“Papa Francesco non è certo amico del totalitarismo, ma non si accorge che la fraternità impostata politicamente, fondata su un sentimentalismo astratto, può dare origine a forme nuove e disumane di dispotismo. Un famoso aristocratico francese diventato rivoluzionario, una volta ha notoriamente proclamato ‘Sii mio fratello, o ti ucciderò’. Quelle parole continuano a raffreddare l’anima e a rivelare l’essenza del terrore rivoluzionario”.

Una analisi di Daniel J. Mahoney, pubblicato su The Catholic World Report, nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

Papa Francesco firma “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” con il Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahamad al-Tayyib
Papa Francesco firma “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” con il Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahamad al-Tayyib

 

Papa Francesco ha scritto un’enciclica, Fratelli Tutti, su “fraternità e amicizia sociale” unica nella storia delle encicliche. Non si rivolge ai suoi fratelli vescovi o alla Chiesa universale di per sé, ma parla piuttosto all’umanità universale in un modo che si addice al suo messaggio ampiamente umanitario.

A metà tra un’enciclica e un manifesto umanitario, invoca almeno una dozzina di volte l’autorità del Grand Imam Ahmad Al-Tayyeb e la dichiarazione di Abu Dhabi del 2019, quasi a dire che il Santo Romano Pontefice è solo un partigiano religioso dell’umanità globale, tra gli altri. La presentazione dell’enciclica delle esigenze dell’amore fraterno parteggia all’ideologia umanitaria tanto quanto a qualsiasi insegnamento cristiano distintivo. Lo dico senza intenti polemici. Nel proclamare “fraternità senza confini” e una “politica dell’amore” (# 180-182) nel riconoscere “sapore locale” (# 143-145) e umanità globale come i due poli dell’esistenza umana, Papa Francesco sembra aggirare o trascurare le espressioni familiari e nazionali di fraternità e amicizia sociale, vale a dire il bene comune di una società libera e dignitosa.

L’identificazione di Papa Francesco della fraternità con l’umanità in quanto tale ignora in gran parte la naturalezza dell’amore per sé stessi e i pericoli dell’incarnare la fraternità o l’amicizia sociale al livello di una umanità non mediata. Un critico della rivista Crisis ha giustamente criticato l’entusiasta adozione da parte del papa dello slogan rivoluzionario francese “libertà, uguaglianza e fraternità” (n. 103-111) in apparente astrazione dall’importanza totalitaria di quello slogan rivoluzionario. Papa Francesco non è certo amico del totalitarismo, ma non si accorge che la fraternità impostata politicamente, fondata su un sentimentalismo astratto, può dare origine a forme nuove e disumane di dispotismo. Un famoso aristocratico francese diventato rivoluzionario, una volta ha notoriamente proclamato “Sii mio fratello, o ti ucciderò”. Quelle parole continuano a raffreddare l’anima e a rivelare l’essenza del terrore rivoluzionario.

La lezione è chiara: la fratellanza, priva di un senso di reciprocità morale e di un profondo apprezzamento della capacità di operare il male da parte degli uomini caduti, è in grado di far sorgere l’antitesi del vero sentimento di solidarietà e, anzi, di forme veramente mostruose di oppressione politica. Ma il peccato e il male sono a malapena nominati in questa enciclica a parte il prevedibile attacco ai “poteri nascosti” che si presume manipolino i mercati e un ordine economico liberale. Le parole sono appena menzionate.

Il genuino amore di Papa Francesco per i poveri è evidente in ogni pagina, ma è troppo veloce per eludere la cruciale distinzione biblica tra “poveri” e “poveri in spirito”. I poveri come categoria politica possono essere dispotici, egoisti e rapaci come i ricchi. Inoltre, i “movimenti popolari” (n. 118-120) che il papa loda sono spesso demagogici e solidali con i modelli politici e socioeconomici che promuovono l’invidia ed eliminano preziose libertà politiche, intellettuali e religiose. Ad esempio, il peronismo, il castrismo, la “rivoluzione bolivariana” di Hugo Chavez in Venezuela e il miscuglio dispotico di ideologie socialiste e indigene di Evo Morales in Bolivia, parlano a malapena a favore della libertà, della dignità umana e della difesa dei poveri come nostro Signore ci ha ordinato di fare.

E in ogni caso, questi rivoluzionari populisti di sinistra hanno minacciato la libertà della Chiesa di predicare il Vangelo e di difendere le libertà umane fondamentali. L’incapacità del Papa di vedere questo rende a dir poco perplessi. Dato il suo ampio orientamento intellettuale e politico, è difficile per lui riconoscere i nemici a sinistra.

