Domenica XXVI del Tempo Ordinario (Anno B)
(Num 11,25-29; Sal 18; Giac 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48)
di Alberto Strumia
La “chiave” per “aprire” ed entrare nel “cuore” della fede cristiana cattolica sta tutta nella breve “formula” che Gesù lascia agli Apostoli e ai discepoli, rispondendo a Giovanni, secondo la narrazione del Vangelo di questa domenica: è la formula «nel Mio Nome». Per comprenderla occorre rifarsi all’Antico Testamento. Per gli Israeliti di quel tempo il nome non era un semplice segno convenzionale usato per chiamare le persone, ma definiva l’identità, l’essenza, la vocazione di una persona: la rendeva, in qualche modo, presente il solo pronunciarlo. Tanto è vero che non si poteva neppure osare di pronunciare il Nome di Dio. Con Cristo e il cristianesimo tutto questo è stato perfezionato con i Sacramenti e, in particolare, con l’Eucaristia. Come nel Nome, nei Sacramenti Dio è operante efficacemente (ex opere operato), e nell’Eucaristia è addirittura “realmente presente”. Perciò, senza pensare, volere ed agire nel Suo Nome tutto ciò che si presenta come “cristiano” finisce per esserlo solo in apparenza, ma non nella sostanza, non nella «verità tutta intera» (Gv 16,13). Infatti uno degli equivoci più diffusi tra i credenti – equivoco che si è accentuato specialmente in questi nostri ultimi anni – è quello di pensare e, di conseguenza di vivere, come se Gesù ci avesse consegnato semplicemente un “messaggio”, nel Vangelo, lasciandoci poi da soli per realizzarlo. Un messaggio prevalentemente “umanitario” e “sociologico”. Ma c’è bisogno di essere cristiani per essere semplicemente “umanitari” e “sociologici”? Anche i pagani sanno farlo («Non fanno così anche i pagani?», Mt 5,47) a partire da motivazioni e da una concezione dell’uomo e della realtà che, quasi sempre, non ha più nulla di cristiano, pur servendosi, non di rado ancora di parole espropriate ai cristiani!
Una volta questo messaggio si traduceva in precetti quali “volersi bene”, “aiutare il prossimo”, “dare almeno il superfluo ai poveri” se non ci se la sente di “dedicarsi interamente” a loro, “fare il proprio dovere”, ecc. Cose in se stesse giuste. Ultimamente, però, questi precetti sono stati in parte “modernizzati” dagli “umanitaristi ecclesiastici” dei nostri giorni, aggiungendo ad essi nuove espressioni, come “lavorare per la pace”, “aprirsi alle diversità”, “costruire ponti”, “abbattere muri”, “essere ambientalisti”, ecc. E qui è entrata molta ideologia a manipolare l’oggetto della fede! Perché nel pensare e nel fare tutto questo Cristo è stato messo in secondo piano fino a farlo scomparire del tutto; anzi rinnegando la Sua Dottrina, quasi senza che ci se ne accorgesse. Lui avrebbe “dato il via” a questo “processo”, ma dopo averlo avviato si sarebbe ritirato nella storia passata, antica, e ormai non servirebbe più. Tanto è vero che queste cose i “nuovi cristiani” le fanno seguendo le ideologie di moda, come tutti gli altri che non hanno bisogno del titolo di “cristiani” per fare le stesse cose. Si direbbe che “i ponti” con i non cristiani non si realizzano più annunciando loro che Cristo è il Salvatore, ma, al contrario, eliminandolo. Se i cristiani diventano uguali al mondo, “i ponti” sono, miracolosamente, già costruiti; anzi non occorrono nemmeno più essendo già tutti sull’altra sponda! Non è forse questa la logica seguendo la quale si è attribuito al governo ateo della Cina il potere di scegliere i vescovi? Se tra gli atei e i cristiani non ci sono più differenze, perché Cristo non c’è più, tutto diventa normalizzato e legittimo…
Ma, purtroppo per chi la pensa e governa la Chiesa così, le letture di questa domenica ci insegnano l’esatto contrario. Infatti Gesù, nel Vangelo insiste sul fatto che per essere suoi discepoli e ottenere per mezzo di Lui la Salvezza eterna, occorre non pensare e fare le cose come le fanno gli uomini del mondo, i non cristiani (ricordiamo il severo rimprovero dato a Pietro nel Vangelo di due domeniche fa: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»), ma fare tutto nel Suo Nome. È la potenza di Cristo, del Suo Nome, cioè l’azione della Sua Grazia, che compie profezie, miracoli e forma la carità delle nostre azioni. Per essere in grado di “imitare” il modo di agire di Cristo, occorre permettergli di coinvolgersi direttamente con noi (questa è la Grazia) per essere suoi “consapevoli” (questa è la fede) e “volontari” (questa è la carità) strumenti. Tanto è vero che è impossibile che qualcuno che agisce nel Suo Nome non sia almeno implicitamente cristiano: il “ponte” tra noi e gli altri è Lui e solo Lui («“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel Tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel Mio Nome e subito possa parlare male di Me: chi non è contro di noi è per noi”»). Non siamo noi che costruiamo ponti solo umani e artificiali. Questi crollano presto… Sembra quasi che i crolli e i disastri che stanno accadendo nel mondo siano un segnale di questa fragilità della presunzione di un’umanità che vuole un mondo costruito come se Dio non esistesse, o fosse creato dalla potenza dell’uomo.
