La gloria di sant’Ignazio di Loyola, Andrea Pozzo, Chiesa di Sant. Ignazio a Campo Marzio a Roma
La gloria di sant’Ignazio di Loyola, Andrea Pozzo, Chiesa di Sant. Ignazio a Campo Marzio a Roma

 

 

di Massimo LAPPONI

 

Primo capitolo

 

Come è noto, nel post-Concilio pressoché tutta l’impostazione ascetica tradizionale della Chiesa fu messa sotto accusa, in modi spesso anche violenti e intolleranti. Uno dei principi che per secoli era stato alla base della predicazione e della prassi spirituale cattolica e che fu maggiormente aggredito era condensato nella frase “salvare la propria anima”. Agli occhi dei progressisti di allora – e presumo anche di oggi – questo principio spirituale tradizionale era visto come scandaloso e intollerabile. Salvare la propria anima? Che spaventoso egoismo celavano queste parole! Si concentrava tutto l’impegno nell’acquistarsi un posto in paradiso, mentre si ignoravano e trascuravano completamente i problemi della società, il destino dei poveri e dei diseredati. Si viveva la propria vita benestante borghese, lasciando nella miseria intere classi sociali, e ci si scaricava la coscienza pensando a “salvare la propria anima”! No! Questo agli occhi dei progressisti era una caricatura del vero cristianesimo, il quale invece richiedeva di interessarsi anima e corpo dei problemi sociali e dei diseredati, giungendo fino a promuovere la rivoluzione politica per ottenere infine una società veramente giusta.

Uno dei testi classici del cattolicesimo destinato a fare le spese di questa mentalità progressista erano gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio, nei quali ci si propone di raggiungere, come scopo sostanziale della vita, la gloria di Dio e la salvezza dell’anima, mentre ogni altra cosa acquista valore soltanto nella misura in cui possa servire a questi fini supremi. Nella prospettiva ignaziana, dunque, il disordine che maggiormente inquina la vita umana e da cui bisogna ad ogni costo liberarsi consiste nel porre come scopo principale della vita i beni terreni – quali la ricchezza, la salute, il successo mondano, la felicità coniugale – e considerare invece beni secondari la gloria di Dio e la salvezza dell’anima, quasi che essi debbano servire i nostri desideri umani, e non viceversa.

Al fine di ottenere la conversione interiore, che permetterà di vincere in radice le inclinazioni spontanee della natura per far prevalere l’ispirazione della grazia, gli Esercizi prevedono l’impegno continuato di un intero mese, nel quale l’esercitante deve staccarsi da ogni altra attività e interesse e dedicarsi, con un orario severamente regolato, a molte ore di meditazione metodica quotidiana, accompagnata da austerità di vita e mortificazione dei sensi.

Un mese intero sottratto agli impegni sociali, politici e rivoluzionari per pensare esclusivamente a raggiungere la propria salvezza nella vita futura! Veramente un bel programma di alienazione, secondo la mentalità progressista!

La prima cosa da osservare per rispondere a queste critiche radicali è che l’espressione “salvezza dell’anima” non è stata inventata da Sant’Ignazio o da qualche altro asceta prima di lui, ma si trova nella Bibbia: «Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1Pt 1, 8-9). Prima, perciò, di criticare conviene conoscere bene la parola di Dio e anche cercare di comprenderla, per non rischiare di stravolgerne il senso.

Vediamo, dunque, di dissipare i malintesi, guardando di là dalle apparenze e valutando senza pregiudizi l’espressione “salvare la propria anima”.

Non c’è dubbio che la salvezza finale si raggiunga nella vita eterna, ma ciò non significa che essa non incominci ad operare già nella vita presente. Infatti non si può meritare la salvezza eterna se non si è vissuto secondo lo spirito di Cristo. Già da questa riflessione possiamo capire che l’impegno a salvare la propria anima non significa affatto non impegnarsi nei doveri della vita terrena, ma se mai adoperarsi per compierli nel modo più perfetto. Leggiamo nella lettera di San Giacomo: «Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo» (Gc 1, 27). Da queste parole si deduce senza ombra di dubbio che, nell’ascetica biblica e tradizionale, la sollecitudine per i diseredati della società non è affatto estranea all’impegno di purificare la propria anima dagli attacchi disordinati ai beni del mondo, anzi, sembra che le due cose siano unite inseparabilmente e siano come le due facce di una stessa realtà.

Come possiamo, infatti, esercitare un’influenza benefica nella società finché la nostra anima è schiava del desiderio di godere, di prevalere sugli altri, e perciò di possedere in abbondanza i mezzi per procurarsi questi vantaggi? Il rivoluzionario può cercare di ridisegnare l’ordine della società, ma, come dice la legge aritmetica, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. Se gli uomini rimangono impegolati nei vizi del mondo, si possono disporre come si vuole, ma i mali della società non vengono risanati. E non insegna abbondantemente l’esperienza che i rivoluzionari, una volta giunti al potere, mostrano la stessa avidità e arroganza dei tiranni che hanno combattuto?

Sembra dunque evidente che quanto avviene nel mondo interiore dell’uomo non sia affatto estraneo agli interessi della società.

