Fratelli-tutti-enciclica

 

 

di Gianni Silvestri

 

I termini sono importanti in quanto sottendono la realtà, la sostanza o la natura delle cose, per questo occorre saper distinguere i termini diversi quando attengono a cose o fenomeni diversi (“nomina sunt conseguentia rerum” era già scritto nelle Istituzioni di Giustiniano).

E’ quindi opportuno essere precisi in tempi confusi come questi, in cui c’è il rischio che alla sostanza si preferiscano le modifiche solo terminologiche, magari “inclusive” quasi illudendosi che tutto si risolva con un linguaggio diverso  (pur importante nella società dell’apparenza e della comunicazione).
Questo “camaleontismo terminologico” è proprio dei mass media sempre alla ricerca di termini “più eleganti” senza che a questi corrisponda un miglioramento sostanziale della realtà (ad esempio il termine “handicappati” è stato da tempo sostituito con “disabili”, in seguito poi da diversabili ecc. tuttavia, a differenza di questa attenzione verbale, l’aborto è intanto divenuto la normalità, ad esempio, verso la persone down: nelle pur “civilissime e verbalmente evolute” società del nord Europa, li si elimina quasi del tutto).

Fatta questa premessa sul rischio di confusione o “demagogia terminologica”, mi sembra utile riflettere su un tema fondamentale, che coinvolge le radici di quello che siamo, affrontato anche dal Papa nella sua recente Enciclica “Fratelli tutti” (anche alla luce di una riflessione fatta di recente con alcuni amici).

 

FRATELLANZA NATURALE

Ad una lettura superficiale, favorita da alcuni media, lo stesso titolo della enciclica già richiamerebbe una comunanza umana definitiva, a prescindere dalle differenze, dalle identità e persino dalle fedi, che quindi risulterebbero “un di più”, una differenza trascurabile, “tanto siamo già tutti fratelli”. Questo concetto prescinderebbe dai fondamenti di questa fratellanza che discenderebbe solo dalla appartenenza alla “famiglia umana”; ma può solo “la biologia” accomunarci ?

Orbene, questa lettura elementare dei media di “bio-fratellanza”, che sembra prescindere dai contenuti dei rapporti umani, sembra superficiale tanto che questo tipo di radice comune non impedisce anche in questa epoca le contrapposizioni anche violente tra tifoserie, tra seguaci di ideologie politiche diverse, le guerre, gli sfruttamenti, le uccisioni, persino gli aborti (tra gli atti peggiori in quanto riguardano esseri innocenti, addirittura frutto di un rapporto “di amore”).
Questo primo livello di  “fratellanza universale” fondato sull’appartenenza al genere umano,  è sufficiente per indurre ognuno a dare il meglio di sé per il proprio simile? Può essere la base minima di etica reciproca, riassunta dalla principale massima di moralità naturale: “non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te”?
Il dubbio sorge in quanto questo livello di fratellanza, dipende esclusivamente “dal sentire umano”,  da uno stato d’animo soggettivo, mutabile perché condizionato dalla cultura o dalla moralità di ognuno, dal retaggio culturale e storico dei popoli. Quindi la coscienza di questa fratellanza, pur auspicabile, dipende dalla consapevolezza e/o dalla volontà di ognuno: non proprio una certezza, visto che l’esperienza storica ci mostra la fragilità di tale, pur auspicabile, concetto umano  (anche i massoni tra loro si chiamano fratelli, pur restando spesso una entità segreta, con una fratellanza limitata a presunti “illuminati”).

Eppure, pur ritenendo esistente questo livello di “bio-fratellanza” o fratellanza universale, bisogna infine valutare fino a che punto ognuno possa sentirsi aiutato dal sapersi “fratello” di miliardi di persone sulla terra (accomunati da cosa? quando lingua, tradizioni, cultura, vita quotidiana sembrano differenziarci più che unirci?).

