Papa Francesco con il pollice verso
Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

 

 

di Mattia Spanò

 

 Papa Bergoglio non occupa spazi: inizia processi. Da diverso tempo si è fatta strada la tendenza, gonfiata dai media, a coagulare una “filosofia di vita” in poche massime, più propriamente slogan, che guidino le persone nel vasto e periglioso mondo.

Avendo rigettato i comandamenti di Dio e altro ciarpame come la filosofia greca e il diritto romano, le persone si fabbricano un proprio decalogo sfogliando Chi, Oggi e GQ. Ovunque si legge e si ascolta di manager o guru da sbarco che dispensano pillole di saggezza: quattro scemenze in croce ripiene di “effetto wow” (formula che mi scatena istinti belluini) e di scarsa, scarsissima sostanza. Sarebbe meglio dire inesistente, ma lasciamo in sospeso il beneficio del dubbio.

Questa tendenza all’auto-istruzione per l’uso, che a quanto pare ha infettato anche il papa, ha implicazioni sia a monte che a valle. A monte, la spumeggiante incapacità di sviluppare un pensiero critico forte, aperto – cioè valido per molti ma non per tutti – e fondato su principi più che su valori. A valle, il rifiuto di tirare le somme di queste paroline dense di niente in cui ripongono la massima fiducia, soprattutto quella altrui.

Nel caso di “iniziare processi”, c’è una scena di un bel film, Collateral, in cui un assassino prende un taxi e fa un’unica lunga corsa notturna per eliminare un po’ di bersagli, stabilendo un rapporto strano col tassista che lo accompagna in giro ad uccidere sapendo che sarà l’ultima vittima. Solo alla prima tappa il tassista si rende conto del lavoro del suo passeggero, perché mentre lo aspetta sente uno sparo e vede un uomo attraversare una finestra per sfracellarsi davanti a lui.

Quando il killer torna, il tassista lo affronta: “Lo hai ucciso”. “Non sono stato io: è stata la pistola, e la caduta” è la replica tranquilla. Il killer ha solo iniziato il processo e rifiuta il carico morale della responsabilità, ovvero la conseguenza delle proprie azioni.

Più sottilmente, l’idea di “iniziare processi” risponde ad un concetto che riveste tutti questi slogan: l’idea che il pensiero sia mobile, in evoluzione, progredisca fatalmente verso qualcosa di positivo. I vaccini ci hanno salvati, l’Ucraina vincerà, Israele è uno Stato democratico che ha diritto a difendersi macellando un popolo e così via. Nulla e nessuno possono scalfire le convinzioni espresse negli slogan premessi. È una forma patologica di coerenza che conduce direttamente all’annichilimento tanto del pensiero quanto del soggetto pensante. Viviamo in un mondo che ha fatto delle proprie singolari paranoie la giustificazione autopoietica della propria esistenza e legittimità.

La filosofia, al contrario, non cerca conferme a sé stessa ma, se è buona e condotta con rigore, conferma e conforma la realtà. Non solo la conferma ma la riporta nel tempo, la tramanda rendendola disponibile a chi viene dopo. Quella di Bergoglio, il quale si direbbe del tutto indifferente alle conseguenze delle proprie parole, non somiglia nemmeno ad una filosofia di vita da parrucchiera, quanto ad un altro principio destrutturante da lui stesso enunciato: hagan lío, fare casino.

Veniamo alla “frociaggine” che in questi giorni ha tenuto banco. Il papa ha lamentato una certa aria di “frociaggine” che non fa bene davanti a duecento vescovi durante un incontro riservato, per quanto possa definirsi tale un confronto con duecento convitati. In secondo luogo, scusandosi per non aver inteso offendere nessuno, ha confermato pubblicamente di essersi espresso nei termini trapelati. La vera notizia non è il turpiloquio in attrito con la carica ricoperta, ma la conferma che arriva dalla sala stampa del turpiloquio stesso.

Se avessero lasciato cadere la cosa sarebbe rimasto il dubbio, dal momento che si trattava di uno spiffero. Invece le scuse del direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, hanno certificato l’infelice espressione. Dunque, Bergoglio ha avallato la propria esposizione a quest’umiliazione pubblica rettificando se stesso in ossequio, si direbbe, all’ideologia woke. Questo mi sembra il primo dato incontestabile.