Durante il suo pontificato, Papa Francesco ha ripetutamente affermato che sta “solo” reiterando l’insegnamento sociale cattolico quando sposta quell’insegnamento in una direzione decisamente di sinistra. Questa affermazione è difficilmente credibile alla luce della nuova enciclica. Non ripete mai la lunga opposizione della Chiesa al socialismo nelle sue varie forme. Encicliche come Centesimus annus (1991) di Papa Giovanni Paolo II e Spe salvi (2007) di Papa Benedetto XVI che espongono in modo persuasivo e autorevole la disumanità delle ideologie utopiche e rivoluzionarie nella teoria e nella pratica sono appena menzionate dal Papa, e se lo sono, esse sono distorte o estrapolate dal contesto.

Quando il Vaticano ha celebrato il 25 ° anniversario della Centesimus Annus nel 2016, gli accoliti di Francesco hanno invitato a parlare Bernie Sanders ed Evo Morales, in aperto disprezzo per i principali temi e accenti di quella grande enciclica antitotalitaria. Nessun cattolico ragionevole o fedele può contestare l’affermazione di Papa Francesco secondo cui il diritto alla proprietà privata deve servire a “scopi sociali” più ampi (n. 118-120). Ma la sua affermazione del diritto di proprietà privata è così tiepida e qualificata da snaturare il corpo stesso dell’insegnamento che pretende di rappresentare (confrontatela su questo punto con la Rerum Novarum di Papa Leone XIII con la sua enfatica difesa della proprietà privata come diritto naturale). Nonostante un occasionale (e gradito) cenno retorico alla nobiltà del business come vocazione (# 123), Francesco generalmente vede l’iniziativa economica e l’ordine di mercato come regni dominati da “poteri nascosti” e macchinazioni criminali. Una più capiente difesa della proprietà privata necessaria alla dignità umana e alle libere iniziative economiche che arricchiscono la società civile è semplicemente assente dal pensiero del papa.

E quando Francesco difende “diritti senza confini” (n. 121) apparentemente illimitati, ignora il ruolo cruciale delle comunità politiche che si autogovernano nel sostenere l’amicizia sociale, e i diritti e gli obblighi di una società libera, il solo livello in cui l’amicizia sociale è politicamente fattibile. Ciò non può essere fatto cancellando la distinzione moralmente necessaria tra cittadino e non cittadino. Dobbiamo amare il nostro prossimo chiunque sia, ma non siamo obbligati a diventare cittadini di una comunità globale amorfa e inesistente. L’umanità, così intesa, non è il tema del Vangelo, perché l ‘“umanità” in quanto tale non esiste. Come personalista, come appassionato difensore della dignità umana, Francesco dovrebbe cogliere questa verità essenziale.

Nel suo libro forse più impressionante, Memoria e identità (pubblicato in inglese nel 2005), Papa Giovanni Paolo II, un polacco patriottico e il più fedele dei cristiani, ha sostenuto che “la dottrina sociale cattolica sostiene che la famiglia e la nazione sono entrambe società naturali, non il prodotto di una semplice convenzione”. E ha aggiunto, con parole degne dell’attenzione di papa Francesco, che “quindi, nella storia umana non possono essere sostituite da nient’altro” (corsivo mio). Giovanni Paolo II ha proceduto a teologizzare la dignità della nazione autonoma, impegnata come una volta per gli ideali occidentali e cristiani, in un modo molto impressionante. Rifiutò anche di confondere o identificare la “funzione essenziale della nazione” con il “nazionalismo malsano”.

Ma difendeva una concezione ferma ma moderata e autocritica della nazione che identificava con la virtù del patriottismo: “Mentre il nazionalismo implica il riconoscimento e il perseguimento del solo bene della propria nazione, senza riguardo per i diritti di tutti gli altri, il patriottismo, dall’altra parte, è l’amore per la propria terra natale che accorda diritti a tutte le altre nazioni uguali a quelli rivendicati per la propria. Il patriottismo, in altre parole, porta a un amore sociale adeguatamente ordinato”. Aleksandr Solzhenitsyn, un appassionato cristiano e patriota russo, molto diffamato come un nazionalista estremo, ha detto più o meno la stessa cosa in un linguaggio quasi identico. Ma quando la nazione si pone nella discussione di Francesco, è quasi sempre associata a patologie: “nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi ” (n. 86).

Solo il locale e il globale sembrano avere una vera validità etica, o sostanza morale, nella narrazione di Francesco. Dimentica che la nazione era la casa naturale per la fruttuosa convivenza di ciò che il pensatore politico cattolico francese Pierre Manent ha definito “l’orgoglio del cittadino e l’umiltà del cristiano”. E come Manent ha aggiunto nel suo libro Beyond Radical Secularism, “la nazione intesa come una valorizzazione esclusiva del proprio popolo e un’avversione omicida per le persone provenienti da altrove” è nata solo quando gli europei “sono stati sottoposti a regimi che hanno esplicitamente rifiutato il Dio annunciato nella Bibbia”. E come ha sostenuto padre Gaston Fessard, S. J. nel suo magistrale libro Pax Nostra del 1936, la nazione è una dignitosa personalità collettiva e morale senza la quale la vocazione dell’umanità come creature di Dio non può realizzarsi. Papa Francesco, a suo merito, ammira molto il libro di Fessard sugli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, ma sembra del tutto estraneo alla sua altrettanto profonda teologia della nazione.

