così il primo del popolo pagano a riconoscere in Gesù Cristo il Messia e a proclamarlo pubblicamente.

Da ultimo, come non ricordare il centurione Cornelio che, con le sue vicende, occupa tutto il capitolo X degli Atti degli Apostoli?

Eccoci così al tempo propizio immediatamente dopo la “conclusione” dell’opera ri-creativa di redenzione di nostro Signore Gesù Cristo: qui siamo chiamati a meditare seriamente sulla fede di un altro soldato, italiano.

Ma lasciamoci pazientemente istruire da don Dolindo [3], senza lasciarci sfuggire “il geniale collegamento che l’Autore rileva tra san Pietro, il futuro Vescovo di Roma, e la conversione del primo pagano…Cornelio, un italiano che rappresentava Roma, centro della civiltà di quel tempo (nota 26 all’interno del testo citato al punto [3]):

“[…] Egli (Cornelio, ndr) comandava una centuria della coorte che presidiava Cesarèa, e che faceva parte della legione detta italica. […] La coorte era la decima parte di una legione, e comprendeva da 500 a 600 uomini. Cento di questi uomini erano comandati da Cornelio. I soldati di questa legione erano italiani e comandati da italiani; erano distaccati a Cesarèa per maggiore sicurezza del governatore romano che risiedeva in quella città. Cornelio quindi, il primo dei gentili convertiti al Cristianesimo, era un italiano.

Non è accidentale questa circostanza nel disegno di Dio; Egli voleva costruire nell’Italia il centro della Chiesa, e abbattendo le barriere che separavano il popolo ebreo dai Gentili, chiamò per primo un italiano. Con questo il Signore non faceva torto alle altre nazioni, perché in questi tempi l’Italia dominava su tutte le genti civili, ed era come il centro del mondo allora conosciuto.

L’elezione di Cornelio poi non deve tanto inorgoglirci quanto raccoglierci in profonda gratitudine a Dio.

Chiamati per primi alla fede, noi italiani dobbiamo sentire il dovere di custodirla nel nostro cuore e di praticarne i precetti. È questo il nostro vero tesoro e la nostra gloria.

[…] Cornelio aveva desiderato conoscere meglio il Signore e compire la divina volontà, e Dio lo esaudisce inviandogli san Pietro” … “perché solo il capo della Chiesa poteva aprire le porte alle genti e rompere la muraglia che le separava dalla fede”. […]

“Cornelio, nell’attesa di colui (San Pietro, ndr) che gli era stato segnalato soprannaturalmente da un Angelo, aveva radunato i suoi parenti e i suoi più intimi amici, per metterli a parte di un fatto tanto eccezionale. […]

Benché san Pietro conoscesse già per sommi capi lo scopo della sua chiamata a Cesarèa, pure domandò innanzi a tutti a Cornelio per quale motivo lo avesse chiamato. […] Cornelio fece con precisione ed esattezza il racconto della visione che aveva avuta, si mostrò lieto che Pietro avesse acceduto al suo invito, e si protestò pronto con tutti quelli che erano con lui ad ascoltare tutto quello che Dio voleva imporre loro per mezzo suo. Noi siamo tutti innanzi a te, disse il centurione, o secondo i migliori codici greci: Noi siamo tutti innanzi a Dio; siamo nella disposizione di conoscere la sua santissima volontà e di praticarla, e perciò tu parlaci liberamente in Nome del Signore.

San Pietro […] fece un discorso, nel quale dopo aver lodato Dio che chiama alla fede tutti gli uomini, senza più distinzione di nazionalità, espose brevemente e sinteticamente la storia della vita, Passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo […] per venire alla conclusione pratica che per Gesù Cristo doveva riceversi la remissione dei peccati. Da quel discorso Cornelio e quelli che erano con lui capivano […] perché si fossero convertiti a Gesù Cristo. Egli era l’annunciato dei Profeti, e tutti questi messaggeri di Dio attestavano, annunciandolo, che chiunque avesse creduto in Lui avrebbe avuto nel suo Nome la remissione dei peccati. […]

Cornelio ricevette la grazia immensa della fede in modo straordinario, perché vi si era remotamente preparato con la preghiera e con le elemosine. Era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia e, perché assiduo nella preghiera, capiva che l’anima sua aveva bisogno di altro per raggiungere il pieno amore verso Dio, e pregava.

Prepariamoci anche noi con l’orazione e l’elemosina a ricevere più alti doni divini. […] A Cornelio mancava la fede, a noi manca lo spirito profondamente cristiano e la santità. Preghiamo perché lo Spirito Santo discenda nell’anima nostra silenziosamente e ci trasfiguri in novelle creature.

Cornelio era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; l’armonia della carità familiare diede al suo spirito e a quello dei suoi cari un maggior agio di pregare.

Oh se le famiglie cristiane fossero unite nella carità, quante volte le grazie di Dio, spirituali e temporali le arricchirebbero!

