Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi e pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Gesù guarisce

 

Esiste un passo dei vangeli, uno solo, in cui Gesù “consulta la base”? Un solo passo in cui chieda il parere dei suoi discepoli, discuta con loro il da farsi, ascolti ed accolga le loro proposte? Un solo passo in cui “si metta al loro livello” e “si comporti come uno di loro”?

Non mi pare. Tra Cristo e i suoi discepoli c’è amicizia, anzi la più grande amicizia che si possa concepire, perché Egli dà la vita per loro e perché non li lascia all’oscuro ma gli fa integralmente conoscere la volontà del Padre, ma è una amicizia radicalmente asimmetrica. Gesù non è mai sullo stesso piano degli apostoli. Non cerca insieme a loro la Verità, perché la Verità è Lui; non impara da loro, come almeno qualche volta può accadere ad un maestro umano, ma sempre e solo insegna come un maestro divino. La forma del movimento a cui dà vita con la sua predicazione, dunque, non è mai quella di un’assemblea in cui ciascuno dice la sua e poi un presidente – o piuttosto un “coordinatore”, come è buona creanza dire oggi – dopo avere ascoltato tutti, fa la sintesi (tirando peraltro l’acqua al suo mulino, cioè facendo prevalere quelle idee e quelle proposte che piacciono a lui e che aveva già deciso in cuor suo: così funziona la logica dell’assemblearismo, da che mondo è mondo; e così, c’è da temere, funziona anche quella dell’odierna “sinodalità”). La forma del movimento di Gesù è invece quella di una scuola in cui Uno insegna e gli altri cercano faticosamente di capire le lezioni; e quando provano ad intervenire, il più delle volte sbagliano e vengono ripresi.

Questo mi pare un dato di fatto, al quale non si può certo obiettare citando l’episodio di Mc 8, 27-33 e paralleli (Mt 16, 13-23 e Lc 9, 18-22), in cui il maestro domanda: «voi, chi dite che io sia?». Quello, infatti, non è affatto un sondaggio, ma piuttosto un esame; e quando Pietro, inopinatamente, azzecca la risposta giusta («Tu sei il Cristo»), Gesù lo dichiara sì «beato», ma proprio perché la risposta non è sua, ma gli è stata suggerita: «né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17). Complimenti ed elogi – se la memoria non mi inganna – Gesù non ne fa mai ai suoi discepoli, e del resto non ne fa a nessuno (salvo un paio di eccezioni che dirò tra un momento). Se quella risposta vale a Pietro il posto di futuro capo del collegio apostolico e la funzione di fondamento della chiesa (Mt 16, 18-19: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli») è proprio perché non è farina del suo sacco.

Su tale sfondo spicca, con ironico contrasto e profondo significato teologico, il fatto che gli unici due personaggi – sempre se non ricordo male – a cui Gesù tributa pubblicamente un elogio e gli unici da cui, in un certo senso, si “lascia vincere”, siano due pagani, due che non appartengono al popolo eletto, due che sono fuori dall’Alleanza: in definitiva due nullità da un punto di vista ebraico teologicamente corretto. Uno è il centurione di Cafarnao, quello che ha il servo malato, e a cui Gesù dice che verrà a fargli la visita domiciliare (Mt 8, 7) e lui replica che non ne è degno e che non ce n’è nemmeno bisogno: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa» (Mt 8, 8-9). Di fronte a lui Gesù resta ammirato (ἐθαύμασεν dice il testo, e ce ne vuole per lasciare a bocca aperta uno che aveva la conoscenza dell’uomo che aveva Lui!) e se ne esce con quella lode stratosferica che tutti conosciamo («In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande») e si comporta esattamente come gli ha chiesto l’altro, non come aveva deciso lui: «Va’ e sia fatto secondo la tua fede».

Il secondo caso è appunto quello della donna cananea del vangelo di domenica scorsa (Mt 15, 21-28 e parallelo Mc 7, 24-30). L’altro giorno notavamo che coloro che oggi tendono, aspirano o pretendono di essere più buoni di Gesù, leggono quell’episodio come la documentazione di un percorso di conversione che anche Cristo deve fare, superando giocoforza le chiusure mentali e i pregiudizi ereditati dall’ambiente, per aprirsi alla misericordia. Noi che invece consideriamo normativa la forma del fatto cristiano incarnata da Gesù, pensiamo che vi sia un grande e ironico insegnamento nel fatto che gli unici personaggi in tutto il vangelo a cui il Figlio di Dio sceglie di “dar retta”, dando loro ragione, e gli unici a cui tributa pubblicamente una lode così impegnativa come quella che abbiamo detto, siano due che non appartengono al popolo. Dunque due che al sinodo – a qualunque sinodo – non potrebbero mai partecipare e comunque non avrebbero diritto di voto.

Il fatto è che, in entrambi i casi, Gesù non “dà ragione a loro”, ma alla loro fede in Lui. Non c’è una “base”, un popolo (o pueblo), una periferia esistenziale, un’umanità derelitta o lontana che sia portatrice di una verità da cui anche Cristo deve imparare. C’è la fede, la nuda e pura fede che può travalicare i confini delle appartenenze, ma che è tale solo in quanto è fede in Lui. La stessa fede che aveva ispirato la risposta di Pietro. Quando Pietro (come chiunque altro) si mette invece a guardare dentro di sé, a rimestare nel proprio sacco e ricavarne la propria farina, viene respinto da Gesù con durezza inaudita: «Vai dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8, 33).

Sederci in cerchio, guardarci in faccia, scavare dentro di noi per esprimere i nostri desideri, scambiarci i nostri pensieri e discutere le nostre proposte possono essere tutte attività rispettabili, forse in qualche caso persino utili, ma Gesù ci chiede essenzialmente un’altra cosa: volgere lo sguardo e tenerlo fisso su di Lui, ascoltare la Sua parola e credere. Il significato cristiano della parola sinodo, perciò, non può essere “riunione tra noi per parlare di noi” e nemmeno “riunione tra noi per parlare di Cristo”, bensì “camminare insieme verso Cristo”.

Leonardo Lugaresi

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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