O si pensa, si parla e si costruisce esplicitamente mettendo al centro il Signore – questo vuol dire la formula nel Suo Nome – o non si è cristiani e si abusa di questo titolo servendosene per rinnegarlo. Questa capacità di “pensare”, “parlare” e “agire” nel Suo Nome si fonda e si esprime come una “capacità di giudizio” sul vero e sul falso, sul bene e sul male, sulle scelte della propria vita personale e pubblica, come sui fatti della storia passata e presente, in vista del futuro che ci attende. La prima lettura ce la presenta, infatti, come il “carisma della profezia”, che è dato per essere, nella misura in cui è assegnato a ciascuno, caratteristico di ogni cristiano («Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il Suo Spirito!»). Senza questa capacità di giudizio. che va domandata innanzitutto nella preghiera, e va coltivata facendosi aiutare da coloro sono autorevoli per averlo ricevuto con maggiore abbondanza, l’essere cristiani rimane “congelato” e incapace di missione presso gli altri. Anzi, diviene una “ricchezza spirituale destinata a marcire”. Secondo le parole della seconda lettura tratta dalla Lettera di san Giacomo Apostolo: «Le vostre ricchezze sono marce», perché anche l’uso dei beni materiali viene corrotto di conseguenza. E lo vediamo bene ogni giorno: ogni forma di corruzione sul piano materiale è conseguenza della corruzione interiore, di una concezione deviata di se stessi, del prossimo e di Dio. Gli scandali – che Gesù condanna, senza sconti, alla pena eterna nel Vangelo di oggi – che ora vengono a galla negli stessi uomini di Chiesa, a tutti i livelli, hanno la loro radice remota in un’alterazione della dottrina che apre la strada ad un uso peccaminoso alla libertà.
Avvicinandoci ad iniziare il mese di ottobre, tradizionalmente dedicato alla Vergine Maria, chiediamole di farci imparare – come lei che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19) – a fare tutto nel Nome di Cristo («perché senza di me non potete fare nulla», Gv 15,5). Il Papa, poi, in forza della “Grazia di stato”, è stato illuminato – perciò non importa a noi conoscere le vere intenzioni del suo animo – a chiedere che durante il mese di ottobre dedicato a Maria, si reciti, al termine del santo Rosario, anche la preghiera a san Michele Arcangelo, di Papa Leone XIII che dispose, al suo tempo, che ogni sacerdote recitasse privatamente a conclusione di ogni santa Messa. D’ora in poi, la reciterò pubblicamente, ad alta voce, con voi, come orazione conclusiva della preghiera dei fedeli, accogliendo in questo modo il suggerimento di entrambi i Pontefici. Ciascuno di noi, nella Chiesa di oggi, ne ha particolarmente bisogno e la sua recita non mancherà di produrre il suo effetto.
Bologna, 29 settembre 2024
(Ho riproposto in questa domenica una mia riflessione della domenica 30 settembre 2018 che trovo del tutto pertinente anche oggi, e non era ancora apparsa su questo blog)
Preghiera a San Michele Arcangelo
San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia contro le insidie e la malvagità del demonio e sii nostro aiuto.
Te lo chiediamo supplici che il Signore lo comandi.
E tu, principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime. Amen.





















Carissimo don Alberto,
già nel 1994 fu San Giovanni Paolo II a raccomandare la recita della preghiera a San Michele Arcangelo, composta da Leone XIII! Il Papa polacco, preoccupato per le sorti dell’umanità, invitava a rivolgersi all’Arcangelo dopo la celebrazione eucaristica oppure privatamente. Testimonio che la comunità delle suore polacche nazaretane ha obbedito a Papa Wojtyla! E così alcune parocchie – molto poche, a dir il vero – della mia zona.
Ad ogni modo, per chi volesse approfondire la bellezza del culto al Principe delle Milizie Celesti, il Santuario di San Michele sul Gargano (basta cercarlo in rete o digitare Corona Angelica/Coroncina di Adorazione) diffonde la recita della Coroncina Angelica e della Coroncina di Adorazione a Dio con i 9 cori angelici. Devozioni davvero mirabili, che i fedeli dovrebbero non tralasciare per il bene della Chiesa e del mondo, oltre che personale.
Grazie don Alberto per il suo commento. Come sempre perfettamente centrato. Dio la benedica.
di ritorno da monte S.Angelo dico Amen
La invidio, Giacomo carissimo! Andare a Monte Sant’Angelo per la festa solenne del 29 è una esperienza che non si può raccontare…: va vissuta!
Ci ricordiamo nella preghiera!
Evviva San Michele Arcangelo, archistratega, psicopompo, primo ministro del Paradiso, vicario di Dio in Cielo come Pietro di Cristo in terra, Principe delle Milizie Celesti, protettore del Popolo di Dio, custode degli eletti!