In generale, ahimè, le famiglie sono in continui dissensi, i loro membri si riguardano poco meno che estranei, se non addirittura nemici, e come può, in queste condizioni, il Signore effondersi in esse e vivificarle di novella vita?

La preghiera e l’elemosina sono il grande segreto dell’armonia familiare, poiché pregando insieme si cementano le anime, ed esercitando la carità si ingentiliscono i cuori. Rendiamo le nostre famiglie un tempio vivo del Signore, affinchè la sua grazia le santifichi. Nelle famiglie c’è l’incomprensione scambievole perché le anime che le formano non si ritrovano in Dio, c’è molte volte l’urto e il contrasto, perché manca l’esercizio della carità.

La beneficenza non impoverisce mai le famiglie, e dove c’è la generosità per amore di Dio, ivi c’è la generosità della misericordia e della grazia del Signore. È un fatto che i Santi sono usciti quasi sempre da famiglie dedicate alla preghiera e alla carità, perché queste opere sante attirano sulle famiglie lo Spirito Santo, e lo Spirito Santo forma i fiori olezzanti della santità.

Appena Cornelio ebbe la visione e il comando dell’Angelo, chiamò i suoi servi e il suo attendente e li mandò a Joppe (Giaffa, ndr) per conoscere da san Pietro la volontà di Dio sulla sua vita. Noi non vediamo gli Angeli, ma spesso ne ascoltiamo le voci nelle ispirazioni interne. Non siamo perciò restii alle chiamate divine, e andiamo dai Sacerdoti per conoscervi come corrispondervi fedelmente. […]

In una modesta stanza, lontana dal fasto e dal frastuono del mondo, si compiva uno dei più grandi disegni di Dio, la chiamata dei pagani alla Chiesa. Chi l’avrebbe mai supposto? Così sono tutte le opere di Dio, e dai piccoli germi sorgono i grandi alberi che riempiono poi la terra. Lodiamo e benediciamo il Signore che si degnò di chiamarci alla fede, e custodiamo gelosamente nel cuore questo immenso tesoro.

Superiamo le insidie che il mondo ci tende, massime oggi, e conserviamo gelosamente la semplicità della nostra fede. Siamo troppo abituati ad una fede ambigua, che cerca di conciliare la vita mondana con quella cristiana; siamo avvelenati dal razionalismo e dal criticismo, e in realtà crediamo solo quello che vediamo con i lumi della nostra limitata e personale ragione. La fede esige anche un ragionevole ossequio, fondato però sempre sull’autorità di Dio rivelante.

Più è piena la nostra fiducia in quest’autorità, più è viva la nostra fede, più è semplice il nostro abbandono in Dio e più è facile raccogliere frutti ubertosi di misericordie e di grazie.

La fede è una grande potenza che domina anche la natura insensibile, è una grande ricchezza che ci dona i tesori del cielo, è un’immensa gioia che ci fa esultare nella luce della verità, è come un romitaggio dove nel silenzio dei sensi e della ragione si contemplano le grandezze di Dio. La fede sostiene la nostra speranza nelle angustie della vita mortale, ci riequilibra negli sconcerti del cuore e ci dona la pace.

Signore accresci la nostra fede, aiuta la nostra incredulità.”

Ora, dopo aver meditato sulla fede di tre centurioni in tre diversi momenti del Nuovo Testamento ed esserci soffermati particolarmente su quella dell’italiano Cornelio, facciamo un passo indietro e torniamo alla soldataglia scagliatasi contro il mansuetissimo Agnello di Dio, e riflettiamo: da chi furono aizzati quei feroci soldati? Chi furono i maligni fomentatori di quel militarismo brutalizzante?

Don Dolindo ce li indica risolutamente, dopo attenta lettura e contemplazione delle Scritture, nella figura “dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei” …cui facevano capo Anna e Caifa, sommi pontefici di quel tempo:

 “Anna aveva tenuto il sommo pontificato dall’anno 7 al 14. Benché deposto poi dal pontificato, aveva continuato ad avere grande influenza sul popolo e ad essere considerato come capo del giudaismo. […] Anna era astutissimo, odiava il Redentore e lo aveva in massimo disprezzo; era tutto invasato da satana e non desiderava che disfarsi di Colui che stimava un sobillatore e un perturbatore, rodendosi d’invidia per le grandi opere che Egli faceva. […] Era questa la losca figura del primo giudice dinanzi al quale fu trascinato Gesù. Caifa non era dissimile da lui, e l’Evangelista ricorda intenzionalmente che egli aveva affermato essere utile che un uomo morisse per il popolo (Gv 11,49) per far notare che, prima di giudicarlo in un modo qualunque, l’aveva già condannato e aveva deciso che dovesse essere ucciso.”

