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I Domenica di Avvento (Anno C)

(Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36)

 

di Alberto Strumia

 

Lungo tutta la storia cristiana che intercorre tra la prima venuta di Cristo, nel primo giorno di Natale della storia dell’umanità e la seconda venuta del Signore nella Sua Gloria, il Tempo di Avvento, che inizia oggi, è stato insieme il “tempo forte” dell’anno liturgico che prepara a celebrare il primo Natale e richiama a desiderare e ad essere particolarmente attenti, vigilanti «nell’attesa della Tua venuta» (come si recita nell’acclamazione che segue la Consacrazione).

Nel Tempo di Avvento la liturgia ci aiuterà a comprendere come vivere in questi nostri anni: «La liturgia e l’assidua frequentazione alle celebrazioni della Chiesa ti insegneranno più dei libri. Immergiti in questo immenso bagno di gloria, di certezza, di poesia» (Paul Claudel, da una lettera a Jacques Rivière).

Ormai da diversi anni, il clima che si vive nel contesto mondiale ed ecclesiale, ci proietta, come già accadeva ai primi cristiani, più verso questa attesa del ritorno finale di Cristo, che verso la memoria del passato. O meglio, si vive come se il tempo della storia si fosse contratto e le due venute di Cristo si fossero avvicinate, così da suggerire di viverle come quasi coincidenti. La durata del tempo della storia, come un piccolo segmento paragonato all’infinità di una retta (o meglio di una semiretta che ha il suo punto di origine nella creazione di tutto), sembra infinitamente piccola, infinitesimale.

Le letture di questa prima domenica di Avvento ci guidano, da cristiani, a custodire questa “coscienza escatologica” da vivere giorno per giorno. Come ci ammonisce il Concilio Vaticano II, nella Lumen gentium: «Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi» (n. 48).

Indubbiamente i gravi cambiamenti che stanno avvenendo nei nostri ultimi anni, sia nel modo di governare la politica che nel modo di stravolgere la dottrina e la prassi della Chiesa, fanno pensare che i primi segnali di avvicinamento alla seconda venuta di Cristo ci siano davvero. Non siamo di certo arrivati ancora ai «segni nel sole, nella luna e nelle stelle», dei quali parla Gesù nel Vangelo di questa domenica, ma una buona dose di «angoscia di popoli» si è incominciata a vedere. L’«ansia per il fragore del mare e dei flutti», per ora, viene stemperata in un’ideologica ossessione per i cambiamenti climatici, come se questi fossero principalmente colpa degli uomini, quando in realtà ci sono sempre stati e solo una piccola percentuale è di origine antropica. Tutto per fermarsi al livello della vita materiale dell’uomo e non andare mai un po’ più in profondità.

In questo Tempo di Avvento, però, ci viene detto dal Signore stesso, pochi versetti prima del brano del Vangelo che abbiamo letto oggi, che «non sarà subito la fine» (Lc 21,9); perché «devono infatti accadere prima queste cose». Anche se dobbiamo prepararci ad avvenimenti anche più gravi di quelli che abbiamo già vissuto nell’«attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra», comunque «non sarà subito la fine». In questo tratto del tempo che rappresenta una pausa tra gli avvenimenti gravi della storia dell’umanità e della Chiesa, sembra collocarsi, quest’anno, il significato del Tempo di Avvento che stiamo iniziando.

Dopo i richiami sugli ultimi tempi di questa prima domenica, arriverà l’istruzione di Giovanni Battista (nella seconda e nella terza domenica) e la consolazione della protezione della Vergine Maria (nella solennità dell’Immacolata e nella quarta domenica). In particolare la festa dell’Immacolata ci anticipa il trionfo del suo Cuore Immacolato su Satana, profetizzato nella sacra Scrittura, fino dal suo inizio: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stripe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa» (Gen 3,15) e confermato ancora più esplicitamente nelle apparizioni di Fatima: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà» (13 luglio 1917), alle quali non siamo obbligati a credere come ai dogmi, ma che sono comunque un grande aiuto per avere giudizio di fede.

L’Avvento di quest’anno ci viene offerto dalla liturgia come una “boccata di ossigeno”, in un quadro mondiale ed ecclesiale nel quale tutto sembra essere diventato irrespirabile e infetto.

La prima lettura ci fa “respirare” la positività di un momento buono di tranquillità: «Gerusalemme vivrà tranquilla» , e di ristabilimento di un “modo giusto” di vivere, nel “giusto rapporto” tra l’uomo e Dio Creatore («sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia»).

La seconda lettura sembra suggerirci di vivere in questo clima “respirabile” in “piccole comunità”, piccoli gruppi di persone, che quasi sotterraneamente, non soccombono ai condizionamenti dei poteri mondani o ecclesiastici che siano, non sono assorbiti da un pensiero unico di un’ideologia dominante, perché sanno aiutarsi a conservare la fede e la ragione («il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi»), come un seme sotto la terra («Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa», Mc 4,26-27).

Non è il momento di abbattersi perché, come dice Gesù nel Vangelo: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». L’Avvento, quest’anno in modo particolarmente deciso, ce lo dice con forza e chiarezza. Ce lo farà ripetere nelle prossime due domeniche con la predicazione di Giovanni Battista, ce lo confermerà attraverso Maria.

Ed è a loro che ci affidiamo per avere la forza di resistere nelle prove che ancora ci aspettano e viverle con la serenità interiore che è donata dallo Spirito Santo a coloro che hanno la fede e la domandano ogni giorno nella preghiera e con quelle piccole mortificazioni che aiutano a ricordarci del motivo per cui le facciamo, a ricordarci che apparteniamo a Cristo, l’unico che è rimasto «elevato da terra» (Gv 12,32), quando tutto il resto sprofonda, perché è Lui l’unico vero Salvatore dell’umanità.

 

Bologna, 28 novembre 2021

 

 

 

 

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