La spiegazione di Papa Francesco della parabola del “Buon Samaritano” (Luca 10, 25-37) è un appello commovente alla solidarietà e all’amore del prossimo (# 56-87). Eppure dà alla parabola una lettura esclusivamente etica. Dove Agostino, Origene e altri Padri lo leggono teologicamente in modo che Cristo sia il personaggio centrale, Papa Francesco ci pone al centro della narrazione. Pertanto, sottolinea la necessità per tutti noi di esercitare “il nostro innato senso di fraternità, di essere buoni samaritani che sopportano il dolore dei problemi degli altri piuttosto che fomentare un odio e un risentimento maggiori” (n. 77).

Quella chiamata è molto gradita. Eppure l’incontro faccia a faccia con il nostro prossimo bisognoso non è certo un invito a sostituire le distinzioni politiche che servono la causa dell’amicizia sociale e del bene civico con un umanitarismo globale sentimentalizzato. Il lucido appello di Francesco alla solidarietà e all’amore fraterno potrebbe essere fruttuosamente integrato dalla riflessione sui vantaggi morali e politici dell’autorità decentralizzata, della sussidiarietà e dell’autogoverno nazionale. Ahimè, la sussidiarietà è menzionata solo di sfuggita in Fratelli Tutti. È un peccato poiché fornisce una forma di comunità e di autogoverno favorevole alla libertà e alla dignità umana, ma non avendo nulla in comune con il desiderio di un accesso non mediato all’Umanità in quanto tale. La sussidiarietà è il grande gioiello della dottrina sociale cattolica senza la quale gli appelli alla “solidarietà” diventano semplice poltiglia.

Nelle sezioni successive dell’enciclica, Papa Francesco fa sempre più affidamento su ciò che chiamerò il suo “giudizio privato” o opinioni personali, e meno sul peso ereditato della saggezza cristiana. Le sue ispirazioni sono figure come Martin Luther King, Desmond Tutu e Mahatma Gandhi, come osserva lo stesso papa nella sezione # 286. Queste sezioni finali si spostano marcatamente verso l’umanitarismo, il sentimentalismo e una sorta di sinistra benpensante di tipo morbido piuttosto che duro e tirannico.

Consentitemi di fornire alcune illustrazioni rivelatrici. Papa Francesco condanna apertamente il terrorismo sia per motivi umanitari che cristiani (n. 285). Ma lo collega a un “fondamentalismo” mal definito e invoca ancora una volta l’autorità della sua dichiarazione condivisa con il grande imam Ahmad Al-Tayyeb (n. 284). Le massicce minacce alla vita e alla libertà dei cristiani nel mondo islamico dall’Indonesia all’Azerbaigian, e le proibizioni contro l’evangelizzazione e la conversione anche in molti paesi musulmani “moderati” vengono ignorate. Il Papa chiede giustamente la memoria storica di grandi crimini e ingiustizie che “non vanno dimenticati” (n. 247). Parla con dignità e gravità morale del mostruoso crimine della Shoah, la guerra contro il popolo ebraico “spinto da false ideologie” che non è riuscita “a riconoscere la dignità fondamentale” (n. 247) della persona umana – spesso giustificata da accuse di “Poteri nascosti” dietro i mercati liberi e le società libere, si potrebbe aggiungere.

Eppure Papa Francesco tace sul carattere criminale di un’altra “falsa ideologia”, il comunismo, che è stato responsabile della morte di 100 milioni di persone nel mondo nel ventesimo secolo e che ha mosso guerra alla Chiesa cristiana con un fanatismo e una crudeltà atei senza precedenti. Francesco invoca giustamente il ricordo dell’uso delle armi atomiche a Nagasaki e Hiroshima (n. 248) senza alcuna menzione del fatto che un regime imperiale giapponese semi-fascista ha ucciso dieci milioni di innocenti o più nella sua marcia rapace attraverso l’Asia. Ricordare Nagasaki e Hiroshima al di fuori di questo contesto più ampio significa criminalizzare i popoli e i governi che hanno resistito alla nuda aggressione e al disprezzo apertamente razzista per altri popoli e nazioni da parte del regime criminale giapponese.

La memoria storica, per quanto preziosa, deve essere informata dalle arti del ragionamento morale e politico. Privato di quella disciplina morale e intellettuale, rischia di cedere il passo al moralismo astorico e ad una prospettiva ideologica priva di giudizio equilibrato.

