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di Autore Vario

 

Esultiamo: ora abbiamo il permesso di respirare più liberamente!

Che grandiosa notizia, quale generosa concessione! Dall’11 febbraio basta con l’obbligo di tenere il bavaglio all’aperto! Potremo correre nei boschi o passeggiare al mare senza essere considerati terribili minacce per la società, da punire con multe spropositate. Stiamo guadagnando terreno nella conquista degli stessi diritti dei cani, che possono entrare senza museruola dappertutto o quasi. Tuttavia, la strada dell’emancipazione per ottenere la parità uomo/cane per qualcuno è ancora lunga.  Per esempio i non vaccinati, al contrario dei cani, ancora oggi in pieno XXI secolo sono vittime di apartheid e, anche se hanno la mascherina, non possono entrare nei negozi, in banca, in posta, negli uffici pubblici e persino negli ambienti parrocchiali.

Ci hanno tolto moltissimi diritti costituzionali: oggi viviamo in un regime di libertà condizionata e vigilata. Occorre un permesso per poterci muovere, lavorare, incontrarsi. In una parola, per vivere. E chi non ce l’ha è ridotto al rango di persona di serie B, non degna di stare con gli altri. Al contrario, se vogliamo morire fra poco ci daranno tutti i permessi che vogliamo.

Diritti costituzionali primari sono concessi per un periodo limitato di sei mesi, come un premio per gratificare chi obbedisce diligentemente agli ordini; un premio che si vince come fa il cane che guadagna l’osso leccando le mani del padrone. Con la differenza che il cane è amato dal suo padrone; noi sudditi invece non siamo amati ma vittime di qualcuno che ci umilia perché dice di volere il nostro bene.

I nostri padroni da tempo hanno messo le mani sull’aria; si sono specializzati nella gestione dell’aria fritta. Una tipica manifestazione di questa ossessione è l’ideologia che si è scatenata dalla conferenza di Kyoto sul clima del 1997. Da allora ad oggi si sono messi in mente che il clima non deve cambiare troppo. E se proprio vuole cambiare, deve farlo come gli diciamo noi. La lotta ai cambiamenti climatici ha la stessa ragionevolezza della lotta alla formazione delle nuvole o alla pretesa di contrastare la formazione delle onde marine.

Questa lotta è, in ultima analisi, basata su una superbia sconfinata (hybris) e su giganteschi interessi, gestiti da una casta di ‘esperti’, politici e finanzieri intoccabili.

Se andiamo a spulciare ‘Il Sole 24 Ore’, con un po’ di pazienza potremmo trovare la quotazione giornaliera e periodica delle tonnellate di CO2 (Emissions Trading System – ETS). Ciò vuol dire che l’aria rappresenta un business che assicura una favolosa ricchezza a chi lo gestisce (banche, aziende, governi, esperti). Esiste ad esempio un Consiglio della Borsa del Clima di Chicago (Chicago Climate Exchange) (qui), che specula alla grande in questo contesto. L’assegnazione o meno di una certa quota di permessi verdi o diritti di emissione fa parte di un mercato del clima (climate finance) che viene gestito con scarsissima trasparenza. Per ottenere bonus di certificati verdi (crediti per l’emissione di carbonio) necessari per avviare progetti industriali spesso fioriscono storture, imbrogli e sistemi mafiosi. Con fenomeni speculativi legati anche alle agevolazioni concesse dal Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, etc. Ad esempio, per superare vincoli ambientalisti, basta pagare un adeguato numero di certificati verdi, reperibili sul mercato come se fossero una merce o una valuta. Così la CO2 sporca, cioè prodotta oltre i limiti, si ricicla e diventa pulita.

Dove porta questo discorso? È campato per aria o ha l’aria di essere serio?

La serietà del discorso può essere tradotta in soldoni: sull’aria che respiriamo (che contiene una quota di CO2) gravano tasse inimmaginabili. Paghiamo le tasse sull’aria senza saperlo. Quanto? Tantissimo: tutti i vincoli che gravano nella produzione industriale, su beni, servizi e materie prime hanno un costo. Se non ci fossero quei costi e quei lacci e lacciuoli, avremmo più ricchezza da distribuire.

Per avere un ordine di idee, basti pensare alla strategia Global Gateway (qui), progetto pluriennale 2021/27 che la Von der Leyen vorrebbe lanciare per favorire investimenti sostenibili, molti dei quali finalizzati a realizzare il miraggio delle zero emissioni: costo 300 miliardi di euro.

Facciamoci una domanda: se l’importante quota di questa ricchezza indirizzata a progetti faraonici quantomeno di dubbia realizzazione, quali il miraggio di zero emissioni nette, fosse destinata a sostenere famiglie, sanità, scuola o infrastrutture non telematiche, la nostra vita non avrebbe realmente molti più benefici?

E un’altra domanda: quante altre centinaia di miliardi sono state destinate dalle politiche climatiche dell’ultimo ventennio all’agenda di Global Warming o alla lotta ai cambiamenti climatici? La povertà che ci attanaglia oggi non sarebbe stata meno mordente e più facilmente superabile se tutti quei soldi non fossero stati buttati all’aria?

 

Autore Vario è uno pseudonimo

 

 

 

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