qualche chiarimento

Riportiamo l’editoriale del n. 3/2020, recentemente apparso, della rivista di spiritualità La Scala, edita dall’abbazia benedettina Madonna della Scala (Noci-BA) giunta al suo 74° anno di pubblicazione. Apparso prima dell’annuncio dell’enciclica Fratelli tutti, ci sembra che questo contributo possa aiutare nella comprensione della tematica centrale del documento pontificio.

 

 

Uno dei fenomeni più tipici che caratterizzano la cosiddetta modernità, da circa due secoli a questa parte, è l’acquisita concezione, ormai diventata patrimonio largamente condiviso, della fratellanza universale di tutti gli esseri umani. Si tratta di un pensiero maturatosi gradualmente, e oggi diffuso in tutto il mondo, secondo il quale l’unità del genere umano riposerebbe su un legame di fratellanza, su cui si fonderebbe anche la possibile realizzazione della pace fra i popoli. Così, infatti, recita proprio il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dalle Nazioni Unite nel 1948: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Tale fratellanza è dunque sentita e concepita come dimensione propria all’essere umano in quanto tale, indipendentemente dalla sua appartenenza religiosa, etnica, e da ogni altro tipo di diversità, come il colore della pelle, la cultura, lo stato sociale, le capacità soggettive e via dicendo.

Questa visione, eticamente molto elevata, non è stata però sempre un’evidenza. Nessuna grande civiltà antica da noi conosciuta, nei diversi continenti, sembra aver sviluppato una concezione simile su larga scala, almeno con la stessa intensità. Nella filosofia stoica, per esempio, gli uomini erano visti come figli di un di un unico principio divino che animava il mondo, ma era una concezione elitaria condivisa da pochi. Anche le antiche concezioni del mondo che hanno affermato un principio o una causa unici del mondo o insegnato sentimenti di rispetto e compassione (come nelle grandi religioni o filosofie dell’Oriente asiatico), non hanno raggiunto così chiaramente tale conclusione, come attestano per esempio i sistemi di rigida divisione in caste nelle visioni filosofiche e religiose monistiche dell’India.

L’acquisizione dell’idea di fratellanza universale come principio “laico” da tutti condiviso, tanto da poter essere sottoscritto e proposto anche dall’ONU e ripetuto in modo scontato nei più vari contesti civili e politici, è relativamente recente, nella lunga storia dell’umanità. Esso affiora nel contesto della cultura illuminista dei secoli XVII-XVIII e fu teorizzata da influenti autori europei dell’epoca. In questa prospettiva, che poi si diffonderà sempre più, l’attributo di fratelli designa gli uomini sulla base della loro comune natura umana, acquisita con la stessa nascita. Si è dunque nativamente fratelli. Così si comincerà a pensare, in modo programmatico, nella Rivoluzione francese, durante la quale, la “fraternità”, insieme alla libertà e all’uguaglianza, diverrà la parola d’ordine dei rivoluzionari: tutti sono fratelli in quanto cittadini. Nel Risorgimento italiano l’inno di Mameli, in modo analogo, inizia proprio con l’appellativo “Fratelli d’Italia”, come a dire che tutti gli italiani, per il fatto di essere nati sul suolo patrio, sono fratelli fra di loro.

Se ci domandiamo da dove sia potuta nascere questa visione, indubbiamente nobile e alta, delle relazioni fra uomini di una stessa nazione, e dilatata, poi, a tutto il genere umano, la risposta non è difficile. Si tratta, né più né meno, che di una secolarizzazione dell’idea cristiana di fraternità. Dopo secoli di “società cristiana”, dove tutti erano battezzati appena nati, e dunque considerati “figli di Dio”, in quanto partecipi della vita del Figlio di Dio fatto uomo, in una società, cioè, nella quale tutti recitavano il Padre Nostro e si professavano cristiani e membri della Chiesa, era ormai naturale da tempo considerare tutti i membri dello stato o del regno come fratelli, perché figli di uno medesimo Padre, anche se appartenenti a ceti sociali spesso molto diversi e distanti fra loro. La qualifica “teologica” di figli di Dio, e dunque quella conseguente di fratelli, era data per scontata. Nell’Europa capillarmente cristianizzata era evidente o comunque implicito pensare chiunque come fratello. Quando l’illuminismo razionalista eclissò la centralità della fede in Gesù Cristo e nella Chiesa, fondandosi su una visione del mondo solo razionale e sostituendo il Dio cristiano col Dio dei filosofi, restò tuttavia il linguaggio e la concezione abituali di una società in cui ci si poteva pensare comunque fratelli.