La sezione più problematica e inquietante dell’enciclica si occupa di “guerra e pena di morte”. I cristiani sono davvero obbligati a ricevere la fede dalla Carta delle Nazioni Unite (n. 257), un’organizzazione a lungo dominata da stati autoritari e totalitari e difficilmente amica della Chiesa? Papa Francesco cita il Catechismo Cattolico sulla legittimità della difesa nazionale contro l’aggressione e la relativa legittimità del ragionamento sulla guerra giusta (n. 258). È obbligato a farlo. Ma dichiara rapidamente e unilateralmente che la guerra non può mai essere una soluzione all’aggressione o all’ingiustizia. Afferma senza prove o argomenti “che ogni guerra lascia il nostro mondo peggiore di prima” (# 261).

A tutti gli effetti, Francesco, contro tutto il peso della tradizione, identifica la pace con l’assenza di guerra, e non la “tranquillità dell’ordine” di Agostino. Chi resisterà al terrorismo che giustamente condanna Francesco? Churchill aveva ragione di combattere un regime che avrebbe distrutto la civiltà liberale e cristiana e nel frattempo universalizzato la Shoah o l’Olocausto? Gli argomenti e le affermazioni semi-pacifiste di Francesco devono molto di più all’umanitarismo secolare sentimentale e utopico di quanto non lo siano ad argomenti e intese specificamente cristiani. Ignorano la presenza del male, del male radicale, in questo nostro mondo decaduto. San Francesco era un santo, ma lo era anche Giovanna d’Arco. Charles Péguy, il grande poeta e filosofo cattolico francese, ha giustamente preso di mira coloro che confondevano l’amore cristiano con l’indulgenza alla “pace a qualsiasi prezzo”.

La Chiesa dovrebbe sempre essere una voce per una pace giusta, ancor più della guerra giusta. Ma Francesco è il primo papa a identificare la pace con il pacifismo, per quanto disonorevole o incompatibile con i nostri obblighi verso i nostri concittadini. La versione umanitaria del cristianesimo di Francesco manca del realismo del pensiero cristiano più vero e fedele.

Per quanto riguarda la pena di morte, Papa Francesco ritiene che coloro che la sostengono stiano semplicemente soccombendo alla vendetta e quindi negano la dignità di chi deve essere punito con l’esecuzione, anche per un crimine veramente atroce. Ma Kant credeva che una tale punizione riflettesse un profondo rispetto per l’agire morale e la responsabilità di un assassino, per esempio. E San Paolo, San Tommaso e quasi tutti i precedenti papi hanno negato che la pena capitale sia sempre e ovunque “inammissibile” (n. 263). Papa Francesco rinuncia a nascondersi quando si pronuncia contro l’ergastolo che chiama “una pena di morte segreta” (n. 268).

Con tutto il rispetto per il Santo Padre, ha confuso la nostra religione con quella che C.S. Lewis ha chiamato in God in the Dock “la teoria umanitaria della punizione”. C. S. Lewis dice molto bene ciò che i cristiani semi-umanitari hanno dimenticato: “La teoria umanitaria vuole semplicemente abolire la giustizia e sostituirla con la misericordia”. Qualunque sia questa sostituzione, comporta un allontanamento radicale e inquietante dal secolare e sobrio insegnamento cristiano che sa che la misericordia e la giustizia “devono incontrarsi e baciarsi”.

Non mi scuso per aver risposto in modo rispettoso ma critico a quelle parti di Fratelli Tutti che partecipano a categorie e presupposti umanitari incompatibili con un’antropologia cristiana e una concezione della giustizia naturale. Il nostro Santo Padre è un uomo buono e un vescovo, un prezioso testimone del Vangelo, che giustamente ci ricorda la priorità dell’amore del prossimo e dell’“amicizia sociale” per tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà. Ma quando si allontana da una comprensione specificamente cattolico-cristiana di questi imperativi, si affida più al “giudizio privato” che alla “verità sull’uomo” che è la fonte della squisita competenza della Chiesa su come gli esseri umani dovrebbero vivere insieme. Come il suo predecessore Papa Benedetto XVI non ha mai smesso di insistere, il cristianesimo non è mai riducibile a un messaggio morale e politico umanitario. Farlo significa “falsificare il Bene”, nelle pregnanti parole di Vladimir Soloviev.

 

Daniel J. Mahoney è titolare della cattedra di Augustine in Distinguished Scholarship presso l’Assumption University. Per l’anno accademico 2020-2021 è il Garwood Visiting Fellow del James Madison Program della Princeton University. Il suo libro più recente, The Idol of Our Age: How the Religion of Humanity Subverts Christianity (Encounter Books, 2018), è stato recentemente pubblicato in formato tascabile.

 

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