Ricevo e volentieri pubblico.

 

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Sono passati quattordici anni.

Era una giornata uggiosa di novembre 2008 e mia figlia era cullata dolcemente nel mio ventre. Era già a testa in giù da diverse settimane perché lei è una di quelle che se sa di dover partire, almeno una decina di giorni prima inizia a fare l’inventario di quello che può servirle. Entrai nell’aula dove si stavano per discutere le tesi di laurea del mio corso di Ostetricia. Le mie ben più giovani colleghe erano molto belle: capelli fatti, tacchi, tailleur. Io ero alla terza gravidanza e mostravo – finalmente – la pancia che negli ultimi mesi di tirocinio avevo infagottato nelle divise verdi della sala operatoria. Prima della discussione della tesi, c’era un esame nel quale ogni studentessa doveva rispondere a una domanda sorteggiata, affrontando un colloquio con un’ostetrica strutturata dell’ospedale che le faceva qualche domanda. Io fui accoppiata – Grazie a Dio e solo a Lui – con una cara collega che nell’ultimo mese di tirocinio aveva fatto il possibile per aiutarmi ad acquisire le competenze, per esempio, della strumentazione della sala operatoria. Fu un esame piuttosto “diverso” da quello delle mie colleghe studentesse, perché questa carissima ostetrica non mi rivolse alcuna domanda, mi chiese come stessi dopo mesi di bullismo “in rosa”.

Aiutarsi l’una con l’altra, fa parte della religione della sorellanza. Louisa May Alcott

Dopo anni nei quali mi sono domandata quale fosse la colpa che mi veniva imputata, giunsi a una sola conclusione: era stata semplicemente quella di essere una mamma che frequentava un corso nel quale chi è chiamato a fare formazione, vorrebbe avere delle tabule rase da incidere a piacimento: mi venne subito fatto notare ai primi giorni di tirocinio del mio primo anno, quando l’ostetrica del reparto presso il quale stavo iniziando, chiese informazioni su di me. Ricordo bene le sue parole: «Noi qui le preferiamo giovani. Non fanno domande e obbediscono. Quelle come te sono più vecchie e si piegano meno». La differenza la si vide subito perché non ero impassibile a scene di dolore nelle quali mi immedesimavo. Come facevo a vedere mamme di bambini nati morti condividere le stanze di degenza con mamme di bambini vivi che erano strigliate dalle ostetriche quando si permettevano di piangere («Che fai? Piangi? Ne farai un altro!!»)?  Come potevo non aiutare le mamme che erano lasciate a digiuno durante il travaglio ed erano obbligate a starsene sdraiate mentre quattro o cinque sconosciuti – con la mera scusa del diritto a imparare – infilavano le dita nella loro intimità? Come potevo rimanere in silenzio quando c’erano infermiere della neonatologia (il cosiddetto rooming-in del neonato in camera con mamma era, all’epoca, un miraggio) che si permettevano di spremere le mammelle delle donne giudicando che mai avrebbero prodotto latte?

C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne. Madeleine Albright

Iniziò tutto in modo indiretto. Prima cambiarono gli assetti didattici, poi cambiarono i responsabili della formazione. Io capii presto che c’era dell’astio verso di me, e la conferma mi venne da alcune ostetriche vicine alla pensione, che mi ammonirono di starmene buona perché i vertici avevano metri di giudizio molto semplici per giudicare le studentesse: «Se obbediscono prendono dei bei voti, se non obbediscono… fuori dai piedi!». All’età in cui sono adesso sarei stata più in silenzio, ma a venticinque anni, nel pieno dell’energia, semplicemente ero certa che ogni discussione era possibile avesse funzione chiarificatrice. Banalmente mi limitai a dare il massimo anche negli esami (massimo per quello che potevo dare da moglie e da mamma): presi anche qualche bel voto. Voto che, però, non stava bene a chi di dovere, poiché mi capitò più volte di vedere cancellati dei 30 che altri docenti mi avevano assegnato.

