“Bandire la Bibbia non è da considerare un comportamento di corretta laicità, bensì di presuntuoso laicismo, perché laicità significherebbe nel caso presente mantenersi neutrali di fronte alle diverse culture e consentirne o stimolarne lo studio, non emarginarne alcune a vantaggio di altre.”

 

Maestro scuola elementare

 

di Moreno Morani

 

In Francia il maestro di una scuola elementare è stato sanzionato e sospeso dall’autorità scolastica perché durante le sue lezioni aveva fatto leggere agli allievi alcune pagine della Bibbia. Vero che nel procedimento giudiziario che ne è seguito il maestro è stato assolto e reintegrato nel suo ufficio, ma la notizia merita qualche riflessione, perché ritenere inappropriata oppure offensiva la lettura di qualche passo della Bibbia non è indice di atteggiamento cristianofobo o intollerante, ma di abissale ignoranza, per due ragioni almeno.

La prima ragione è storica. Come trovano posto nei libri di storia gli Egiziani, i Sumeri, i Babilonesi, gli Ittiti, e se ne leggono i testi (come impone qualunque serio metodo di studio della storia, che deve necessariamente partire dalle fonti), non si vede perché non dovrebbe avere pieno diritto di entrare nei testi di storia anche la civiltà degli Ebrei, studiata secondo la stessa metodologia delle altre civiltà, e dunque facendo ricorso alla documentazione di prima mano. Oltre tutto, a voler pesare i fatti in modo magari un po’ rozzo, ma efficace, questa cultura ha lasciato tracce nella nostra storia e nella nostra cultura ben più consistenti di quelle lasciate dagli Ittiti o dai Sumeri. Tanto per fare un esempio ovvio, una visita al Louvre o agli Uffizi senza il supporto di una minimale conoscenza della Bibbia renderebbe impossibile capire una rilevante quantità di opere della nostra tradizione artistica.

Il secondo motivo è di ordine letterario. Vi sono nella Bibbia pagine di altissima poesia, che non possono venire ignorate se riteniamo utile fornire ai nostri studenti una conoscenza un minimo seria della letteratura mondiale. I Salmi o certi capitoli di Isaia possono degnamente stare alla pari di molte pagine di Omero o di Dante o di Shakespeare. È fuorviante affermare che la Bibbia è un testo di natura religiosa, e dunque proporne la lettura al non credente sarebbe un’imposizione o una violazione della sua coscienza. Anche questa è, sempre dal punto di vista puramente culturale, una sciocchezza. Anche le tragedie greche sono testi religiosi: nascono in un determinato contesto religioso, fanno riferimento continuo a divinità (che spesso entrano anche in scena come personaggi), sono legate a precisi momenti di culto e contengono al loro interno quantità di preghiere e di invocazioni agli dèi: eppure nessuno avrebbe il coraggio di dire che fare leggere o rappresentare l’Edipo Re o la Medea sarebbe motivo di scandalo o addirittura una sopraffazione nei confronti dei non credenti. E del resto chi decidesse di eliminare tutte le preghiere che percorrono il corso delle letterature antiche dovrebbe censurare una quantità di testi di Saffo, di Catullo, di Orazio, pagine di Omero e di Virgilio, e via dicendo. Ma questo non vale solo nell’ambito della cultura greco-romana. Il discorso si può estendere per esempio all’India antica. I Veda costituiscono il testo sacro della religione brahmanica e induista. Nelle raccolte dei testi vedici, e in modo particolare fra gli inni, che costituiscono la raccolta più antica e coi quali si invocano le varie divinità del pantheon indiano, vi sono pagine di elevata ispirazione poetica, che vale la pena conoscere: proporne la lettura ai non induisti non è mai suonato come un’offesa per nessuno. Durante tante lezioni, corsi, seminari ho letto testi vedici, induisti, buddhisti, e nessuno dei miei studenti o interlocutori si è mai sentito offeso o mi ha fatto rimostranze per queste proposte. Non si vede perché solo i testi biblici dovrebbero ricadere in una sorta di bando, che discende da un atteggiamento non laico, bensì discriminatorio. Bandire la Bibbia non è da considerare un comportamento di corretta laicità, bensì di presuntuoso laicismo, perché laicità significherebbe nel caso presente mantenersi neutrali di fronte alle diverse culture e consentirne o stimolarne lo studio, non emarginarne alcune a vantaggio di altre. In base a quale criterio si dovrebbe pensare di poter leggere nelle scuole la preghiera di Saffo ad Afrodite, ma non le preghiere della Bibbia?

