E’ stata presentata oggi 9 aprile l’esortazione Gaudete et exsultate, sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Papa Francesco precisa che non è un trattato sulla santità, ma un umile tentativo di far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale.

Foto: Roma vista dalla cupola della basilica di San Pietro

Foto: Roma vista dalla cupola della basilica di San Pietro

E’ stata presentata oggi l’esortazione di papa Francesco Gaudete et exsultate (qui), sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Essa porta la data del 19 marzo scorso, Solennità di San Giuseppe (Esattamente a due anni dalla pubblicazione della Amoris Laetitia). E’ un documento costituito da cinque capitoli e 177 paragrafi, e ci invita ad essere santi oggi.

Papa Francesco in apertura precisa che “Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni (…). Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale (…)”.

Nel leggerla, ognuno potrà spaziare fra tanti aspetti di questo importante tema. Credo, però, che la grande stampa si focalizzerà su alcuni aspetti o temi che sono stati già dibattuti sulle prime pagine dei giornali. Per noi italiani, in particolare, uno di questi temi caldi è rappresentato da quello sulle migrazioni.

Leggiamo così nella Gaudete et exsultate:  101. Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista.(…) La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, (…). Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, (…).

E poi, “102. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli.”

E’ facile immaginare che, a proposito di questi due punti, alcuni solleveranno delle obiezioni. Infatti, se è vero che le tematiche, ad esempio, dei poveri o dei migranti sono sicuramente importanti e degne della massima attenzione, è anche vero, d’altra parte, che “i temi ‘seri’ della bioetica” (come li menziona la Gaudete et exsultate) meritano un’attenzione del tutto particolare.

La ragione risiede nel fatto che la Chiesa nell’affronto delle problematiche dei flussi migratori o nella scelta delle politiche di welfare tese a diminuire le disparità sociali o a tutelare i meno abbienti, i cosiddetti poveri, ha da sempre lasciato ai laici ampia facoltà e libertà di scelta o di approccio. Lasciando infatti da parte le impostazioni ideologiche, come potrebbero essere quelle del “collettivismo” o del “comunismo”, intese in senso stretto, non si può dire, a priori, quale sia in quei campi la politica migliore, più adatta o efficace in termini di risultati. Ad esempio, una determinata politica di welfare potrebbe aver sortito alcuni buoni risultati in certi periodi o in certe aree geografiche, e risultati totalmente disastrosi in altre circostanze.

Allo stesso modo, se da una parte risulta scontato che l’accoglienza di chi fugge dalla guerra o dalla fame debba avvenire in ogni caso, d’altra parte è del tutto ragionevole discutere su quale sia la migliore politica di gestione dei flussi migratori di natura “economica”, cioè di quei flussi che riguardano coloro che si muovono verso paesi alla ricerca di migliori opportunità lavorative e di vita. Nel secondo caso, infatti, è del tutto logico e ragionevole che una parte politica possa esprimere un prudente disaccordo nei confronti della parte avversa. Questo disaccordo, però, non deve condurre, in particolare se si discute tra cattolici, una parte ad inveire moralmente nei confronti dell’altra o, addirittura, ad accusarla di scarsa aderenza alle esigenze evangeliche.

Inoltre, occorre anche tener bene in considerazione quanto disse Benedetto XVI nel 2012: “ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”.

Tutt’altro cosa è invece la questione della difesa della vita umana, della inviolabilità della vita umana dal concepimento alla morte naturale. In questo caso, non è opinabile o discutibile la libertà di uccidere (leggi qui), perché essa non è una vera libertà, ma si qualifica come una vera e propria tirannia. Per tale ragione, la Chiesa, in questa specifica tematica, non ha mai lasciato libertà di coscienza, in quanto si è di fronte ad un assoluto morale: “non uccidere”.

Del resto, è stato proprio san Giovanni Paolo II che nella esortazione apostolica post-sinodale, Christifideles laici, al n.38, (qui) ha scritto: “Ora l’inviolabilità della persona, riflesso dell’assoluta inviolabilità di Dio stesso, trova la sua prima e fondamentale espressione nell’inviolabilità della vita umana. E’ del tutto falso e illusorio il comune discorso, che peraltro giustamente viene fatto, sui diritti umani _ come ad esempio sul diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia e alla cultura _ se non si difende con la massima risolutezza il diritto alla vita, quale diritto primo e fondamentale, condizione per tutti gli altri diritti della persona”.

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