C’è però una differenza decisiva tra la fraternità cristiana, di cui il Nuovo Testamento ci dà ampia testimonianza, e questo nuovo spirito di fratellanza universale che è giunto a ispirare organizzazioni umanitarie internazionali, iniziative politiche e diplomatiche e via dicendo. L’odierna e laica fratellanza universale, come sopra ricordato, si fonda ormai sulla natura umana, o meglio sull’appartenenza al genere umano, in altre parole, si è fratelli perché già si nasce tali. La concezione biblica e specificamente cristiana, invece, pur affermando che ogni essere umano è immagine e somiglianza di Dio, e dunque dotato di pari dignità e valore, considera l’essere fratelli non come una condizione originaria, che appartiene per natura a ogni creatura umana, ma una condizione da acquisire. Infatti, la fraternità cristiana – che si realizza nella Chiesa – è composta da tutti coloro che, attraverso la fede in Gesù e il battesimo in acqua e Spirito Santo, sono diventati figli di Dio.

In altre parole, secondo il linguaggio del Nuovo Testamento, fratelli in senso vero e proprio lo si può essere solo se prima si rinasce come figli di Dio, diventando capaci di chiamarlo Padre, come Gesù. E’ perciò importante comprendere che, secondo il linguaggio neotestamentario, che è il linguaggio della fede cristiana, gli uomini non sono considerati figli di Dio, e dunque fratelli fra di loro, per nascita, ma per adozione, attraverso l’inserimento in Cristo. Come scrive S. Paolo: «voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!» (Rm 8,15). Lo stesso concetto viene così ribadito con altri termini: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

È dunque in gioco una rinascita, o una seconda nascita, quella di cui parla Gesù a Nicodemo: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,5-8). Il medesimo vangelo giovanneo, mostra che l’esser figli di Dio deriva da questa rinascita: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13). Dunque, figli di Dio non si nasce, ma lo si diventa credendo in Gesù e ricevendo i suoi sacramenti, per opera dello Spirito Santo. Perciò, il legame fraterno che nasce fra i cristiani riposa su questo essere diventati figli nel Figlio, è un divenire fratelli perché generati dal Padre.

Sotto questa luce si può comprendere perché nella lingua della fede cristiana non è usuale affermare che tutti gli uomini sono figli di Dio. «Ogni volta che Gesù proclama il suo messaggio sul Padre, si tratta sempre di una istruzione rivolta ai discepoli riguardante la basileia [il Regno]»[1]. Non si riscontrano nel Nuovo Testamento tracce di una concezione di Dio come “padre di tutti o di tutto”. Egli è sì il Dio di tutti, ma Padre, in senso proprio, di coloro che egli rigenera per mezzo della fede in Cristo. «L’essere figlio (di Dio) non è dato per via naturale, ma si fonda sulla dilezione paterna di Dio, la sola che dona la possibilità di obbedire e, con essa, la condizione di figli»[2]. «Per esempio, secondo Mt 5,43-45 i beni del Creatore sono per tutti gli uomini. Ma ciò non significa ancora che Dio sia loro Padre»[3].

Lo stesso va detto del titolo, conseguente, di fratelli: essere fratelli, in senso proprio e reale, è peculiarità di quanti sono diventati prima figli in quanto associati al Primogenito Gesù. Anche su questo punto il linguaggio del Nuovo Testamento è coerente: il termine fratello è riservato (a parte qualche incerta eccezione) o agli Ebrei (in quanto figli di Abramo e appartenenti a Israele e all’alleanza) oppure, e soprattutto, ai battezzati, in quanto divenuti figli di Dio. Ecco alcuni dei molti esempi possibili:

«Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani» (At 4,23).

«Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio» (At 11,1).

«Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio» (At 28,13-15).

I fratelli di cui si tratta – e ai quali sempre si indirizzano le lettere paoline, per esempio – sono sempre i cristiani. Quest’ultimi fra loro si consideravano e si chiamavano fratelli, in quanto rinati dal battesimo. Questa è la visione cristiana della “fraternità”. «Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6,10).