Il secondo dato è che nessun papa è mai stato, e sin dall’inizio, così coerentemente favorevole all’omosessualismo. Non tanto all’omosessualità, ma proprio all’omosessualismo pratico. Certo ha sempre accusato l’ideologia, o se si preferisce la filosofia omosessualista, ma per quanto esposto all’inizio in un mondo profondamente indifferente alla speculazione filosofica è impossibile che le osservazioni in materia vengano non dico comprese, ma nemmeno percepite. Degli appelli di Francesco contro l’ideologia gender nulla resta. Delle sue strizzatine d’occhio al mondo arcobaleno e delle sue lavande dei piedi a transessuali, tutto.

Ciò che conta sono gli innumerevoli gesti, le udienze, le parole al rosolio spese nei confronti delle persone omosessuali o con disforia di genere profuse a piene mani, senza contare le altrettanto numerose nomine vaticane di chierici evidentemente sfuggiti alle maglie “anti-frociaggine” nei seminari e lungo la carriera che li ha condotti a ruoli di spicco in seno alla Chiesa. Sono questi “gesti” a impressionare i fedeli. Impressione in senso fotografico delle coscienze.

In materia dottrinale Bergoglio sembra non scostarsi dalla dottrina di sempre in modo da fuorviare (vorrei scrivere ingannare, ma un padre che inganna i suoi figli è inconcepibile) i fedeli più ottimisti, i quali infatti affermano che “il papa non ha mai cambiato la dottrina”. Enunciato comunque fallace: ha messo mano al catechismo sulla pena di morte, ma non è questo l’argomento del giorno.

Dall’altra parte ha manipolato e stravolto la mitologica “pastorale”, istituendo un principio semplice: dottrina e pastorale possono divergere, addirittura essere in contrapposizione. Come in pandemia si è fatta carne di porco dei diritti umani e costituzionali nel nome di un’emergenza concreta, chissà poi quanto consistente, così nella Chiesa vige una dottrina polverosa e una pastorale che non solo può prescindere da essa, ma che addirittura deve farlo “per avvicinarsi all’uomo d’oggi”. Qui sì che si potrebbe parlare di “occupare spazi”: vicino e lontano sono categorie spaziali. Azioni del genere hanno un nome preciso: sovversione.

Distillando da questa ennesima boutade pontificia un concetto semplice – l’esubero di “preti froci” – conviene tirare qualche conclusione pratica. La prima risiede in una domanda: il problema, in un soggetto che assommi in sé le qualità di consacrato e omosessuale, è l’omosessualità o il sacerdozio? Dal momento che il papa si è scusato con gli omosessuali e gli omofili e non ha fatto nemmeno un fiato sui sacerdoti, si può dedurre per esclusione che il problema sia il sacerdozio. Ergo l’attacco non è ai “frocisti”, ma ai sacerdoti.

A conti fatti, di tendenza omosessuale o no, si potrebbero respingere postulanti sacerdoti in un momento di gravissima crisi delle vocazioni in base a “tendenze”. Chi garantisce che la pulsione omosessuale non diventi una scusa per respingere un candidato che non abbia idee gradite al rettore del seminario o al vescovo? Chi garantisce che al di là delle opinioni del papa sacerdoti etero non vengano respinti in quanto poco inclini a concedersi ai confratelli superiori? In che misura e per quali ragioni i troppi chierici omosessuali dovrebbero avere la forza morale e l’equilibrio di allontanare aspiranti seminaristi altrettanto omosessuali, privilegiando gli etero? Per soprammercato: si può, si devono tollerare l’ateismo e l’apostasia clamorosamente evidenti in non pochi preti, mentre invece dovremmo porci per primo il problema della loro tendenza sessuale? Fatta salva la rilevanza del problema, non è un modo di avvilire il sacramento riducendolo ad un fatto genitale?

