Momo
Momo

 

 

di Alberto Strumia

 

Il testo che propongo oggi, dello stesso autore di quello della volta scorsa – Michael Ende (1929-1995) – ne è quasi un secondo capitolo, come una seconda puntata… Anche di questo testo di genere “apparentemente fiabesco” suggerisco una “lettura teologica”, in prospettiva cristiana.

Nel brano, dal quale ho tratto solo i passi essenziali, per brevità, compare uno tra i protagonisti (i “Signori Grigi”) dell’intero racconto, che sono come dei “demoni” che divorano il tempo della vita degli uomini, illudendoli di ottenere un falso guadagno di felicità e sviandoli dall’unica via di Salvezza, alla quale in questo testo si fa un breve accenno, impersonandola nella figura di “Momo”: anche qui una bambina innocente, l’unica rimasta nel mondo, nella quale possiamo intravvedere un tenue, implicito accenno a Cristo Salvatore. Ma ecco il brano, all’interno del quale ho aggiunto qualche mio breve commento esplicativo entro parentesi quadra.

I ladri satanici del tempo degli uomini

«Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il Tempo.

Esistono calendari e orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un’unica ora ci può sembrare un’eternità, e un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quest’ora.

Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.

E nessuno lo sapeva meglio dei Signori Grigi. Nessuno sapeva – come loro – apprezzare tanto bene il valore di un’ora, di un minuto, di un solo secondo di vita. Certo, lo apprezzavano a modo loro – così come le sanguisughe apprezzano il sangue – e, a modo loro, agivano in conformità.

Avevano piani precisi circa il tempo degli uomini. Erano piani a lunghissima, secolare scadenza, e minuziosamente preparati. La cosa più importante era che nessuno prestasse attenzione alla loro attività [come a quella del demonio nei nostri giorni]. Si erano stabiliti fra gli abitanti della grande città senza dare nell’occhio. E gradatamente, poco alla volta, senza che alcuno se ne rendesse conto, avanzavano ogni giorno più a fondo e prendevano possesso degli uomini [come oggi attraverso modalità apparentemente innocue, come nuovi slogan, giochi on line, scherzi, feste e tradizioni che si sostituiscono per gioco a quelle cristiane, social media, modi di vestire, amuleti dissacranti, tatuaggi, libri, droga, ecc.].

Conoscevano bene la persona idonea ai loro scopi assai prima che il designato stesso lo potesse intuire. Aspettavano soltanto il momento buono per poterlo agguantare e facevano del loro meglio perché tale momento giungesse al più presto [allo stesso modo, un passo “innocuo” dopo l’altro, oggi, si sono sdoganate le cose più gravi, fino ormai alla pedofilia, al traffico di esseri umani, agli omicidi e suicidi assistiti, facendo accettare tutto come sempre più “normale”].

Per esempio prendiamo il signor Fusi, barbiere. Certo, non un figaro di classe, però è molto apprezzato nella sua strada. Non era né povero né ricco. Nella sua piccola bottega, situata al centro della città, c’era lavoro anche per un garzone apprendista.

Un giorno il signor Fusi stava sulla porta della sua barbieria in attesa della clientela abituale. Era il giorno di libertà del garzone e il signor Fusi era solo. Guardava la pioggia scrosciare sulla strada; era un giorno plumbeo e l’animo del signor Fusi era turbato come il tempo.

– “La mia vita se ne va col ticchettio delle forbici, con chiacchiere e schiuma di sapone”, pensava. “Che ne è della mia esistenza? Quando sarò morto sarà come se non fossi mai vissuto”.

Non bisogna credere che il signor Fusi fosse nemico delle chiacchiere. Al contrario, gli piaceva assai esporre ai clienti – e ampiamente – le proprie opinioni e ascoltare quel che loro ne pensavano. E neanche gli davano fastidio il ticchettio delle forbici o la schiuma di sapone. Faceva il suo lavoro con piacere e sapeva di farlo bene. La sua abilità nel radere contropelo sotto il mento era insuperabile. Ma ci sono momenti in cui niente ha importanza. Succede a tutti.

– “Tutta la mia vita è stato uno sbaglio!”, pensava il signor Fusi. “Chi sono mai, io? Un poveraccio di barbiere, ecco quello che sono! Se potessi vivere una vera vita sarei un uomo del tutto diverso!”.

Quale fosse questa vera vita, il signor Fusi non ne aveva la minima idea. Pensava vagamente a qualcosa di importante, sfarzoso, come si vede sulle riviste illustrate.

– “Ma per queste cose il mio lavoro non mi lascia tempo”, continuava a pensare pieno di pessimismo. “Perché per vivere davvero si deve avere tempo. Bisogna essere liberi. Io invece resterò per tutta la vita prigioniero di chiacchiere, schiuma di sapone e ticchettio di forbici”.

