Caro Paciolla,

Il 29 novembre ho ascoltato in diretta l’approfondimento del nuovo presidente ad interim della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, seguito all’incontro romano con il cardinale prefetto Farrell. Il giorno dopo, Aldo Maria Valli ha ripreso un pezzo di Francesco Balducci che riferisce di un’ultima diaconia di don Julian Carròn assai drammatica. Due settimane fa Tempi ha pubblicato, ravvicinati e a tema, un primo intervento di Giancarlo Cesana, leader storico di CL, che mi è parso poliedrico, e un secondo più lineare dello stesso Prosperi. Nel mezzo, la lettera di commiato del successore di don Giussani e i ringraziamenti della diaconia centrale. Questi, per sommi capi, gli eventi così come sono stati raccontati dai protagonisti e dagli osservatori più attenti.

È ormai un fatto noto che don Giussani, negli anni ’50 del secolo scorso, abbia colto con autentico dono profetico l’abisso che si stava spalancando fra la Chiesa – dovrei dire il clero – e il popolo di Dio. È anche noto che avesse intuito il ruolo dell’educazione e dell’accompagnamento integrale per tutta la vita, il che ha in seguito destato realtà ecclesiali come i Memores Domini, la Fraternità S. Carlo, la S. Giuseppe, i monaci della Cascinazza e altre che colpevolmente dimentico o non conosco, senza contare le opere sociali. Meno nota è la straordinaria resistenza del fondatore all’istituzionalizzazione dell’esperienza così come suscitata dallo Spirito Santo, resistenza e diffidenza forse figlie del suo allontanamento dall’Azione Cattolica e dell’esilio americano (l’unico periodo della vita in cui ha sentito di “non aver imparato niente”), oppure un’innata indipendenza di giudizio e chissà quanti e quali altri fattori ignoti. Non ci fossero state l’insistenza e i buoni uffici del cardinal Enrico Manfredini, e il fascino che in lui destò una figura enorme come quella di Giovanni Paolo II, il riconoscimento pontificio della Fraternità e dei Memores Domini probabilmente non sarebbero stati né richiesti,  né sarebbero avvenuti. Perché una cosa dev’essere chiara: a don Giussani non sfuggiva cos’è e come funziona la macchina ecclesiastica. Per chi l’ha vista sferragliare dall’interno, è quanto di più simile ad una cloaca infernale si possa trovare sulla terra. Del resto  come osserva acutamente Ivan Illich nell’ultima intervista, con l’avvento di Cristo nel mondo il male, fino a quel momento limitato, diventa più sconfinato e profondo, severo, “più male”. Non stupisca allora che il centro del bene supremo sia anche il centro del lavorìo diabolico. Esiste, mi pare, una forma particolare di strabismo nei cattolici più vivaci che semplicemente rifiuta questa ovvietà: dove c’è l’Amico, c’è anche il Nemico. In genere, si alterna la difesa dell’indifendibile all’attaccare l’inattacabile. Non proprio un marchio di scaltrezza, mi sembra, e un pessimo servigio alla verità e ai nostri simili.

Sussistendo dal 1983 questo legame giuridico con la Chiesa, e in ultima istanza con il Santo Padre, non esiste alcun esercizio possibile di libertà rispetto al Motu Proprio di papa Francesco: obbedire da santi, da uomini o da muli (per citare Prosperi) è qualcosa che attiene la sfera personale di ognuno, e forse di riflesso qualche compagno di strada, ma non muta l’acqua in vino. Non ci si può sottrarre. O meglio: o si “esce” dall’ombrello canonico, oppure si permane a rischio della definitiva irrilevanza, dell’estinzione o addirittura della soppressione. Eppure al funerale di don Giussani, il futuro Benedetto XVI ha definito il carisma del defunto di “rifondazione” della Chiesa. Quanto si è scommesso su questo giudizio di Ratzinger? Ci si è stolidamente beati, come per meriti propri, nella luce di quel lacerto dell’omelia (presto svanita come ogni emozione), o si è anche afferrato il lato oscuro, penoso e greve di quelle parole, in primis che la Chiesa tutta è da rifondare, ergo difficilmente ci si potrà sottrarre al martirio usque effusionem sanguinis?

C’è una parola molto praticata da Carròn, ed è la parola “responsabilità”. L’ha ribadita anche nella lettera di commiato: “Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma”. Assumendo tale onore, mi permetto una piccola ma significativa precisazione: io sono “erede”, non responsabile. Il carisma si eredita, come certi tratti somatici e caratteriali dal padre e dalla madre. Dio si muove con questa naturalezza, e la Sua stessa natura divina gli detta di ignorare la responsabilità come criterio, perché non ne siamo mai capaci. Ma ci ha fatti, appunto, “a Sua immagine e somiglianza”, “eredi di Dio e coeredi di Cristo”, come scrive San Paolo ai Romani. La responsabilità può venir meno, e se uno preferisce una buona cena fra amici al potere può essere persino una gran cosa: comunione e liberazione.

Viviamo un tempo sinistro, in cui si impone una delle intuizioni cardine di don Giussani: il rapporto fra fede e ragione è talmente simbiotico che se l’una manca all’altra, si piomba in una disperata pazzia. Don Giussani una volta ebbe a dirmi: “Dobbiamo aiutare gli uomini ad avere pietà di sé stessi. Questo è il nostro compito”. Auguro a Prosperi e a quanti avranno la carità di sostenerlo di proporre questo nello smarrimento generale, che sembra invincibile ma è già passato, mentre Cristo Re è vivo e presente.

Grazie.

Mattia Spanò
 
 
 
 
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