di Alberto Strumia

 

II Domenica di Avvento (Anno B)

(Is 40,1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8)

In questa seconda domenica di Avvento la liturgia si apre, nella prima lettura, con una parola di “consolazione”, per noi che siamo il popolo di Dio: «Consolate, consolate il mio popolo». E il profeta Isaia aggiunge subito dopo il motivo di questa “consolazione” che viene direttamente da Dio: «La sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata». Ma di quale “colpa” si parla, chiede la gente, oggi, incapace di capire la “storia dell’umanità”?

 – La “colpa” dell’umanità intera è quella di avere preteso di “pensare” a se stessi e a tutto il resto, e di “organizzare” la propria esistenza e quella di tutto il resto, come se Dio non esistesse, e quindi di sostituirlo. In questo, in sostanza, consiste il tanto ignorato “peccato originale”, che segna fin dal concepimento tutti gli uomini, e con i suoi effetti “fisici”, il cosmo intero.

– La “tribolazione” che ne consegue come risultato è la progressiva “disfatta” del vivere personale e sociale, nella quale, oggi, siamo immersi al massimo grado. Questa “disfatta” colpisce tutti, ed è ora di rendersene conto! Se l’umanità intera si distacca dalla sorgente dell’esistenza e della vita, non può, successivamente che subirne le conseguenze sul piano fisico e su quello spirituale.

La figura di Giovanni Battista, che compare nel brano del Vangelo di questa seconda domenica di Avvento, come in quello della prossima, impersona la “sfida” del vero giudizio sulla storia lanciata da Dio a tutta l’umanità. In lui agisce lo Spirito Santo, quello Spirito del quale Gesù, nel Vangelo di san Giovanni, dirà che «convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 15,8). Al peccato, proprio in riferimento al “peccato originale” e a tutti i “peccati attuali” che lo replicano; alla giustizia, perché quel peccato delle origini altro non è che la perdita della giustizia nel rapporto tra l’uomo e Dio, e quindi nei rapporti degli uomini tra loro; al giudizio per il fatto di avere sbagliato, con quel peccato originale proprio il giudizio sulla condizione dell’essere umano nella storia. Un errore di valutazione che tutti paghiamo caro. L’umanità ha bisogno di essere “consolata” dalla notizia che la Salvezza, il rimedio, la riparazione di questa situazione c’è, ed è Cristo Salvatore. L’unica condizione è l’essere disposti a seguirlo. Non sarà data una ulteriore possibilità.

E questo Giovanni Battista lo griderà nel deserto della storia dell’umanità. La «voce di uno che grida nel deserto» sembra dire all’umanità di oggi, come già lo ha fatto in tutti i tempi: Trovate una “spiegazione” della vostra situazione di gente la cui civiltà è messa in ginocchio da un mare di difficoltà, di contraddizioni, di ingiustizie, di delitti – e oggi, addirittura, da un invisibile virus – diversa da quella del “peccato originale”? Trovatela se ne siete capaci! In tutta la storia dell’umanità non ci siete riusciti.

Giovanni sembra dire all’umanità intera: Avete voluto essere voi il vostro dio al posto dell’unico vero Dio; avete rifiutato il giusto rapporto con Dio Creatore, avete eliminato i Comandamenti, che sono le “regole della vita buona dell’uomo sulla terra”, e adesso ne pagate le conseguenze e avete perso il controllo della situazione!

È un invito ad un sano “realismo”: le cose, senza Dio, rivelatosi pienamente in Gesù Cristo, non funzionano!

E aggiunge: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», che è come dire: È ora di cambiare modo di pensare e di vivere, se volete uscire dal disastro che avete combinato contro l’uomo. Ritornate a prendere in considerazione l’unico vero Dio e i suoi Comandamenti. La via d’uscita c’è, il Messia c’è, è Gesù Cristo. Non ce ne sono altri. Altro che adeguarsi al “pensiero unico” e alla “fratellanza massonica”. Chi predica questo errore tradisce Cristo, come lo tradì Giuda e come lo rinnegò, per pochi istanti, lo stesso Pietro!

Questa è la “sfida” di quel Giovanni Battista che oggi dovrebbe essere la Chiesa. Ma non lo è più, né nei suoi vertici, né in troppi dei suoi “dipendenti”, per il venire meno della fede e, in gran parte anche della ragione. Lo è solo in quei pochi che non hanno perso la “memoria” della fede, della dottrina del Signore. Questi sono come un tabernacolo, nel quale la presenza reale di Cristo viene tuttora premurosamente custodita.

Giovanni Battista ha insegnato loro il modo giusto di essere cristiani, che è quello di essere “trasparenti”, lasciando vedere, attraverso di loro, il vero Signore della storia. Giovanni non ha ceduto alla possibile tentazione di “farsi lui stesso Messia”: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Troppo facile, oggi, essere presi dalla smania del protagonismo diabolico di mettersi al posto di Dio, facendosi idolatrare dalle masse («Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme»).

Bisogna mantenere la “lucidità mentale”, il giusto modo di valutare se stessi, se non si vuole collaborare alla distruzione dell’uomo. Distrutta la dignità della persona (dai bambini non ancora nati ai vecchi, dalla perdita della propria identità di uomo e di donna, allo snaturamento della famiglia, allo smantellamento dell’ordine sociale, ecc.), dove si pensa di poter arrivare proseguendo su questa strada della sregolatezza, che finisce per imporre regole arbitrarie fino a sopprimere quelle libertà dalle quali si  credeva di essere partiti?

Giovanni Battista è la “voce della verità” che sfida anche gli uomini e le donne di oggi, perché aprano gli occhi davanti a Dio. Non si protegge nemmeno la terra e la natura se non la si riconosce come opera dell’unico vero Dio Creatore e Signore di tutte le cose.

Ma non li apriranno mai da soli, gli occhi. Giovanni lo sa e grida nel deserto che occorre che sia Dio stesso a realizzare la Salvezza, perché gli uomini, da soli, non sono in grado di riuscirci. La causa del danno è di origine satanica e l’umanità ci è finita colpevolmente dentro.

L’Annuncio del Natale ha questa portata: la via d’uscita c’è, la Salvezza c’è: è Gesù Cristo, con il Suo insegnamento, con la Sua Grazia, con la Sua potenza. E presto ritornerà nella storia degli uomini. Attendiamo così la Sua seconda venuta, nel momento stesso in cui celebriamo e ricordiamo la prima, di duemila anni fa.

Dice san Pietro nella seconda lettura: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa». L’ora non può che essere prossima, ricorda ai suoi, «anche se alcuni parlano di lentezza», perché il tempo dell’attesa, liturgicamente simboleggiato dal Tempo di Avvento, a noi esseri umani “pesa” e sembra anche troppo lungo. Ma ci ricorda ancora l’Apostolo: «Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa». Siamo dentro l’Avvento della storia dell’umanità, e presto arriverà il Natale.

«Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia», aggiunge ancora san Pietro. Abbiamo tutte le indicazioni necessarie per affrontare i nostri tempi.

E abbiamo l’intercessione protettrice della Beata Vergine Maria che accompagna, come una madre anticipatrice dei tempi della storia, il nostro cammino terreno, verso la destinazione celeste e definitiva che non ci sarà più tolta.

Bologna, 6 dicembre 2020

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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