rivoluzione culturale maoista

 

 

di Mattia Spanò

 

Da qualche mese si può osservare una novità: la nascita di canali di informazione alternativa, soprattutto su Telegram, con veri e propri palinsesti – addirittura delle serie – codici linguistici propri, agenda setting, opinion leader, inchieste, fonti e tutto l’armamentario tipico del mezzo televisivo. A questi bisogna sommare i canali Youtube e siti web nati anni fa con lo scopo di fare informazione fuori dal mainstream, come Byoblu, Visione Tv, Contro Tv e altri. Se data la situazione è un fenomeno del tutto normale, ci sono alcune conseguenze non proprio positive. Spiego in breve le ragioni. 

Anzitutto sono canali che non veicolano semplicemente altro, ma l’opposto logico della narrazione corrente. Questo significa che non è possibile una sintesi: o segui e ascolti loro, o il mainstream. Chiamiamoli allora fringestream. Dichiaro il conflitto d’interessi: simpatizzo fortemente per il fringestream.

Penso che questo nuovo tipo di informazione non sarebbe nata non fosse stato per lo spaventoso abuso di potere del mainstream: è difficile ignorare che il mainstream ha abbandonato ogni obiettività e rispetto dei fatti votandosi al marketing più estremo di gruppi di potere poco trasparenti. Ciò detto, la polarizzazione è sempre un fattore disgregante. Una volta che la scelta pro questo e contro quello è fatta, e la prima cosa implica la seconda, non è possibile alcun dialogo. Per usare un gergo politico: coperta tutta la popolazione nessuno, né mainfringe, sposta più un voto.

Seconda ragione. Se pure il fringestream non è responsabile dell’invenzione né della propagazione di quell’aberrazione che va sotto il nome di infotainment, il pubblico di questi canali esaurisce nella fruizione del contenuto lo spunto di ribellione. Come nei due minuti di odio di orwelliana memoria gli spettatori sfogano psichicamente la loro frustrazione, dopo di che tornano alle loro faccende. La quasi totalità del pubblico fringestream è passivo, esattamente come il pubblico mainstream.

Terza ragione. Ognuno di questi canali, con qualche lodevole eccezione – la collaborazione fra Contro Tv e Casa del Sole, quella fra La Finanza sul Web e Visione Tv – si contende lo stesso pubblico. Dall’altra, essendo comunicazione con target aspecifico, apolitico e anti ideologico, sovrascrive se stessa. La controinformazione o diventa controcultura, o è destinata a soccombere: è la tesi di Matteo Brandi.

Possiamo anche definire la cultura come una controcultura che ce l’ha fatta – si pensi alla Rivoluzione Culturale cinese. Da decenni la proposta culturale è essenzialmente proposta di costume. Si spaccia che mangiare insetti, pettinarsi i capelli con l’urina o usare tuniche arancioni siano manifestazioni culturali, quando sono fatti di costume. Grande è la confusione sotto il cielo.

La recente discussione sul comportamento da editori dei social media chiamati davanti al Congresso americano, più che la soluzione del problema è stata la certificazione ovvia e tardiva di un principio primo della cultura, e cioè la tendenza a definire se stessa come tale, e come tale rivendicare il diritto a discriminare. In Italia ne sappiamo qualcosa: o fai tue idee di una certa parte politica, o sei un barbaro ignorante.

La cultura, del resto, ha le sue zone d’ombra. Thomas Mann, in Considerazioni di un impolitico, critica radicalmente l’idea di cultura e le oppone la civiltà. Cultura, sostiene, è anche la pedofilia, il sacrificio umano, la schiavitù. La cultura è la modalità eletta dal potere per perpetrare se stesso. Ha bisogno di un codice simbolico e di valori tangibili, e di vittime non meno che di carnefici. Il suo fuoco è la quantità, più che la qualità.

La moderna idea di cultura nasce in ambito borghese. I giornali, le case editrici, il cinema, la musica – si riprenda in mano L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walther Benjamin – hanno decretato la morte dell’ancient regime meglio della ghigliottina. E tuttavia in mezzo a tante cose buone si sono stratificate fallacie che rischiano di far crollare la Babele della cultura.

Si parla di “cultura dell’accoglienza”, “cultura inclusiva”, “cultura della legalità”, “dialogo” come fossero cose ovvie e positive. Se uno scrittore vende un milione di copie, è certamente un grande scrittore e di per sé un intellettuale, o se un medico può fregiarsi del titolo di virologo allora darà necessariamente un’informazione corretta sul Covid, così come se è un odontotecnico ma dà informazioni già ritenute corrette, allora è come fosse un virologo.

Sono convinzioni basate sull’idea che ciò che viene accettato, o anche solo presupposto, da una larghissima base sia cosa buona, il che non è affatto vero. La cultura per poter diventare di massa ha l’assoluta necessità di bandire l’errore, l’opposizione, l’interesse particolare, l’approfondimento, la verità. Deve costare poco e valere ancora meno.

La civiltà, al contrario, è il riconoscimento del diritto di cittadinanza a posizioni anche avverse e distanti secondo un principio positivo di dignità ordinata al bene. Civiltà è stabilire il confine della città come luogo della convivenza qualitativa. Civiltà è l’incertezza del sapere e luce che illumina l’angolo più lontano della stanza. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo. A questa barbarie bisognerà porre rimedio, prima che sorga il sole.

 

 

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