Il 12 Febbraio di quest’anno mi ha contattato un membro del gruppo LGBT cristiano Gionata, Silvia Lanzi, insieme alla sua compagna unita civilmente, per chiedermi un’intervista da pubblicare sulle pagine del loro sito. La richiesta mi ha perlomeno stupito, dal momento che è ben noto come io consideri pressoché eretici i gruppi cristiani LGBT, quantunque siano spesso bazzicati anche da preti cattolici di dubbia fama, e in alcune diocesi siano anche diventati (a volte per sola ingenuità dei singoli vescovi locali) i soli referenti di una non meglio classificata “pastorale omosessuale” (che già solo nella denominazione fa accapponare la pelle).

Eppure. Eppure Silvia e sua moglie sono apparse sinceramente interessate a sentire “per una volta un punto di vista diverso”, di qualcuno che cerchi di vivere ciò che il Magistero della Chiesa da sempre propone per tutti gli uomini e le donne di ogni tempo (e non solo per chi ha attrazione omosessuale), come il Papa ha recentemente ricordato suscitando tanto scalpore.  Parliamo naturalmente della Castità.

Che cerchi di viverla, ci tengo a sottolinearlo. Perché sul riuscire, si fa sempre fatica. I miei detrattori infatti godono sempre molto del fatto di poter dire di avermi incontrato in questo o in quel sito di appuntamenti, o di aver conosciuto qualcuno che con me è persino venuto a letto, salvo però dimenticare che io sono sempre il primo a dire di non vivere una castità piena, se non a fasi alterne, ma che nonostante questo nella castità riconosce un valore. 

Perché, grazie a Dio, io non credo che la Verità sia relativa o dipendente da chi la annuncia: se una cosa è Bene, resta tale anche quando tu non riesci a viverla del tutto. 

Ecco, Silvia e la sua compagna questo di me l’avevano capito. E non volevano la mia intervista per poterla manipolare in qualche modo a loro piacimento: loro volevano davvero iniziare un confronto con un’esperienza diversa. Ci tengo a sottolineare questo: ho avuto completa carta bianca nel poter spiegare dettagliatamente tutte le ragioni, mie ma soprattutto della Chiesa, nel difendere qualcosa che è per il Bene della persona e non per la sua castrazione. Anche per il Bene delle persone con attrazione omosessuale, come tanti meglio di me potrebbero testimoniare.

Purtroppo però questo confronto che si è rivelato piacevole e fruttuoso tra me e le due donne, non si è rivelato altrettanto fruttuoso nel momento in cui l’intervista è stata proposta al direttivo del sito di GIONATA, che ne ha negato la pubblicazione. 

Potrei dettagliare gli infiniti scambi di messaggi e email con cui, chi si fa così spesso ambasciatore di ‘inclusività’, ‘rispetto’ e ‘diritti negati’, ha trovato mille scuse per negare a me il diritto di raccontare la mia storia e le ragioni della mia fede su un sito che, a quella fede, ha  spesso piacere di lasciarsi affiliare, come “LGBT Cattolico”. Ma a quanto pare i paladini del dialogo e della libertà, lasciano la libertà di “dialogare” solo a quelli che la pensano come loro.

Stupito? No, non lo sono.

Rattristato sì. Perché nel vedere la bellezza dell’incontro con Silvia, e la sua capacità di riconoscere il Bene in un confronto paritario e non ideologico, per un attimo avevo davvero sperato di avere un’opportunità per arrivare a chi in buona fede voleva capire qualcosa della proposta della Chiesa, senza pregiudizi. Ma questa opportunità non è stata colta, con grande rammarico mio quanto di Silvia e la sua compagna. E almeno questa realtà si è rivelata per ciò che è: un gruppo attivista come un altro, che dopo aver partecipato al pride, si diletta in più anche nell’andare a messa. 

A voi ogni altra considerazione.

Ciò che ne è venuto però è un lavoro del cui valore resto convinto, ed è per questo che, d’accordo con Silvia, come da infinite mail suddette, ho deciso di pubblicare nelle prossime quattro settimane le quattro domande che mi sono state poste,  in quello che resta un tentativo lodevole di cercare una strada e dei fratelli, laddove altri ti hanno insegnato a vedere solo nemici.