L’amicizia femminile è un salto verso il cerchio della sorellanza, e questo cerchio può generare una forza molto potente. Jane Fonda

Nel gennaio del 2008, anno della mia laurea, non ero ancora mai stata in tirocinio nelle sale parto (accadimento piuttosto strano, visto che il mio lavoro sarebbe stato quello), così mi feci avanti e mi venne assegnata un’ostetrica che decise che io non ero in grado di diventare ostetrica. Non andava mai bene niente di quello che facevo. Non azzeccavo mai un gesto. Non ero mai pronta nel modo in cui dovevo esserlo. Non davo mai la risposta giusta. Dovevo svegliarmi. Ero incapace in ogni azione che compivo. Non c’era mai un oggetto richiestomi che era quello corretto. Nessuno mai mi spiegava nulla. Nessuno mai mi chiedeva se alle 2 di notte avessi sonno. Nessuno mai mi dava la possibilità di farmi un caffè alle 4 del mattino dopo essere stata sveglia mentre le ostetriche dormivano. Nessuno mai si prendeva del tempo a spiegarmi bene i miei errori perché non ne ricommettessi. Tutto questo in una sala parto che era un mattatoio. Quando – per riprendere aria “buona e sana” – frequentavo convegni o corsi nei quali si approfondivano fisiologia e assistenza alla nascita in modo gentile e competente, mi pareva un sogno. Alcune delle associazioni di professionisti del mondo della nascita che frequentavo, presero a cuore la mia situazione tanto che mi mandavano appunti, filmati… non lo sapevo, ma dall’inizio del primo anno, avevo già iniziato a immagazzinare tutto il materiale bibliografico per poter poi redigere la mia tesi di laurea.

L’amicizia tra donne è diversa da quella tra gli uomini. Si parla di cose diverse. Noi scaviamo in profondità. Jane Fonda

Era un tormento continuo sia come venivo trattata, sia sopportare aggressioni fisiche e psicologiche alle partorienti e alle puerpere. Per tenermi d’occhio, diciamo così, venivo sempre messa in turno con due ostetriche per le quali ero praticamente una menomata (me lo confermò un’OSS della sala parto, la medesima che mesi dopo capirà della mia gravidanza e mi aiutava a non sbagliare nulla durante il tirocinio). Poi, finalmente, come un sogno, fui mandata per un mese in un altro ospedale: era una clinica più piccola, più familiare. Rinacqui. Assistevo da sola le partorienti, potevo abbracciarle nei dolori del travaglio, potevo aiutarle ad assumere le posizioni più confortevoli per l’assistenza al loro parto, potevo suggerire loro come allattare in modo più comodo… Mi capitò di assistere un parto gemellare meraviglioso, con il primario che si complimentava e l’ostetrica che mi strizzava l’occhio. Quando al termine di quel mese mi venne consegnato il giudizio del mio tirocinio, mi fu dato il massimo per ogni tipo di capacità acquisita.

La sorellanza è la mia bussola […], perché nelle relazioni femminili c’è una reciprocità che spesso diamo per scontata. Pauline Harmange

Tornai a fare tirocinio nell’ospedale universitario, come un carcerato. Ero distrutta. Tantoché anche la mia famiglia cominciava a risentirne. Persino la mia figlia più grande subìva la mia sofferenza in modo così doloroso che dovetti farmi aiutare da un neuropsichiatra infantile perché la bambina aveva incubi e attacchi d’ansia (giunse a temere che io morissi). Oramai la mia strada era segnata: le ore nelle sale parto erano sempre col medesimo personale ostetrico. Persone che si mettevano d’accordo con gli specializzandi in ginecologia per sottoporre le partorienti, anche in modo non necessario, alle episiotomie (tagli sul perineo per velocizzare la nascita del nascituro da effettuare realmente in casi di emergenza, tanto che molte ostetriche non ne realizzano che dieci o venti in un’intera vita professionale: in quell’ospedale erano praticamente di protocollo su tutte le donne)… Ma non solo: il corollario era dato da tutta una serie di manovre che proprio nel 2007, in Venezuela, vennero attribuite alla nascente definizione di “Violenza Ostetrica”.