In quel momento si avvicinò un’elegante automobile color cenerino che si fermò esattamente davanti alla barbieria del signor Fusi. Ne scese un Signore Grigio [possiamo leggerlo come simbolo del demonio in persona, o di uno dei demoni subordinati a Satana] che entrò nella bottega, posò la borsa grigio-piombo sulla mensola al disotto dello specchio, appese la bombetta ad un gancio dell’attaccapanni, sedette sulla poltrona, tolse di tasca la sua agenda e cominciò a sfogliarla mentre traeva piccoli sbuffi di fumo dal suo piccolo sigaro grigio [è il tempo, con il suo significato, rubato agli uomini e che viene perduto, bruciato e mandato in fumo].

Il signor Fusi chiuse la porta perché gli parve che facesse freddo [simbolo del male che invade l’animo umano].

­ “In che posso servirla?”, domandò, perplesso. “Barba o capelli?”, e contemporaneamente si maledisse per la propria mancanza di tatto perché il signore aveva una calvizie lustra come uno specchio.

– “Né l’uno né l’altro”, rispose il Signore Grigio, senza sorridere, con una voce afona, come spenta, cenerognola, se così si può definirla. “Vengo per conto della Cassa di Risparmio del Tempo; sono l’agente Nr. XYQ/384/b. Sappiamo che lei vuole aprire un libretto di risparmio presso di noi”.

– “Per me è una novità”, confessò il signor Fusi ancor più sconcertato. “Per dirla sinceramente non ho mai saputo che esistesse un istituto del genere”.

– “Adesso lo sa”, rispose secco secco l’altro. Guardò nel suo taccuino e proseguì: “Dunque, lei è il signor Fusi, barbiere?”.

– “Esatto, sono proprio io”, rispose il signor Fusi.

– “Allora non ho sbagliato indirizzo”, disse il Signore Grigio e chiuse l’agenda con un colpetto.

– “Lei è un nostro candidato”.

– “Cosa? Come?”, domandò il signor Fusi stupito.

– “Vede, caro signor Fusi, lei spreca la vita tra ticchettio di forbici, chiacchiere e schiuma di sapone. Quando morirà sarà come se non fosse mai esistito. Se invece avesse tempo per vivere una vera vita, allora sarebbe davvero un altro uomo. Quel che le occorre è il tempo. Ho ragione?”.

– “Era proprio quello che stavo pensando”, mormorò il signor Fusi con un brivido, perché – sebbene avesse chiuso la porta – faceva sempre più freddo.

– “Vede dunque!”, fece di rimando il Signore Grigio, aspirando con soddisfazione dal suo piccolo sigaro [con il quale, come sappiamo dal resto del libro, “fumava” il tempo sottratto agli uomini con l’inganno]. “Ma, dica, da dove si prende il tempo? Bisogna risparmiarlo, per l’appunto. Lei, signor Fusi, spreca il suo tempo in modo davvero irresponsabile! Glielo dimostrerò con un piccolo calcolo. Un minuto ha sessanta secondi. Un’ora ha sessanta minuti. Mi segue?”.

– “Certo”, disse il signor Fusi.

L’agente Nr. XYQ/384/b cominciò a scrivere i numeri sullo specchio con un bastoncino grigio, simile a quelli che le donne usano per truccarsi gli occhi [segue un lungo calcolo dettagliato che non riporto per non allungare troppo il testo].

Sullo specchio c’era ora il conto seguente: sonno 441.504.000, lavoro 441.504.000, pasti 110.376.000, ecc.

Totale 1.324.512.000 secondi.

– “Questa somma”, disse il Signore Grigio, bussando col bastoncino sullo specchio con tal forza che parevano colpi di rivoltella, “questa somma, dunque, è il tempo che lei ha già perduto fino a questo momento. Che gliene pare, signor Fusi?”. […]

Vediamo adesso cosa le è rimasto dei suoi quarantadue anni. Un anno, come lei sa, sono trentunmilioni cinquecentotrentaseimila secondi che moltiplicato per quarantadue fa un miliardo trecentoventiquattromilioni cinquecentododicimila secondi”.

Scrisse questa cifra sotto la colonna del tempo perduto:

1.324.512.000 – 1.324.512.000 = 0.000.000.000 secondi”.

Ripose il suo bastoncino grigio e fece una lunga pausa affinché la vista di quella serie di zeri producesse il suo effetto sul signor Fusi. […]

– “Non sarebbe meglio cominciare a risparmiare?”.

Il signor Fusi annuì; aveva le labbra violacee per il freddo. […]

– “E se poi calcolassimo quello che potrebbe risparmiare nei prossimi venti anni e nelle medesime condizioni, arriveremmo alla stupenda somma di centocinquemilioni centoventimila secondi. Questo capitale sarebbe a sua completa disposizione al suo sessantaduesimo compleanno”.

– “Magnifico!”, balbettò il signor Fusi, a occhi sbarrati.

– “Aspetti. Viene il meglio. Noi della Cassa di Risparmio del Tempo, non ci limitiamo a custodire il tempo che lei ha risparmiato, ma le paghiamo anche gli interessi. Vale a dire che, in realtà, lei avrebbe molto di più”.

– “Quanto di più?”, domandò il signor Fusi senza fiato.

– “Questo dipenderà da lei”, tenne a precisare l’agente. “Secondo quanto vuole risparmiare e secondo la durata del vincolo dei suoi risparmi presso la nostra cassa”.