Ed ecco perciò a voi la prima domanda-risposta con il cappello introduttivo che Silvia e la sua compagna avrebbero dovuto pubblicare su Gionata. 

Buona lettura!

Giorgio Ponte

 

love amore LGBT

 

Il nostro di oggi è decisamente un ospite fuori dal coro rispetto agli altri. Si chiama Giorgio Ponte, è uno scrittore, ed è omosessuale. Niente di nuovo, direte voi. Se non che è cattolico praticante – bella storia, anche mia moglie lo è. Ma a differenza sua lui prova a seguire i dettami della morale sessuale della Chiesa – che detto così è un po’ brutale e alquanto riduttivo. Per capire meglio il suo percorso di fede e il suo pensiero, ho deciso di farci quattro chiacchiere: ne è risultata un’intervista molto appassionata e appassionante, piena di spunti di riflessione. Una delle più coinvolgenti mai fatte, perché è il confronto che ci accresce.

Ecco cosa ci siamo detti.

 

Ex abrupto. Non credi che il Catechismo della Chiesa cattolica sia troppo tranchant per quanto riguarda la sessualità (tutta la sessualità)?

A un certo punto del mio percorso di fede mi sono assunto la responsabilità di mettere in discussione tutto ciò che la Chiesa mi aveva da sempre proposto come buono, perché, per quanto mi sia sempre fidato che lo fosse, ero convinto che questo non mi esimesse dal chiedermene le ragioni. In questo modo, senza dare nulla per scontato, e grazie anche ai successivi studi di teologia, ho avuto modo di sperimentare che non c’è fede al mondo che rispetti e valorizzi la sessualità (ma direi la persona umana nella sua interezza) più della fede cattolica.

San Giovanni Paolo II con la sua teologia del corpo ha insegnato per anni come il maschile e il femminile, nella loro complementarietà fisiologica, ci parlino di un Dio che è amore, partendo proprio dalla concretezza della carne, (a questo proposito consiglio il libro di due miei amici che hanno fatto del loro cammino di coppia, l’occasione per sperimentare quegli insegnamenti: “Il cielo nel tuo corpo”  di Lodi e Cavicchi).

Le parole non bastano a descrivere quanto grande sia ciò che la Chiesa ci consegna in merito: una bellezza che parla di Dio attraverso ogni singola parte del nostro corpo, in ogni funzionalità biochimica e psicologica, prima che spirituale.

In un mondo in cui il sesso è visto come un’attività come un’altra da vivere nella coppia (e ormai nemmeno più nella coppia, al pari di uno svago qualsiasi che si può praticare fra amici in ogni momento, come un corso di pilates o una pizzata insieme), la Chiesa restituisce un valore alla corporeità, e quindi al sesso, che solo un Dio incarnato può rivelare. Un Dio che ha fatto del nostro corpo qualcosa di divino

Se questo sia da giudicare ‘tranchant’, io non lo so. A me sembra solo meraviglioso.

Anche su un piano umano (e come potrebbe essere diversamente nella religione del Dio-uomo!) ciò che molti percepiscono come una castrazione, la castità (che in una relazione non matrimoniale significa anche – ma non solo – continenza) in realtà è una grande occasione per imparare ad amare nella libertà, insegnando il valore umano della fatica e dell’attesa. Infatti non rispondere automaticamente ad ogni impulso (sessuale e non) è ciò che ci differenzia dalle bestie, oltre ad essere ciò che di educa a diventare adulti, perché costringe a stare nella frustrazione del proprio capriccio momentaneo. 

Solo così imparo a uscire da una visione del rapporto (e direi della vita) adolescenziale, dove tutto ciò che voglio devo averlo subito e senza sforzo. Peraltro quando l’altro non è oggetto del mio appagamento sessuale, inizio a vedere molto prima tutte quelle imperfezioni, limiti e difetti che è necessario che io veda, per capire se lo sto amando davvero per ciò che è e non per l’idea che mi sono fatto di lui/lei. 

Conosco coppie che sono andate avanti anni e anni prima di vedere che non erano fatte per stare insieme, solo per l’interdipendenza e l’annebbiamento cui il sesso li aveva abituati. Invece, senza quella maschera che tutto esalta e migliora, l’altro si rivela prima per quello che è, imperfetto, e questo fa sorgere subito evidente la domanda: ma io voglio stare con te perché sei tu, o sto con te solo perché tu mi gratifichi (non solo sessualmente)?