Le donne formeranno una catena, una sorellanza più grande di quanto il mondo abbia mai conosciuto. Nellie L. McClung,

Giunsi all’estate precedente al novembre della mia laurea che ero pressoché esanime: il mobbing era fatto di continue rappresaglie, trattamenti maleducati, gesti di aggressività e dileggiamenti di fronte a pazienti e loro parenti. Questo era talmente palese che alcune mamme e papà, che avevo assistito nella nascita dei loro piccini, redassero delle lettere, compilando il questionario di gradimento dell’ospedale, nelle quali non solo mi ringraziavano di persona per l’affetto e la professionalità ricevute, ma denunciavano il trattamento che mi avevano visto subìre a opera delle ostetriche della struttura (un papà, durante il travaglio della moglie, prese perfino le mie difese!). Tali documenti per anni sono stati nelle mani di un’anziana ostetrica che ne mandò copia al personale, per aiutarmi, ma che le furono stracciate davanti agli occhi. Non potevo ricevere complimenti o lodi. Dovevo andarmene con le buone o con le cattive.

«E che ne è della sorellanza?». Caitlin Moran

Il 5 luglio del 2008 mia suocera andò in coma profondo per un errore medico gravissimo: la mia famiglia cadde in un oblio che durerà giorni. Si deciderà di spengere le macchine che la tenevano in vita dopo dieci giorni di agonia per tutti: mio marito rimase travolto in un dolore che non lo abbandonerà mai più. I miei bambini perdettero per sempre una nonna giovanissima (neppure cinquant’anni) e il tutto gettò ancora più peso nella mia già delicata situazione. Di quei giorni ricordo solo le lunghe telefonate con l’ostetrica che avevo già scelto come relatrice: poiché la mia tesi era già praticamente pronta, lei me ne correggeva già alcune parti, suggerendomi questa o quella nota bibliografica. Ovviamente giunsero le indicazioni dagli uffici della didattica: le tesi dovevano avere solo un tot di pagine, superate le quali la tesi era cestinata. L’allora presidente del Collegio delle Ostetriche della zona, mi teneva su di morale rincuorandomi spesso e tranquillizzandomi: lui (si trattava di un uomo) era al mio fianco, sia dal punto di vista umano, sia professionale, sia istituzionale.

La sorellanza è potente. Robin Morgan

Il dramma era il tirocinio: appena arrivavo in corsia iniziava la tortura. Quando “smontavo” dal turno di notte, mia mamma mi chiamava per stare al telefono sino a casa poiché uscivo dall’ospedale piangendo talmente forte che dovevo accostare la macchina nella superstrada per dare di stomaco. I giudizi sul mio tirocinio erano quelli di una sorta di povera idiota che si era messa in testa di frequentare una Facoltà universitaria, ma sarebbe stata meglio in una «Scuola per imparare a intrecciare i canestri» (come dice la mamma di Forrest Gump). Mio marito, a casa, si era assunto il peso della causa giudiziaria contro l’ospedale dov’era morta la madre, affrontando medici legali, avvocati, perizie, un papà rimasto vedovo e una sorella minore rimasta orfana a neanche vent’anni. I miei figli erano spaventati e volevano non andassi più a tirocinio e i miei genitori, se pur lontani geograficamente, erano preoccupatissimi. Fu provvidenziale il fatto che il marito di mia madre, all’epoca Direttore del Conservatorio, decidesse di sua iniziativa d’intervenire. Si fece avanti con parigrado dell’amministrazione universitaria, intimando una denuncia per “intolleranza ambientale” se la situazione non fosse mutata per lo meno per gli ultimi miei due mesi di tirocinio: ovviamente la richiesta fu accolta, con tanto di scuse anche dovute al fatto che l’università – comunque – riceve versamenti delle tasse universitarie dagli studenti e il diritto all’istruzione è ancora parte della Costituzione italiana. Questo suscitò l’ira di chi, subordinato alle decisioni dei superiori, ricevette il richiamo ufficioso per la situazione, decidendo di telefonarmi, un giorno, in presenza di un’ostetrica chiamata a decidere del mio tirocinio. La telefonata la presi io, ma usai il vivavoce perché mio marito ascoltasse. «Senta un po’ – mi disse l’esimio docente – ma lei è andata a letto con il professor X? Ma chi è lei? Comunque io la faccio laureare ma poi lei si leva dalle scatole”: a quelle parole mio marito intervenne interrompendo la conversazione e minacciando una denuncia per danni morali. Il professore parve mutare i toni e io, quando nel colloquio intervenne l’altra persona (una donna, va sottolineato), venni destinata al tirocinio con l’ostetrica che poi mi trovai a fianco il giorno della discussione della mia tesi.

