Duccio di Buoninsegna
Duccio di Buoninsegna – Gesù con gli Apostoli

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica XXIII del Tempo Ordinario (Anno A)

(Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)

 

Le letture, e in particolare il Vangelo, di questa domenica vanno compresi alla luce di quello di domenica scorsa, per non essere “liquidate” in un generico appello alla “carità” e all’“amore”, attribuendo a queste due parole un valore inconsistente e mondano. Cosa che, purtroppo, ai nostri giorni si fa quasi abitualmente, riducendo l’insegnamento di Cristo ad un generico “messaggio umanitario”, sotto una prospettiva pseudo-sociale, e “sentimentale-melenso” sotto una prospettiva personale, interiore, magari fatta passare per “spirituale”. Ben altro spessore ha il ”senso cristiano” delle parole “carità” e “amore”!

1 – Nel brano del Vangelo di domenica scorsa abbiamo visto Gesù correggere con una forza, una decisione e un’energia estrema e indiscutibile, addirittura Pietro, il capo della futura Chiesa, nella quale egli avrebbe dovuto rappresentarLo, in forza del mandato che il Signore stesso gli aveva conferito. E lo chiama addirittura Satana, nel momento in cui sta ragionando da “non cristiano” e non da “cristiano”: «Va’ indietro da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se nel Vangelo di oggi il Signore invita, altrettanto decisamente ad essere netti nel “giudizio” sull’errore di coloro che, entro la comunità ecclesiale, sostengono posizioni “dottrinali” e difendono regole “morali” che sono manifestamente in discontinuità con il Suo insegnamento, fedelmente custodito nei secoli dalla Chiesa.

La vera “carità” e il vero “amore” alle persone consiste nell’avere a cuore il loro “bene” che si riassume in Cristo stesso e nel Suo insegnamento, che compendia e perfeziona i Comandamenti della legge naturale immessa nella natura umana da Dio Creatore e rivelata anche nella Legge data a Mosè.

Chi nella comunità, la Chiesa – insegna Gesù in questo passo del Vangelo – pretende di assumere e difendere “dottrine“ e “regole” diverse, deve essere corretto, per il suo bene.

Gesù entra addirittura nel dettaglio del “metodo” con il quale si dovrà procedere nella futura Chiesa.

– Il primo livello della “correzione” deve avvenire in “forma privata”, riservatamente, nel pieno rispetto della dignità pubblica della persona che viene corretta («ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»).

– Il secondo livello prevede il rifiuto della correzione («se non ascolterà»). Oggi possiamo constatare che questo rifiuto può essere motivato:

= da una ostinazione “ideologica” di chi sta seguendo una strada sbagliata che allontana da Cristo e dalla Chiesa;

= ma anche dalla incapacità di chi, pur muovendosi entro i termini dell’ortodossia dottrinale e morale, non è in grado di rendere ragione della verità, perché non ne ha approfondito le ragioni neppure a se stesso. E questo è il punto debole di molti credenti, laici e chierici, ai nostri giorni. Non riescono ad essere convincenti perché non sono credibili e non sono credibili perché non sono convinti loro stessi.

In questo secondo caso, il ricorso all’aiuto di altre persone può essere importante sia perché la presenza di due o tre testimoni rende più “giuridico” l’atto di correzione, sia perché tra loro è bene che si scelga qualcuno più capace di “rendere ragione”, essendo un “testimone più credibile” («prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»).

– Il terzo livello è quello “pubblico” («Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità»). A questo punto è la Chiesa intera, come tale, l’interlocutore di fronte al quale l’errore deve essere giudicato per la sua non conformità all’insegnamento di Cristo. Un’ulteriore ostinazione nell’errore, automaticamente, esclude dalla partecipazione alla comunità per una contrapposizione con il suo “sentire comune”, con il riconoscimento nel “comune insegnamento”, custodito nel tempo come “deposito della fede”. A questo punto, Gesù non fa sconti falsamente caritatevoli nei confronti dell’errore e dell’errante ostinato: «se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano». Questo non significa che l’errante ostinato deve essere umanamente disprezzato e danneggiato. Gesù ha avuto a che fare anche con pagani e pubblicani quando questi gli si rivolgevano, ma non ha mai giustificato i loro errori e ha sempre indicato loro la via della verità.

Addirittura qui conferisce ai discepoli che, sono in questo caso verosimilmente soprattutto gli Apostoli, un “potere di giudizio” che aveva già dato a Pietro: «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». E vediamo qui già il conferimento di un potere sacramentale e disciplinare.

Non dobbiamo vedere in questo passo del Vangelo solo l’indicazione di come risolvere i contenziosi provocati da interessi e offese personali («Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te»), ma anche e soprattutto quelli “dottrinali” e “morali” che rappresentano il massimo grado di offesa fatta ad un membro della comunità cristiana. Se ti opponi direttamente a Cristo offendi massimamente anche me! Se ti opponi direttamente solo me, per cose materiali o beghe personali, e non intendi rinnegare Lui e la Sua dottrina, fai una cosa grave, ma di certo infinitamente meno grave, che normalmente posso perdonarti anche privatamente.

2 – La prima lettura chiarisce, in modo particolare, il carattere oggettivo della “correzione” degli errori e dell’ammonimento degli erranti – fino all’espulsione dalla comunità (scomunica) – in merito agli aspetti “dottrinali” e “morali” che riguardano la fede dell’intera comunità («O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia»). E condanna pesantemente il silenzio – soprattutto da parte dei responsabili della comunità – di fronte agli errori “dottrinali” e “morali”, giudicandolo come una forma di “connivenza” con l’errore («Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te»). Mentre raccomanda ed elogia come la forma più grande di “carità” e come “amore vero” il comportamento di chi ha talmente a cuore il bene dell’altro da fermarlo prima che cada nel burrone del male che sta per farsi con le sue stesse mani («Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato»). Ogni applicazione per un giudizio di quanto sta accadendo ai nostri giorni, da alcuni anni a questa parte, è evidente in se stessa e solo uno dall’intelligenza di fede accecata non saprebbe farla.

3 – Infine, nella seconda lettura, san Paolo chiarisce che ogni contrapposizione tra “legge” e “carità” è una forma di falsificazione ideologica della verità, quando dice che «“Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai”, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». Con questa espressione egli non intende dire che basta ripetere continuamente la parola “amore” – come si fa molto spesso oggi – per cancellare i Comandamenti come una forma antiquata di legalismo, ma, al contrario che l’amore del prossimo si realizza solo e proprio nell’adempimento dei Comandamenti. Infatti, dice, che la parola “amore” li “ricapitola”, ovvero richiede di attuarli tutti insieme: non dice li “elimina” o li “sostituisce”!

Maria, la madre del Signore e della Chiesa interceda per tutti noi per ottenere a ciascuno e alla “comunità”, la Chiesa intera, quella Sapienza che convoca i suoi fedeli per riunirsi nel nome del Signore e non per altri motivi “ideologici”, come fanno tanti, ed ottenere così da Lui tutto ciò che ci occorre per il bene nostro e dell’umanità («In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»).

Bologna, 6 settembre 2020

 

Fonte: albertostrumia.it

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

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