– “Vincolo? Che significa?”, s’informò il signor Fusi.

– “Molto semplice creda. Se lei non esigerà la restituzione del tempo depositato presso di noi per cinque anni, noi le raddoppieremo la somma. In breve: il suo capitale si raddoppia ogni cinque anni, capisce? […]

– “Benissimo”, convenne il signor Fusi, stordito. “Mi fido di voi” [ecco il cedimento all’inganno demoniaco che ricorda il passo della Genesi: «vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile» (Gen 3,6)].

– “Ci conti, caro amico”, disse l’agente alzandosi. “E con ciò le dò il benvenuto come nuovo socio della grande comunità dei Risparmiatori di Tempo [oggi possiamo vedervi coloro che si adeguano, al “Nuovo ordine mondiale”, al “Pensiero unico”, che assimilano come proprio, allineando l’uso del loro tempo e tutto il resto alla sua logica]. Adesso anche lei, signor Fusi, è un uomo davvero moderno e progredito. Congratulazioni!”.

E su queste parole prese la bombetta e la cartella. […]

Il proposito di risparmiare tempo da ora in poi – per poter incominciare un’altra vita, prima o poi nel futuro – era conficcato nella sua anima come un aculeo uncinato.

E poi arrivò il primo cliente della giornata. Il signor Fusi lo servì di malavoglia, tralasciò i convenevoli superflui, non parlò e, in effetti, invece di mezz’ora finì in venti minuti.

Allo stesso modo si comportò da allora in poi con tutti i clienti. Eseguito così, il suo lavoro non gli dava più alcun piacere, ma ormai questo non contava. Oltre al garzone apprendista assunse altri due aiutanti e vigilava perché non perdessero nemmeno un solo momento. Ogni gesto era compiuto secondo un programma di tempo rigorosamente calcolato. Nella bottega del signor Fusi penzolava ora un cartello che diceva: “Tempo risparmiato è tempo raddoppiato”. […]

Come al signor Fusi accadeva a molti altri abitanti della grande città. Ogni giorno aumentavano le persone che si dedicavano a una faccenda chiamata “Risparmiare Tempo”. E quanti più erano tanto più venivano imitati perché – anche per chi non voleva saperne – non c’era altra scelta che adeguarsi [esattamente come accade oggi].

Ogni giorno alla radio, alla televisione, sui quotidiani si spiegavano e si magnificavano i vantaggi delle nuove tecniche per risparmiare tempo, che – un giorno – avrebbero offerto agli uomini la libertà per una “vera vita” [ma senza senso!]. Sui muri e sugli spazi pubblicitari gli attacchini incollavano manifesti raffiguranti ogni possibile immagine della felicità; e, sotto, l’ossessione delle scritte a lettere luminose: “I risparmiatori di tempo vivono meglio!”, oppure: “Il futuro appartiene ai risparmiatori di tempo!”, oppure: “Migliora la tua vita… risparmia il tempo!”.

Ma la realtà era molto diversa. Certo, i risparmiatori di tempo erano vestiti meglio della gente che viveva nei dintorni dell’anfiteatro; guadagnavano più denaro e potevano spendere di più. Ma avevano facce afflitte, stanche o amareggiate e occhi duri e freddi. Ignoravano che si potesse “andare da Momo” [che nella nostra lettura simboleggia timidamente Cristo Salvatore]. Non avevano chi sapesse ascoltarli tanto bene da renderli ragionevoli, concilianti e perciò felici. […]

Così non potevano celebrare feste o commemorare avvenimenti tristi o lieti; i sogni erano considerati quasi dei crimini. Ma la cosa più difficile da sopportare era, per loro, il silenzio [quanto succede oggi non è forse qualcosa di molto simile?]. Nel silenzio li assaliva l’angoscia perché nel silenzio intuivano quel che stava capitando alla loro vita. Per questo facevano rumore quando il silenzio li minacciava; però non il baccano giocondo che regna là dove giocano i bambini, ma un rumore rabbioso e sgomento che di giorno in giorno inondava la grande città con irrefrenabile crescendo.

Che a uno piacesse il suo lavoro e lo facesse con amore per l’opera creata, non aveva importanza… anzi dava fastidio. […]

E infine – giorno dopo giorno – anche la grande città aveva mutato aspetto. Si demolivano i vecchi quartieri e si costruivano case nuove dalle quali era escluso qualsiasi elemento reputato superfluo. Si evitava la fatica di costruire abitazioni adatte all’umanità che doveva viverci; assecondare i molteplici gusti degli uomini significava edificare case di stile e tipo diverso. Era più a buon mercato e soprattutto si risparmiava tempo costruendole tutte uguali. […]

Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda [senza il senso cristiano di un’esistenza fatta per l’Eternità].

Se ne rendevano conto i bambini [le prime vittime del nostro mondo che li tratta come oggetti da possedere o da gettare via], invece, perché nessuno aveva più tempo per loro.

Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano”» [perché il tempo, in realtà, non era neppure risparmiato, ma consegnato a chi lo distruggeva, mandando in fumo il suo vero significato].

(M. Ende, Momo, Longanesi, Milano 1993)

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