“FRATELLANZA CREATURALE”

Alcuni, rendendosi conto di questa insufficienza di fondo, compiono un ulteriore passo avanti affermando che “dobbiamo sentirci fratelli in quanto, in fondo, siamo tutti figli di Dio”.
Questa intuizione merita delle precisazioni per non restare una frase sdolcinata, senza incidenza sull’approccio umano, in quanto nel mondo ci sono varie religioni (spesso frutto di ricostruzioni e fantasie umane), che non riconoscono lo stesso Dio.
Per semplificare, ipotizziamo che si riferiscano “allo stesso Dio” (concessione solo teorica in quanto il Dio islamico è ben diverso dal Dio degli Ebrei o dal Dio trinitario dei cristiani per non parlare dei vari Dei delle religioni non monoteiste).
Possiamo allora parlare di una radice che ci accomuna: essere tutti creature di DIO,
(una consapevolezza di chi si accorge che “non ci siamo fatti da soli”, o che non possiamo essere frutto del caso).  
Ma questo riconoscersi creature, ci porta ad essere fratelli?
A ben vedere no, in quanto anche un animale o una pianta è stata creata da Dio, sono anch’essi  creature anche se ben diverse da noi esseri umani posti al livello più alto della creazione, unici dotati non solo di intelligenza superiore, ma di una coscienza del mondo ed un’autocoscienza di sé che mancano agli animali.
Non è certo un caso che solo gli esseri umani abbiano sviluppato nei millenni ogni genere di ricerca, ogni specie di arte, un pensiero capace di elevarsi come la filosofia, e persino la religione come tentativo di comprendere ed avvicinarsi al divino.
Ma volendo limitare la fratellanza alla sola specie umana che sa riconoscere un creatore, è chiaro che questo è un livello ulteriore di comunanza che supera il solo dato naturale e si inserisce in un disegno soprannaturale, cioè di coloro che non fanno terminare l’esistente “a quello che si vede o percepisce con i sensi umani”, ma credono che questa vita sensibile-terrena sia solo una parte minima della vita complessiva di ogni persona. E’ questa la consapevolezza di (gran) parte dell’umanità: credere che l’esistente è il segno di una realtà che ci sorpassa, di una realtà soprannaturale, di Dio (e non è questa la sede per osservare che questa credenza sia ben più fondata di quanto si possa pensare, anche da un punto di vista solamente razionale).   

Orbene in questa “visione religiosa” ogni essere umano si percepisce creato da Dio, inserito in un disegno più grande, che non è il proprio. Questa “comunanza reciproca” è già maggiore della precedente, in quanto ogni credente sa di non essere “l’ultimo anello della catena”, di non possedere la Verità, di non poter decidere ogni aspetto di una vita che non è sua, ma dono di un Altro.(non è un caso che le principali religioni concordino, ad esempio, sulla sacralità della vita contro l’aborto). La fede, cioè, svela all’uomo il suo valore di creatura e custode della vita stessa che va vissuta e “riconsegnata” a Dio – dopo aver dato il meglio di sé – secondo una volontà che si riconosce più grande e saggia della propria. 
In questa ottica gli appelli contenuti nella recente Enciclica sociale di Papa Francesco “Fratelli tutti” sono una grande e positiva iniziativa per sottolineare la realtà di essere umani ragionevoli che ci accomuna, l’anelito verso una vita ed una società migliore e più rispettosa, le ragioni che ci uniscono, che tutti sentiamo nel profondo, come parte della nostra stessa natura umana.
Una vocazione al meglio, a Dio, che prescinde persino dalla specifica religione di ognuno.

Mi sembra che, però, questo appello si rivolga ancora ad una “fratellanza naturale”, sia pur creaturale, dipendente cioè ancora dalla sola capacità umana di concepirsi tale. Ma questa “sapienza umana“ nella storia non ha evitato ai credenti delle più varie religioni gli scontri e le guerre (come accaduto anche ai non credenti visto che la sete di Potere spesso accomuna sia la razionalità laica sia “la coscienza creaturale”).

FRATERNITA’

Ecco allora che la nostra riflessione deve approfondirsi sino alla scoperta della fraternità, che i cristiani, non per proprio merito, ma per rivelazione di Dio, hanno acquisito nei secoli.
Una profonda consapevolezza di sé come di persone volute da un Dio, non solo perché create per la vita terrena (dal rinascimentale “Dio Architetto”), ma per una vita ultraterrena insieme a Lui. Egli solo ci svela la vera realtà del creato: il mondo soprannaturale, che i nostri limitati sensi non sono in grado nemmeno di percepire (tanto che il mondo moderno per questa incapacità trova più facile negarLo a priori).

Noi cristiani sappiamo invece che il vero sapere profondo non viene da noi, (limitati alla conoscenza del solo mondo sensibile), ma dalla Rivelazione di Cristo che è l’unica ad essere veritiera sulla vita soprannaturale e su Dio, in quanto:  “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e coloro ai quali il Figlio lo voglia rivelare”(Mt 12,27).