La “fratellanza” universale, di cui parla la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo o a cui si fa spesso riferimento in iniziative umanitarie di diverso genere, è qualcosa di diverso. Derivata dalla visione cristiana, ma ha perso il senso della figliolanza, il senso di un Padre comune, visto che si tratta di una definizione che vorrebbe accomunare tutti, credenti e non, cristiani e appartenenti ad altre religioni. Tale fratellanza è priva di genitorialità, non ha una figura genitoriale comune a cui far riferimento. Ma se non si è figli, se non si ha in comune un qualche principio generatore, l’uso del termine fratellanza non indica una realtà, ma è una semplice metafora, il cui senso è: dobbiamo comportarci come fratelli, senza presuppore un vero essere fratelli. Il linguaggio della fratellanza universale è dunque nobile, come si è detto, ma anche debole, perché non ha un fondamento reale. Come si può realizzare una fraternità senza una generatività che la rende possibile?

Fatte queste precisazioni, alla mente di qualcuno potrebbero affiorare delle domande o delle obiezioni: è allora inopportuno considerare fratelli tutti gli uomini? Se per un cristiano i fratelli in senso proprio sono solo i fratelli in virtù della fede, discriminerà forse gli altri che non sono credenti? Su cosa potrà fondare una visione universalmente aperta e collaborativa? Lo stesso si dica del termine “figli di Dio”, che il Nuovo Testamento riserva rigorosamente a chi crede in Gesù ed è stato battezzato. Non si cade in una sorta di discriminazione o di mentalità settaria? Su cosa basare l’intesa reciproca fra esseri umani, l’impegno per la comprensione e la pace universale?

A queste domande si può rispondere ricorrendo a una distinzione fondamentale, che la Bibbia suggerisce. Per un verso tutti gli uomini sono, per i cristiani, “il prossimo” da amare. Come illustra e fa comprendere la parabola del Buon Samaritano (cf. Lc 10,29-37), il comandamento dell’amore è universale, ed è richiesto verso tutti, indistintamente, persino verso i nemici (cf. Mt 5,44). Il prossimo da amare, perciò, è chiunque, qualunque creatura umana, meritevole di rispetto e dotata di dignità, proprio perché creata a immagine di Dio e chiamata a conseguire la figliolanza divina, anche se ancora non l’ha ottenuta, ma vi è diretta e vi aspira inconsapevolmente (cf. Rm 8,19s). Su questa base la fraternità cristiana è aperta a tutti e invita tutti a entrarne a farne parte. L’attività missionaria è proprio orientata a trasformare gli uomini in figli di Dio e fratelli fra di loro.

Al tempo stesso, però, andrà ricordato che fratelli, in senso reale e proprio, possono dirsi solo i battezzati che vivono i legami nuovi nella famiglia di Dio che è la Chiesa. Cogliamo questo insegnamento dalle stesse parole di Gesù. In una ben nota scena evangelica, quando i suoi familiari, con sua madre Maria, si mettono in cerca di lui, preoccupati, alcuni riferiscono al Maestro, circondato dalla folla: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Gesù risponde con una domanda che lascia sopresi: «Chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?». E continua: «Chi fa la volontà del Padre mio, questi è per me fratello, sorella e madre». Si entra nella famiglia di Gesù e si diventa fratelli suoi, e a vicenda, quando si accoglie e si compie la volontà del Padre che Gesù rivela e compie.

Potremmo concludere dicendo che i cristiani di oggi dovrebbero riscoprire l’originalità del loro essere fratelli, comprendere e vivere più concretamente la loro fraternità, che è stato loro donata del Sangue di Cristo e dal soffio dello Spirito. Per non smarrire o annacquare questa originalità, che è un dono dello Spirito Santo, forse dovrebbero essere più attenti nell’usare il termine fratellanza universale o affermare che tutti gli uomini nascono già come figli di Dio. Certo, in senso metaforico, come si è già accennato, questo può anche dirsi talvolta. Ma abituarsi troppo a questo linguaggio, rischia di non far più percepire la novità e la diversità della condizione del cristiano rispetto a chi ancora non lo è, ma è chiamato a diventarlo.


[1] G. Schrenk, patér, in GLNT, V, Brescia 1974, 1238.

[2] E. Schweitzer, yios, in GLNT, VIII, Brescia 1984, 248.

[3] G. Schrenk, patér, cit., 1237.

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