di Marco Begato
Lo scorso 16 settembre è stata pubblicata la nota “Un cammino di speranza”, già fatta oggetto di varie riflessioni anche su questo blog.
La Nota contiene tante ambiguità, inevitabile quando la scelta cada sulla memoria della Shoah mentre il genocidio palestinese è in corso. Ma non voglio entrare nel vivo di quel tema.
Porto invece la mia attenzione su ciò che si viene a dire dal numero 10 del testo, un paragrafo importante perché spezza una narrazione teologica molto diffusa e imprecisa. Lo fa con una chiarezza e sinteticità che non mi risulta nelle precedenti dichiarazioni inerenti la quaestio iudaica.
Tale narrazione ha fatto capolino per esempio sul Messaggero, che all’indomani della pubblicazione del documento titolava: “Gesù è ebreo e lo è per sempre. Il Vaticano: l’ebraismo di oggi ha valore teologico per i cristiani, nuovo documento con l’ok di Leone”.
Colpisce in questo titolo il riferimento al valore teologico dell’”ebraismo di oggi” per i cristiani. Ma è vero? In realtà “Un cammino di speranza” dice qualcosa di opposto, qualcosa che “Nostra aetate” non mi risulta avesse esplicitato.
Leggiamo dunque al numero 10: “Sia l’ebraismo odierno che il cristianesimo contemporaneo si basano sulla Parola rivelata nel Primo Testamento e affondano le loro radici nell’ebraismo dei tempi di Gesù”.
Il distinguo è immediato, chiaro e potente. Il documento non dice che i cristiani sono radicati nell’ebraismo, bensì afferma che tanto i cristiani quanto gli ebrei sono radicati “nell’ebraismo dei tempi di Gesù”.
Ma la Nota va addirittura oltre e precisa: “Quest’ultimo, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., si trasformò col tempo soprattutto in ebraismo rabbinico, mentre il cristianesimo primitivo si sviluppò a partire dal movimento avviato da Gesù e dai suoi discepoli, distinguendosi dalle varie forme di ebraismo nel corso del tempo”.
Ecco disegnate le rotte: partendo dall’ebraismo dei tempi di Gesù si danno due strade che formano una netta biforcazione. Da un lato vediamo evolversi un “ebraismo rabbinico”, successivo alla distruzione del tempo di Gerusalemme (profetata dal Cristo stesso); dall’altro abbiamo l’evoluzione del cristianesimo, che si è distinto dalle varie “forme di ebraismo nel corso del tempo”.
E si prosegue affermando che Gesù è “ebreo”, sì, ma non dell’ebraismo rabbinico, ché anzi “i primi cristiani adottarono effettivamente principi dell’ebraismo di allora e li adattarono alla nuova situazione post-pasquale”. Gesù è un ebreo “di allora”.
Detto altrimenti, i cristiani non hanno nessun debito o pendenza o legame diretto nei confronti dell’ebraismo rabbinico, che è quello odierno. È invece vero che tanto i cristiani quanto gli ebrei hanno molti debiti e pendenze, anzi hanno radici, nell’ebraismo “dei tempi di Gesù”.
Trovo curioso anche il fatto che, per individuare le radici comuni di ebrei e cristiani, si parli proprio di ebraismo “dei tempi di Gesù”, cosicché di fatto Gesù rimane la pietra di paragone e di discrimine di qualsiasi discorso sull’ebraismo.
Sempre al numero 10 si cita un frammento della “Nostra aetate”: “essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima”. Così la lezione della Nota chiarisce l’applicazione del testo conciliare: il patrimonio “grande” e “comune” a ebrei e cristiani è quell’”ebraismo dei tempi di Gesù”, equidistante tanto dalla religione dei seguaci di Cristo quanto dalla versione rabbinica dell’ebraismo nelle sue varie forme attuali.
Il resto del documento, dicevo, prosegue non senza ambiguità. Va però notato che mentre gli altri passaggi del testo hanno un tono di tipo parenetico, culturale e interpretativo, il numero 10 ha un taglio storico, fattuale e documentale.
Il numero 10 rappresenta dunque il contenuto sicuro sul quale costruire un dialogo e un rapporto adeguato con l’ebraismo rabbinico. Anche dal punto di vista metodologico il passaggio analizzato ha carattere profetico: quando finalmente sarà possibile una ricostruzione storica oggettiva dei fatti relativi all’ebraismo contemporaneo, allora le relazioni tra cattolici ed ebrei, e non solo tra loro, potranno migliorare nella realtà e non solo nei documenti commemorativi.
Marco Begato è un sacerdote
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