Mi si permetta una piccola riflessione autobiografica. Nel corso della mia lunga e ormai conclusa attività di insegnamento di linguistica storica, mi è capitato spesso di far leggere ai miei studenti testi tratti dal Nuovo Testamento in una traduzione antica: la traduzione, precisamente, nella lingua a cui era dedicato il corso di quel determinato anno. Il tutto non discendeva da una scelta ideologica. Il lavoro dello specialista di linguistica comparata impone di leggere i testi più antichi delle tradizioni linguistiche che sono oggetto di studio, e in moltissime tradizioni dell’Europa e dell’Oriente cristiano il testo più antico è rappresentato dalla versione della Bibbia nella lingua locale: per gli Armeni, i Goti, gli Slavi e altri ancora l’alba della cultura inizia con la traduzione della Bibbia. Il caso degli Armeni è esemplare. L’impossibilità di esprimere coi segni dell’alfabeto greco o di altri alfabeti diffusi nella zona i fonemi della lingua nativa porta gli Armeni a inventare un alfabeto nuovo per il solo scopo di avere una traduzione della Bibbia da leggere nella propria lingua, e il sentimento di gratitudine nei confronti dei primi traduttori è talmente grande, che questi personaggi sono venerati come santi e a loro viene dedicata una festa apposita del calendario liturgico armeno (la Festa dei Santi Traduttori, un sabato di ottobre). Lo stesso avviene con gli Slavi: anche qui si ha la creazione di un alfabeto nuovo, la versione della Bibbia, e con ciò l’inizio e lo sviluppo di una cultura che diventerà ricchissima di testi e documenti. Anche per i Germani e i Celti l’inizio di una tradizione letteraria e culturale coincide col momento in cui queste culture vengono permeate dal Cristianesimo. Perché è questo che tanti detrattori del Cristianesimo dimenticano o fingono di ignorare. Il Cristianesimo è stato come un grande catalizzatore di energie culturali e spirituali, e in moltissimi paesi l’incontro col Cristianesimo ha sprigionato una vivacità intellettuale e una volontà di valorizzare la propria identità che ha portato al nascere e al consolidarsi di culture e tradizioni in paesi anche lontani. Perché fin dall’origine il Cristianesimo si è presentato come religione dell’oikuménē, proposta a tutto il mondo e a tutti i popoli, destinata ad essere predicata e fatta conoscere fino agli estremi confini del mondo, senza limiti geografici o preclusioni culturali o etniche. Come studioso di linguistica dunque ho avuto il privilegio di mettere tanti giovani a contatto coi testi neotestamentari, con un unico malinconico rimpianto: percepivo che per molti di loro quella lettura in una lingua straniera di pochi versetti del Nuovo Testamento sarebbe stato l’unico momento, in tutta la loro carriera scolastica, in cui avrebbero avuto nelle mani per esempio il Magnificat o il racconto della resurrezione di Lazzaro: testi di cui sarebbe stolto, anche mettendosi nella prospettiva del non credente o dell’ateo di professione, mettere in discussione l’importanza dottrinale (per il credente) o l’altissimo valore letterario (per il non credente). Impedire agli studenti una possibilità d’incontro con testi così significativi e importanti per la comprensione del nostro passato significa solamente depauperarli di una conoscenza e immiserirne il retroterra culturale: in parole povere renderli un po’ più ignoranti.

 

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