di Massimo Scapin

 

Trecentocinquanta anni fa, il 12 gennaio 1674, moriva improvvisamente a Roma uno dei più grandi compositori italiani del XVII secolo, anzi «il Maestro dell’Europa Musicale»: Giacomo Carissimi.

Il gesuita Athanasius Kircher, scienziato e teologo, che insegnò al Collegio Romano (la futura Pontificia Università Gregoriana), così lo elogiava nella sua Musurgia universalis, pubblicata nel 1650: «Musicista eccellentissimo e di grande fama. Degnissimo Maestro della chiesa di Sant’Apollinare del Collegio Germanico per lo spazio di molti anni, emerge sugli altri per l’ingegno e la felicità della composizione, capace di trasportare gli animi degli ascoltatori verso qualunque sentimento. Sono infatti le sue composizioni piene di succo e di vivacità di spirito» (cfr. L. Bianchi, Carissimi, Stradella, Scarlatti e l’oratorio musicale, Roma 1969, p. 119).

Nato a Marino, a sud-est di Roma, nel 1605, Carissimi fu maestro di cappella del Collegio Germanico-Ungarico, a Roma, e dell’annessa Chiesa di Sant’Apollinare, dal dicembre del 1629 fino alla sua morte, insegnante di grandi allievi e tenuto in alta considerazione da papi, principi e dotti.

Vasta è la sua produzione sacra; ma il suo nome si lega soprattutto agli oratori in lingua latina, ossia quelle composizioni drammatico-musicali di argomento religioso (ma extra-liturgico) per voci e orchestra, senza scene e costumi. La fama di Carissimi è affidata soprattutto agli oratori: Iephte, Ionas, Iudicium extremum, Iudicium Salomonis, Baltazar, Historia di Ezechia, Historia di Job, Dives malus, Historia di Abraham et Isaac, Lucifer, Oratorio della SS. Vergine, Vanitas vanitatum I e II, Diluvium universale. Quale miglior reazione un compositore avrebbe potuto condurre contro l’infezione luterana che un vero e proprio «teatro dello spirito» alla cui ribalta troviamo la Sacra Scrittura, la Beata Vergine Maria, i Santi, il Magistero della Chiesa e l’economia sacramentale? Dopo l’opera gigantesca del compositore di Marino, questa forma di composizione continuerà, in Italia, con Alessandro Stradella († 1682), Alessandro Scarlatti († 1725), Leonardo Leo († 1744), Giovanni Battista Pergolesi († 1736), Niccolò Jommelli († 1774), Lorenzo Perosi († 1956), Gian Francesco Malipiero († 1973) e Domenico Bartolucci († 2013); fuori d’Italia troverà, tra i cultori più noti, Heinrich Schütz († 1672), Johann Sebastian Bach († 1750), George Friderich Händel († 1759), Franz Joseph Haydn († 1809), Ludwig van Beethoven († 1827), Felix Mendelssohn-Bartholdy († 1847), Robert Schumann († 1856), Hector Berlioz († 1869), Franz Liszt († 1886) e César-Auguste Franck († 1890), Edward Elgar († 1934), Arnold Schönberg († 1951), Arthur Honegger († 1955), Paul Hindemith († 1963).

La Sacra Scrittura, quella sorta di «immenso vocabolario» (Paul Claudel) e di «atlante iconografico» (Marc Chagall), s’incontra felicemente con Giacomo Carissimi, un artista cristiano che vi ha saputo attingere e l’ha senz’altro meditata.


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