Orbene nell’ottica cristiana, rivelata da Cristo, non siamo tutti fratelli solo perché persone o solo perché creature di Dio: la logica di Dio è meno superficiale e più profonda.
Nel 1° capitolo del Vangelo di Giovanni (versetto 12) “il primo evangelista-teologo cristiano” della storia, precisa che:


“….il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
 A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati”.

Quindi se la fratellanza universale è la generazione dal sangue e dalla carne, essa segna un’appartenenza limitata al mondo naturale, al contrario, essere figli di Dio non dipende da sangue, carne o volere d’uomo, ma da Dio, quindi dal mondo soprannaturale.

Questa verità è direttamente confermata da Cristo stesso:


“Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». (Mt. 12,46-50)

Non sembri questa “una limitazione” per l’essere umano, in quanto diventare figli di Dio non è un automatismo della nascita, o una imposizione del Creatore, ma è il frutto della libera scelta della coscienza umana, della adesione del cuore e della mente al piano di Dio, della libera risposta ad una chiamata.  E’ questa ulteriore libera scelta dell’uomo a renderci fratelli in Cristo, è la accettazione del disegno di Dio, nel Battesimo, a farci diventare figli di Dio.
Vi è, cioè, la necessità di un sacramento, di far intervenire la Grazia santificante che ci è donata da Dio per farci compiere questo “salto di stato e di qualità”. Il celebrante come prima condizione per procedere al Battesimo chiede infatti ai genitori: perché siete venuti? Cosa cercate? Solo dopo la risposta consapevole “chiediamo il battesimo per nostro figlio”  il sacramento può essere amministrato: solo allora possiamo divenire figli di Dio in quanto viene cancellata la colpa e la pena  del peccato originale (non gli effetti); il battesimo è un potente esorcismo, nel quale ci viene donato lo Spirito di Dio, unica forza dell’universo capace di liberarci dall’influenza del maligno – sempre se la nostra libertà permanga in questa scelta. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1265) afferma: Il Battesimo non soltanto purifica da tutti i peccati, ma fa pure del neofita una « nuova creatura », un figlio adottivo di Dio che è divenuto « partecipe della natura divina », membro di Cristo e coerede con lui,tempio dello Spirito Santo.

(per questo il Battesimo va dato alla nascita ed appaiono assurde quelle moderne – quanto atee – posizioni di chi dice: “non lo facciamo perché deve deciderlo lui/lei quando sarà grande”… invece non va negata a nessuno la Grazia di Dio, come non vanno negati i vaccini che i genitori fanno ai figli da piccoli; anche allora dovrebbero dire: ”deciderà se farli, da grande?” annullando così la loro azione preventiva, con conseguenti rischi mortali?).
Questa fraternità di fede è più reale di ogni altro legame umano, in quanto creata da un intervento  Divino, dalla Grazia di Dio che ci è donata, per cui la fraternità non è solo il frutto della buona volontà umana (sarebbe pari alla sola fratellanza umana), ma è il risultato della Presenza sacramentale di Dio in noi, che sostiene il cuore e la mente, facendoci comprendere e/o avvicinare  alla Sua volontà, (ecco la diversa radice, umana o divina tra la fratellanza e la fraternità).
E’ questa radice divina che ci fa chiamare Dio come “Padre Nostro”, nostro cioè di tutti i suoi figli che per questo sono tra loro fratelli nella fede; questa fratellanza non è il prodotto dei nostri sforzi, ma è frutto della  Grazia di Dio: in questo senso siamo “fratelli tutti” e San Francesco in nome del Vangelo poteva abbracciare ed incontrare ogni persona.
E’ Dio stesso in questo rapporto filiale che ci aiuta ad “amare il prossimo come noi stessi”; è questa una “delicatezza di DIO”: ci chiede di amare il prossimo non nella Sua misura senza limiti, ma solo per quanto noi siamo capaci di amare noi stessi.
Questa “fraternità attiva” cambia ogni prospettiva di vita, perché tutto viene non solo rapportato alla vita eterna con Dio, ma viene affidato a Lui, consapevoli che  “senza di Me non potete far nulla”.
La Presenza di Dio Padre diviene allora la fonte della vera fraternità,
(e non è certo differenza da poco).
In pace      

 

 

 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email