Ma – si dirà – isolarsi dai comuni impegni sociali per un intero mese per occuparsi soltanto della propria anima, non è troppo? E non si rischia, così, di far perdere all’interessato l’interesse per quei doveri verso il suo prossimo che sono anch’essi al centro dell’insegnamento evangelico?

Questo è un punto importante, che merita un approfondimento.

Ma prima di affrontarlo, per sgomberare il terreno da facili fraintendimenti, ci sembra necessario chiarire che, se pure la nostra intenzione è di rivalutare l’eredità spirituale di Sant’Ignazio, lo sfondo teologico su cui si muove il santo non appare sufficientemente maturo, e che ciò lo porta ad alcune asprezze che rischiano di compromettere l’equilibrio dei suoi Esercizi.

Ovviamente bisogna considerare la sensibilità del tempo in cui egli visse, assai diversa dall’attuale. Ad esempio, il concetto stesso di Dio era allora immediatamente sentito da tutti, senza che si avvertisse la necessità di chiarirne i presupposti, e lo stesso vale per molti altri aspetti spirituali e ascetici. L’idea di combattimento spirituale naturalmente risente dell’esperienza militare di Ignazio ed è certamente un principio teologico indubitabile che la salvezza è un dono gratuito di Dio e non dipende dai meriti della creatura.  

Rimane tuttavia l’impressione di una certa primitiva durezza nel modo in cui il mondo soprannaturale viene in qualche modo contrapposto al mondo naturale, in modo da farli sentire quasi estranei tra loro. Questo si vede chiaramente nel principio, tipicamente ignaziano, dell’indifferenza assoluta che il credente dovrebbe avere rispetto alle realtà terrene. Se il loro ruolo è soltanto ausiliario rispetto ai veri fini dell’uomo, che sono soprannaturali, non si deve avere per essi alcuna inclinazione e si deve perciò accettare, senza preferenze, la ricchezza come la povertà, la salute come la malattia, la vita lunga come la vita breve, trattandosi di beni da valutare esclusivamente nella misura in cui essi possono favorire o meno la gloria di Dio e la salvezza dell’anima. Questa indifferenza vale in modo particolare riguardo allo stato coniugale, che in se stesso viene visto come una sorta di condizione inferiore, la quale non permette una vera perfezione evangelica. La stessa vita di Cristo a Nazareth con Maria e Giuseppe viene presentata dagli Esercizi (n. 135) come una vita imperfetta, caratterizzata dall’osservanza dei comandamenti, mentre la vera vita di perfezione evangelica incomincerebbe per Cristo soltanto con l’abbandono della sua famiglia terrena per dedicarsi senza compromessi al servizio di Dio. È chiaro che questa parte degli Esercizi non va presa alla lettera e che si tratta sostanzialmente di un’immagine, la quale, però, suggerisce che lo stato coniugale sia una sorta di concessione alla debolezza umana, da accettare soltanto quando sia ben chiaro che non si è chiamati alla vita religiosa e non perché si è ceduto alle inclinazioni della natura, le quali non devono interferire con la ricerca dei fini supremi dell’uomo.

Al fondo di questa concezione teologica, che abbiamo definito un po’ primitiva, vi è il fatto che l’incarnazione è vista esclusivamente come rimedio per il peccato dell’uomo, finalizzato a condurlo ad una situazione che non ha più legami essenziali con la natura. In questa visione, ovviamente, tutta la realtà umana che precede storicamente la redenzione operata da Cristo o che non rientra visibilmente in essa, essendo confinata negli invalicabili limiti della natura, è esclusa dall’ambito della grazia e della salvezza.

Contro questa presentazione dello sfondo teologico ignaziano si può giustamente far valere il fatto che in realtà sostanziali contenuti umanistici non erano affatto assenti dalla teologia del tempo, se pure in modo spesso implicito. E tuttavia una certa durezza è pur sempre avvertibile in certe espressioni del santo, come del resto in altre opere dello stesso periodo storico. Ora non si intende negare il carattere soprannaturale della salvezza divina, ma ciò non dovrebbe portare a non considerare la creazione come opera di Dio, come tale già fin dall’inizio finalizzata al mondo superiore della grazia.       

Probabilmente è stato principalmente il disagio causato da un’impostazione troppo riduttiva dell’esperienza umana a rendere poco comprensibile per l’uomo moderno il grande insegnamento degli Esercizi ignaziani. Non essendo questo il luogo di un’approfondita discussione teologica, per un chiarimento su come si possa superare il limite di una teologia ancora immatura, pur conservandone la sostanza intramontabile, rimandiamo ad un precedente articolo, che si può scaricare tramite questo link.      

Abbiamo ritenuto necessario fare questo iniziale chiarimento sulle premesse teologiche degli Esercizi perché senza una loro revisione c’era il rischio di perdere il frutto di un testo che per diversi secoli è stato un punto di riferimento essenziale per religiosi e laici in tutto il mondo cattolico, e forse anche oltre i suoi confini visibili.

(segue in un altro articolo il “secondo capitolo”)

 


 

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