L’epidemia di Covid 19 continua a preoccupare. Il sorgere e il diffondersi di nuove varianti mina la fiducia totale nei vaccini. Una notizia da Gerusalemme fa sperare in future cure mirate contro il virus, indipendentemente dalle varianti. Ce ne parla Nathan Jeffay in questo articolo pubblicato sul Times of Jerusalem.

La traduzione è a cura di Annarosa Rossetto.

 

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This 2020 electron microscope image provided by the National Institute of Allergy and Infectious Diseases – Rocky Mountain Laboratories shows SARS-CoV-2 virus particles which cause COVID-19, isolated from a patient in the U.S., emerging from the surface of cells cultured in a lab. Viruses are constantly mutating, with coronavirus variants circulating around the globe. (NIAID-RML via AP)

 

Se i farmaci superano i test clinici per COVID, è probabile che si dimostrino efficaci anche per le nuove varianti, affermano gli scienziati, poiché prendono di mira proteine che cambiano molto poco nelle mutazioni del virus

 

Scienziati israeliani affermano di aver identificato tre farmaci esistenti che hanno buone prospettive come trattamenti per COVID-19, affermando di aver dimostrato una grande capacità di combattere il virus nei test di laboratorio.

Hanno messo in vitro queste sostanze a contatto con SARS-CoV-2 attivo e cellule umane. I risultati “hanno dimostrato che i farmaci sono in grado di proteggere le cellule dagli attacchi del virus con quasi il 100% di efficacia, il che significa quasi il 100% delle cellule è sopravvissuto nonostante fossero state infettate dal virus”, ha detto al Times of Israel il professor Isaia Arkin, un biochimico dell’Università Ebraica che ha avviato la ricerca.

“Al contrario, in circostanze normali, circa la metà delle cellule sarebbe morta entro due giorni dal contatto con il virus”. Ha aggiunto che ci sono forti indicazioni che i farmaci saranno efficaci contro le varianti da mutazione.

Il prof. Arkin, che fa parte di un centro dell’Università Ebraica specializzato nel reimpiego di farmaci esistenti, ha affermato di aver esaminato più di 3.000 farmaci per verificarne l’idoneità, in quella che descrive come una ricerca simile a quella di “un ago in un pagliaio”. Questo approccio può aiutare a trovare rapidamente i trattamenti perché i farmaci sono già stati testati. Spera di lavorare con un’azienda farmaceutica in modo che i farmaci che ha identificato vengano rapidamente testati clinicamente per il COVID-19.

“Abbiamo il vaccino, ma non dobbiamo riposare sugli allori e vorrei che questi farmaci facessero parte dell’arsenale che stiamo usando per combattere il coronavirus”, ha detto.

La ricerca che ha aperto la strada alla sperimentazione di laboratorio è stata sottoposta a peer-review e pubblicata, ma lo studio di laboratorio in quanto tale deve ancora essere sottoposto a revisione paritaria.

Arkin ha affermato che il suo ottimismo sul fatto che i farmaci si dimostreranno efficaci contro varianti future si basa su ciò che prendono di mira.

Di fronte alla SARS-CoV-2, i farmaci in questione – Darapladib, attualmente usato per curare l’aterosclerosi, Flumatinib, un farmaco contro il cancro e un farmaco per l’HIV – non prendono di mira la proteina spike. Piuttosto prendono di mira una delle altre due proteine: la proteina della membrana e la proteina 3a. Queste proteine, in particolare la proteina dell’involucro, non cambiano molto da variante a variante e persino da malattia a malattia della famiglia dei coronavirus. Ecco perché i farmaci che le prendono di mira hanno probabilità di rimanere efficaci nonostante le mutazioni, sostiene il prof. Arkin.

La proteina dell’involucro del coronavirus, una delle due proteine ​​che gli scienziati dell’Università Ebraica prendono di mira con i farmaci che hanno testato nel loro laboratorio (per gentile concessione della Hebrew University)

“La proteina dell’involucro del virus SARS-CoV-2 è approssimativamente identica al 95% a quella del primo focolaio di SARS del 2003, mentre la proteina spike è identica per meno dell’80%”, ha affermato.

“Ciò significa che se avessimo avuto un farmaco mirato verso la proteina dell’involucro per curare l’epidemia di SARS, molto probabilmente non avremmo dovuto sopportare questa pandemia.” 

Fino ad ora, la proteina dell’involucro non era considerata un bersaglio promettente per i farmaci. Il team di Arkin, invece, l’ha identificata come un canale ionico, una classe di proteine ​​presenti nelle membrane di tutti gli organismi, che, per la loro struttura, rispondono particolarmente bene ai farmaci – una qualità sfruttata dai prodotti farmaceutici per l’ipertensione, l’angina e molti altri condizioni. 

Arkin ha dichiarato: “Sono entusiasta di aiutare ad espandere l’arsenale di cure contro il coronavirus. Se pensiamo a cosa ci consente di combattere l’HIV, l’epatite e molte altre malattie, è proprio il fatto che disponiamo di una varietà di trattamenti, un vasto arsenale.”

 

 

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