Fu così che con

 “il denaro comprarono il voto del popolo e lo indussero non solo a domandare la liberazione di Barabba, ma a pretendere la morte di Gesù. […]

Il primo processo contro il Re divino – bisogna confessarlo – è fatto dai suoi ministri infedeli e cattivi, perché non c’è persecuzione del potere civile che non sia preparata da un dissolvimento della pietà e della santità sacerdotale. Se i sacerdoti fossero tutti santi, chi oserebbe combattere la Chiesa? Il potere civile, quando è apostata e miscredente, considera Gesù come un essere pericoloso e considera la Chiesa alla stessa stregua. […] Il mondo non capisce che la Chiesa è fondata da Gesù Cristo per rendere testimonianza alla Verità e alla giustizia; la vorrebbe servile, e poiché questo è impossibile alla stessa missione divina che essa ha, la perseguita. La Chiesa è sempre un ostacolo formidabile per i sopraffattori e per i tiranni, e per questo è odiata da loro. Nelle ingiustizie che commettono, si trovano sempre davanti la Parola della infallibile verità che li confonde, e quando credono di averla sopraffatta spariscono come paglia dinanzi al vento, travolti dalla potenza di Dio. […] La Chiesa non può tradire perché è il regno della Verità; anche quando qualche suo capo lasciasse a desiderare, non potrebbe mai giungere agli eccessi dei tiranni, perché la verità finirebbe per avere sempre il sopravvento e, con la verità, la giustizia e la carità”.

Giacché le vicende ecclesiali contemporanee sembrano andare ben oltre le pur attuali profetiche e veraci asserzioni di Don Dolindo, raccolte in tutto il suo mirabile e amplissimo commento alle Sacre Scritture, e dovendo ammettere che mai si era vista all’opera una sorta di “contro chiesa” né una sorta di “contro papato” nella stessa Chiesa, è facile comprendere che nel tentativo di ostacolare la funzione di “Katèchon” della Sposa di Cristo, ne va di mezzo anche la pace delle nazioni. Ci sono guerre perché la Chiesa stessa è oggi divisa ed è in guerra! Ci sono guerre e rumori di guerre perché è in atto una manovra di sovvertimento per impedire alla Sposa di Cristo di “rendere testimonianza alla Verità e alla giustizia”, rendendola vassalla del mondo e snaturando la sua missione – cosa possibile solo dall’interno – per mezzo di eresie dai contorni più o meno sfocati, apostasie per lo più silenti e scismi non ufficializzati ma concreti e tangibili.

Una Chiesa minata nelle sue fondamenta perché si dissolva – perlomeno in altro da sé (pensiamo ai più recenti “cambi di paradigma” per indurre, se possibile, a sincretismo, protestantizzazione, contaminazione con culti pagani e idolatrici, ad un secolarismo sempre più marcato e, cosa forse più grave di tutte, ad un asservimento ai poteri mondiali…mediatici, politici, sanitari, ecologisti, finanziari ecc…) – implica il crollo stesso delle società. La prima, quella occidentale. Ovvero, la civiltà cristiana per eccellenza, di cui l’Italia dovrebbe essere “faro” indiscusso…

La Chiesa di Cristo preserva l’ordine: l’avanzare del caos, in una confusione sempre più soprannaturalmente letale, indica inequivocabilmente che una parte di essa – soprattutto quella più gerarchica e istituzionale – si è arresa ed è passata al nemico. I “Saruman” sono molti – e vanno smascherati e messi di fronte a una scelta definitiva – mentre i “Gandalf” scarseggiano e debbono serrare le fila al più presto in nome della salvezza delle anime comandata da Cristo!

Il dono della pace, allora, temo (e questo lo dico in senso ampio) non possa essere un automatismo raggiungibile con una consacrazione “esteriore e di facciata” al Cuore Immacolato della Madre di Dio nel tentativo di perseguire un certo risultato senza una conversione fattiva all’unità, un’unità che significa la Trinità Santissima! e ce ne rammenta la comunione eterna; perciò, quest’unità, la si può ben evincere dalle richieste stesse della Beata Vergine Maria di Fatima, pervenuteci attraverso Suor Lucia dos Santos. Una unità cui dobbiamo tendere a tutti i costi attraverso il magistero vivo, vivificante e perenne della Chiesa, la piena fedeltà alla imperitura Dottrina di Cristo e l’incessante, filiale ricorso alla nostra amatissima Mater Gratiarum, nella Comunione dei Santi.

Quello che voi chiamate pace, e tutto quello che voi state facendo per la pace, non è altro che inganno, perché manca la conversione, manca la preghiera […]; manca la penitenza per la purificazione e per il perdono dei vostri peccati! […]” [4]

 

(Occhi Aperti! è lo pseudonimo di una persona realmente esistente)

 

Note:

[1] “Nuovo Testamento – I quattro Vangeli”. Casa Mariana Editrice, Apostolato Stampa.

[2] Gv 19,1-3

[3] “Sacra Scrittura vol. 9, Atti degli Apostoli, Lettere Cattoliche, Apocalisse”, del Sac. Dolindo Ruotolo, Casa Mariana Editrice, Apostolato Stampa

[4] Sono parole di Gesù, rivolte a Bruno Cornacchiola il 1° gennaio 1988, tratte dal libro “Il Veggente. Il segreto delle Tre Fontane” di Saverio Gaeta, Salani Editore (pag. 187)

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