Quello che a prima vista appare come una visione tranchant, dipende da un atavico difetto di comunicazione che la Chiesa spesso e per troppo tempo non ha saputo gestire, parlando più di ciò si poteva o non si poteva fare, piuttosto che della bellezza che la morale e il vangelo custodivano e di come essa aiutasse l’Amore a crescere. 

Non mi riferisco alle istituzioni ufficiali (ci sono infiniti documenti bellissimi in merito), ma a chi ha avuto a che fare con le persone direttamente nella vita di tutti i giorni: i sacerdoti. Non è una colpa: il mondo era diverso, molte cose erano date per scontate. Per troppi secoli la Chiesa ha vissuto di rendita in un mondo dove era Lei a “dettare le regole” e perciò col tempo in molti si sono dimenticati di essere tenuti a dover dare ragione della speranza che quelle “regole” custodivano, anche in questa materia. Fino al punto in cui oggi i preti stessi molte volte hanno smesso di credere che delle ragioni ci siano. 

Ed è accaduto così che alla gente siano rimasti in mente solo tutti gli apparenti ‘no’ a certi comportamenti che il Magistero dava (e dà) a partire dal Vangelo, ignorando che dietro ciascuno di quei ‘no’ ci fosse sempre un ‘sì’ a qualcosa di molto più grande, bello e di valore di quanto, chiunque passi il tempo a sbandierare la ‘liberazione sessuale’, possa mai avere fatto esperienza.

Esistono migliaia di testimonianze in tal senso: gente che ha vissuto il sesso come il mondo diceva, e che hai poi riscoperto il valore della castità nel suo significato più profondo, come la vera liberazione. Una liberazione grazie alla quale ha poi anche potuto godere fisicamente, con un’intensità al di sopra di qualsiasi cosa sperimentata in precedenza, l’unione sessuale con la persona con cui aveva scelto di unirsi in matrimonio, dopo un’attesa fatta di ricchezza più che di rinuncia.

È così, questa speranza è autentica: la castità ha delle ragioni umane e spirituali! Basta cercarle. Con l’aiuto di Dio, naturalmente. Da soli, è una grandezza alla quale è difficile aspirare.

A questo proposito ci tengo a precisare che non è mio interesse (né mio diritto) dare un giudizio morale su chi, per diverse ragioni, non sia in grado di vivere la sessualità così. Io stesso di sesso ne ho fatto moltissimo e rispetto ad esso ho vissuto e vivo a fasi alterne forme di dipendenza più o meno gravi, ed è proprio per questo che capisco bene le molte difficoltà che può incontrare chi non riesce a vivere una chiamata del genere pur riconoscendone la bellezza. Ciò non toglie però che questa chiamata sia per tutti gli uomini, e non solo per gli omosessuali. E se Dio chiama ogni uomo o donna a vivere qualcosa, vuol dire che quel qualcosa deve essere in qualche modo possibile per tutti, con il Suo aiuto. 

Altrimenti come si spiegherebbe la chiamata universale alla santità? Rinunceremo anche a quella? O faremo finta che riguardi sempre qualcuno più “bravo” di noi? Eppure sappiamo che non è così. 

I santi non erano bravi. I santi si sono solo fidati di Qualcuno che era più bravo di loro. Perché non è la castità o il seguire tutte le regole in sé che fanno la differenza, ma il fidarsi di un Dio che conosce l’uomo meglio di quanto lui conosca sé stesso e per questo lo invita a vivere con Lui ogni cosa, compresa la sessualità, nel modo in cui Lui l’ha pensata per la sua gioia.  

È un cammino, certo, e il cammino è fatto anche di cadute. Tuttavia, senza avere una meta verso la quale camminare, nessuno di noi si porrebbe mai il problema di provarci. 

Ed è solo quando ci provi, in un cammino di Verità, che inizi a sperimentare quanto la Chiesa avesse ragione nel proporre un certo tipo di valore, nella sessualità, come in tutto. Perché Essa non parla da sé stessa, ma per Colui che è la Verità. 

Nella mia esperienza di uomo ferito, io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. 

Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore.  

Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. 

Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. 

Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

(1- continua)

 


 

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