Amici, ecco la testimonianza di un caro amico, neurochirurgo, che ci racconta la sua toccante esperienza con i malati di COVID-19.

 

medico coronavirus maschera

Un medico

 

di Giuseppe Talamonti

 

Gli occhi. Si dice che siano lo specchio dell’anima. Gli occhi sono espressivi. C’è gente che ride con gli occhi. Gli occhi piangono. C’è chi intimorisce o addirittura fulmina con uno sguardo e c’è chi con un’occhiata rassicura, qualcun altro delude o si arrende semplicemente guardando. Gli occhi possono esprimere gioia, amore, dolore, terrore, piacere, soddisfazione, compassione e così via. Immaginate una faccia in cui togliamo la bocca, il naso e la fronte, come negli identikit dei film americani. Lasciamo solo gli occhi. Saranno ancora capaci di rivelare l’anima che li tiene accesi. Immaginate un bandito dietro un fazzoletto sulla faccia. I suoi occhi esprimeranno crudeltà, oppure paura e disperazione. Invece, gli occhi di un chirurgo, dietro una mascherina, saranno pieni di determinazione e sicurezza ma forse anche di preoccupazione. Oppure, pensate ad una suora di clausura, che dallo spioncino del convento trasmetterà serenità e pace interiore. 

Gli occhi! Possono far vedere tutto. Possono trasmettere luce o inquietudine, sicurezza o minaccia. 

Sono l’unica cosa che ho visto del mio primo paziente Covid. Sono l’unica cosa che lui ha visto di me. 

Sono un chirurgo e di solito non ho a che fare direttamente con i pazienti Covid. Qualche giorno fa, sono arrivati in ospedale tanti pazienti, tutti insieme, tanto che chiunque avesse una laurea o un minimo di competenza è stato dirottato a fare fronte, a dare una mano. Ho Indossato lo “scafandro”, la cuffia avvolgente, i guanti e la doppia mascherina. L’unica cosa di me che si vedeva erano gli occhi, comunque coperti da una speciale maschera di plastica. 

L’uomo mi è stato portato davanti all’improvviso. Anche lui aveva il volto coperto da una mascherina chirurgica. Era sotto un oceano di coperte perché aveva brividi per la febbre e respirava male. Di lui vedevo solo gli occhi. 

Occhi che fino a poco prima avevano contemplato i suoi cari, la sua casa, il mondo di fuori. Occhi che all’improvviso si trovavano in un mondo alieno, circondati da macchine e da extraterrestri come me, dentro strani scafandri. Occhi che esprimevano stupore e paura. Occhi che forse cercavano una moglie e dei figli, che non potevano entrare nel reparto isolamento. Occhi che avevano capito di essere vicini alla fine. Occhi che avevano un disperato bisogno del conforto di un volto familiare. 

Una delle cose peggiori di Covid è che ti isola. Ti lascia solo ad affrontare la situazione senza poter fissare lo sguardo negli occhi delle persone a te care, senza poter afferrare la loro mano. 

Non potevo fare molto per lui se non offrirgli uno sguardo di vicinanza attraverso il visore di plastica. Uno sguardo che avrebbe voluto significare “sono un uomo come te e ti sono vicino. Ti stringo la mano, anche se attraverso uno spesso guanto di gomma”. Ho provato a parlargli ma non so se mi abbia sentito. Bisogna alzare la voce dietro la maschera PMM2. Mi ha lanciato indietro uno sguardo che non dimenticherò più per tutta la vita. I suoi occhi hanno parlato con i miei. In quegli occhi mi sono specchiato. Ho visto gli occhi di colui che ha sofferto per me sulla croce. 

Quel giorno avevo visto troppe persone che non avevo potuto aiutare, se non con la mia presenza. È stato come nella trincea sul Grappa di cui raccontava mio nonno. Gente che cadeva senza che si potesse fare niente per loro. Per la professione che faccio, avrei dovuto esserci abituato, ma quel giorno erano stati davvero troppi, in troppo poco tempo. Non avevo potuto fare a meno di chiedermi “Che ci faccio io qui? Che senso ha tutto ciò?”.  

Non ho più visto quell’uomo. Non ricordo neanche come si chiamasse. Non ho potuto fare molto per lui se non pregare. Forse era ateo o di un’altra religione e non avrebbe gradito, ma mi son detto che la mia preghiera, recitata mentalmente, con discrezione, non poteva fargli del male. Il suo sguardo. La sua espressione. Resteranno per sempre con me. In quell’espressione del suo volto, ho trovato quella luce che tanti artisti ispirati hanno saputo cogliere. La faccia di Cristo morente o gli occhi di Maria addolorata. In quello sguardo, in quella espressione c’era il senso del Mistero della vita e il senso della mia professione. In quegli occhi ho ritrovato la risposta alla domanda “che ci faccio io qui se non posso impedire che accada?”. Una persona sola e disperata se n’è andata con un’altro essere umano che gli ha tenuto la mano. Non ero più un medico ma solo il suo prossimo.

 

Il dott. Giuseppe Talamonti è neurochirurgo presso l’Ospedale Niguarda di Milano. E’ coordinatore nazionale del gruppo di neurochirurgia pediatrica della Società Italiana di Neurochirurgia (SINch).

 

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