Perché questo ha fatto il papa: si è limitato a sottintendere lo stato agghiacciante in cui versa la Sposa di Cristo, definita da criteri che nulla hanno a che fare con la sua superiore natura spirituale. E lo ha fatto ben guardandosi dall’indicare una via d’uscita. Ratzinger, durante l’ultima Via Crucis di Giovanni Paolo II, aveva almeno avuto il coraggio di parlare di “sporcizia”.

“Frociaggine” invece è un concetto carnevalesco, irriverente. Viene allora il sospetto che, mentre si dà la caccia alla gola profonda, che potrebbe essere un’operazione di spin orchestrata dall’entourage del papa con l’avallo del medesimo. Si può eccepire su questo, ma non si può non ragionarne, soprattutto considerando l’evidente malizia comunicativa utilizzata in tante situazioni, come quando scagionò gli attentatori islamisti di Charlie Hebdo (almeno, come tali furono spacciati) tirando in ballo chi offendeva la sua mamma al quale “lo aspetta un pugno”.

La seconda conclusione pratica è che abbiamo un papa sottomesso non tanto e non solo all’autorità cristica, quanto all’ideologia egemone. Qualcuno può dimostrare che un Draghi, un Obama, un Biden, un Netanyahu, una Von der Leyen si siano mai scusati per abbagli clamorosi e crimini contro l’umanità, i quali hanno prodotto morte e distruzione in quantità industriali? Il leader, vero o presunto, non si scusa mai.

Il papa invece sì, dunque non è un leader ma a sua volta un suddito, come dimostra la solerzia nelle scuse date in pasto alla stampa. Si scusa non certo per aver promosso e difeso a spada tratta i vaccini o l’immigrazione che ha reso le città invivibili e umiliato gli stessi immigrati, ma per aver urtato la sensibilità degli omosessuali. E non si tirino in ballo storielle sull’umiltà e altre frescacce, per rispetto al lumicino di intelligenza sopravvissuto in una sparuta minoranza di persone. La massima autorità cattolica ha posto sé stessa sotto il giogo del giudizio del mondo, che non è mai misericordioso.

C’è un altro aspetto inquietante della vicenda: dal momento che l’ostentazione dell’omosessualità è diventata professione di fede laica, e guai ad eccepire, a sigillo di questo incidente dobbiamo concludere che essa sia sempre apprezzabile tranne nel caso dei sacerdoti. Il che pone di riflesso anche il dibattito sul celibato sacerdotale sotto una luce sinistra: i preti potranno contrarre il matrimonio omosessuale? Sembra di no ma, come sappiamo, non c’è limite che tenga: love is love. In fondo, mentre un sacerdote etero è tenuto alla continenza, a quanto si deduce dalla denuncia papale sembrerebbe che quelli omosessuali lo siano molto meno, o proprio per niente. Infine, chi ha mai detto che ci si debba sposare in due? Si può farlo in tre, o anche più. Mai porre limiti alle sorprese dello Spirito.

È questo genere di insopportabili contraddizioni particolari che mina gravemente l’autorità papale, i sacramenti come il sacerdozio, l’autorità oggettiva dei ministri del culto ed infine l’autorità della Chiesa stessa. Non è con la negazione di verità di fede che si distrugge la cattolicità ma agendo nelle pieghe delle pratiche minute, sui casi particolari, forzando i dettagli all’interno di pruderie umane. Minando la liturgia, manipolando l’interpretazione della dottrina, screditando il papato e i sacerdoti, gettando confusione fra i fedeli.

Può darsi che parlando a braccio al papa scappino espressioni che generosamente qualcuno può trovare imprecise: sono, queste sì, troppe per essere giudicate estemporanee e occasionali, ma in un esercizio di pazienza sostenuto dalla grazia di Dio continuiamo a pensarlo. Il fatto insopportabile e pericoloso è il successivo sfruttamento calcolato delle “opportunità” che queste situazioni offrono. Quest’ultimo è invece figlio di un calcolo freddo, cinico e ripugnante. Questo è ciò che mette in pericolo la Chiesa, il papato e la fede. Questo papa ha responsabilità gigantesche nella decomposizione del cattolicesimo in atto. Può dire che “non sono stato io, è stata la frociaggine e chi ne ha spifferato”, ma il fatto resta e parla d’altro.

 


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