“A tutte le bambine che stanno guardando, non dubitate mai di essere preziose e potenti e di meritare ogni possibilità e opportunità nel mondo per perseguire e realizzare i vostri sogni”. Hillary Clinton

Quel giorno, come raccontavo all’inizio, dopo un’estate d’inferno e una gravidanza mascherata, giunsi alla discussione della mia tesi, portando con me, stampata, ogni singola documentazione bibliografica inerente tutti gli argomenti che avevo deciso di trattare. Erano due enormi quaderni pieni, e con fatica li appoggiai di fronte a me, quando, ovviamente per ultima, ero pronta per la discussione. Mi rivedo – nel filmato che mio padre ha registrato di quel giorno – dondolare un po’ verso il leggìo dopo che – chiamata per il colloquio della mia tesi – viene chiesto unicamente a me di essere sintetica. A quel punto non mi feci prendere da alcuna emozione e iniziai a parlare: raccontai di un mondo professionale fatto di nascite rispettate, di donne che partoriscono naturalmente dopo uno o due cesarei, di ostetriche che assistono a parti in acqua e di neonati che passano la loro prima notte sulla terra tra le braccia di mamma e papà in un lettone. Parlai ininterrottamente per quarantacinque minuti circa, violando apertamente l’ammonizione di essere veloce. Riguardo il filmato e lo vedo chiaramente: una delle mie più “affezionate” future colleghe, una di quelle che mi aveva bullizzato di più, mi critica parlando a bassa voce. Sono talmente stanca dallo sforzo, che la mia relatrice si sente in dovere di venirmi ad abbracciare. La mia bambina si agita nel mio ventre e – quasi per manifestare la sua sofferenza – mette i piedini in basso, compiendo una capriola di 360°. La mia mano – la rivedo nelle riprese – si muove per calmarla, per cullarla, per rassicurarla. Inizia il lavoro dei controrelatori e mentre una di queste, con molta onestà, tace perché in completo disaccordo con quanto esposto ma non intenzionata ad infliggermi questioni polemiche, un anziano professore prova a formulare alcune domande che io non capisco. Sempre la mia relatrice nel suo abbraccio, mi stringe. La persona che mi sta a fianco mi dice a mezza voce che il professore mi sta dicendo che non appoggia nulla di quello che ho detto, ma io mi accorgo di ben altro. E non solo io. Il presidente del Collegio delle Ostetriche va a sedersi proprio accanto all’anziano docente, gli parla con calma (anche questo è ben visibile). Alcune persone, tra i medici, si agitano. Chi mi aveva richiesto di essere veloce nell’esposizione è visibilmente innervosito: è palese che l’anziano professore non abbia letto nulla del mio documento, ma gli sia stato detto cosa criticarmi. Tra il pubblico alcuni parenti di altre laureande cominciarono a protestare. Si sentono bene le offese all’indirizzo della commissione, mio padre continua a filmare e mi racconterà poi che le persone erano chiaramente offese dal trattamento nei miei confronti. In quel momento una mia collega studentessa, prendendomi da parte, ammette che contro di me ci fosse stata una congiura. Come successo qualche settimana prima, un’altra mi chiede scusa (che accetto prontamente: loro potevano fare qualcosa?).

“Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo; se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna”. Margaret Thatcher

Venimmo fatte accomodare fuori: noi laureande e i parenti. La Commissione discusse per diverso tempo. Saprò in seguito che discuteranno della mia bocciatura tanto che la mia relatrice e il presidente del Collegio mi rassicurarono che avrebbero fatto ricorso al TAR il giorno seguente. Vengono annunciati i voti di laurea. Il mio è 98/110. A quel punto mio marito scese dagli spalti e mentre tutte le mie colleghe giustamente festeggiavano (alcune proprio meritatamente), lui si presentò dalla persona più alta di grado in quella situazione. La afferrò per la mano e si presentò: «Voi non avete idea della sofferenza che avete inflitto a mia moglie. Voi avete di fronte a voi delle studentesse che hanno una famiglia, dei genitori, dei parenti, dei figli: tutte persone che fanno enormi sacrifici per sostenere gli studi, i libri, i viaggi… E vi permettete di aggredirle in un modo mostruoso, senza motivo, senza logica. Non siete dei professionisti».

“Le donne appartengono a tutti i luoghi in cui vengono prese le decisioni. … Non dovrebbero essere l’eccezione”. Ruth Bader Ginsburg

Mai nessuno rispose, negli anni di frequenza del mio corso di laurea, a una domanda: perché. Qual era il motivo di tanto astio? Per quale motivo nessuno mi ha mai affrontato criticando atteggiamenti o reale preparazione? Mai ho ottenuto risposta, perché al bullismo non ci sono risposte.

“Una donna con una voce è, per definizione, una donna forte”. Melinda Gates

Se mi rivedo, quattordici anni dopo, mi chiedo come feci a non mollare. La mia situazione rimase conosciuta da tutti e per anni, alcune generazioni di studentesse, hanno avuto il racconto del trattamento da me subìto. Alcune mi vennero a chiedere se fosse stato tutto vero, tanto pareva assurdo. Negli anni ho conosciuto molte colleghe che hanno penato per laurearsi proprio in Ostetricia, in diverse parti d’Italia. Alcune hanno smesso e si hanno cambiato percorso di studi: troppa la sofferenza. Quante hanno rinunciato?

Una femminista è chiunque riconosca l’uguaglianza e la piena umanità di donne e uomini.” Gloria Steinem

Con il tempo del Covid e di tutte le decisioni che il Governo italiano ha preso negli ultimi tempi, mi domando cosa mi sarebbe successo. Poi rifletto e mi dico che io so cosa mi sarebbe successo. Sarei stata costretta a stare in una stanza senza fare nulla perché sprovvista di passaporto verde. Sarei stata oltraggiata, offesa, aggredita verbalmente, violata nella mia autodeterminazione e magari avrei dovuto combattere solo per ottemperare al mio diritto allo studio. Penso ai miei figli, a mio marito, ai miei parenti che avrebbero sofferto con me, sapendo quanto io ho una naturale propensione alla professione Ostetrica e quanto mi sarebbe stato impedito.

Poi rifletto e mi ritrovo a pensare che io non posso essere stata l’unica, perché chi è abituato e libero di agire in modo discriminatorio, offensivo e meramente cattivo, lo fa in modo sconclusionato e irregolare, abitualmente. Allora ripenso alla ginecologa scomparsa l’anno passato perché sottoposta a mobbing, rivedo colleghe e amiche che hanno avuto bisogno di sostegno psicologico dopo aver lavorato in ospedale. Quante di queste persone hanno sofferto? Quante hanno portato in famiglia, ai propri bambini, il loro dolore?

Ogni giorno qualche mamma mi racconta di dolore indicibile nel mettere al mondo il proprio bambino, di solitudine immensa, di violenza ricevuta da colleghe che trovano abbominevole il fatto che ci siano donne che amano la maternità.

Se questo è femminismo, se le femministe sono quelle delle quali ho citato alcune frasi, il femminismo è ben lungi dall’essere il sostegno tra donne che sarebbe necessario per sopravvivere. La violenza maggiore sulle donne è spesso da parte di altre donne. Che si tenga bene in mente.

(Lettera firmata)

 

 

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