Ecco un’altro punto di vista sulla questione della omosessualità nella Chiesa, è quello dello scrittore e giornalista irlandese John Waters, che su queste pagine del blog è già conosciuto. Il precedente intervento di un altro autore sullo stesso argomento lo trovate qui.

Foto: John Waters

Foto: John Waters

 

Tre domande per cominciare:

  1. Perché l’incontro mondiale delle famiglie, che si è svolto in Irlanda la settimana scorsa, ha escluso quasi del tutto dai suoi panel e relatori le persone che hanno partecipato attivamente ai recenti referendum irlandesi sulla famiglia e i figli?

 

  1. Perché quasi tutti i gruppi di commentatori dell’emittente radiofonica e televisiva nazionale irlandese che hanno dato copertura mediatica all’Incontro mondiale delle famiglie e alla visita papale erano composti per almeno il 50 per cento di attivisti LGBT?

 

  1. Perché i media irlandesi hanno sminuito l’esplosivo intervento dell’ex diplomatico vaticano Arcivescovo Carlo Maria Viganò fino a quando Papa Francesco si è preparato a lasciare l’Irlanda domenica pomeriggio?

 

La risposta alla prima domanda si articola in due parti. Una è che la gerarchia della Chiesa irlandese, avendo più o meno evitato di coinvolgersi nei tre referendum sui (cosiddetti) diritti dei bambini (2012), il matrimonio tra persone dello stesso sesso (2015) e l’aborto (2018), cerca di assicurarsi che coloro che hanno cercato di fare il lavoro, che la gerarchia ha abbandonato, diventino non-persone all’interno del mondo cattolico irlandese. Sempre di più, i vescovi irlandesi sembrano voler guadagnarsi il favore di coloro che disprezzano la Chiesa, e di respingere e screditare coloro che difendono le proposte di Cristo per l’umanità.

Sono stata una delle sole tre persone che hanno combattuto in modo prominente in tutti e tre i referendum dalla parte che la Chiesa cattolica ci si sarebbe aspettati guidasse. Sebbene mi fossi guadagnato la reputazione di arci-apologo per la Chiesa cattolica, non sono stato invitato a parlare all’Incontro mondiale delle famiglie né a parteciparvi, e così ho guardato e ascoltato a distanza.

Alla seconda domanda: I gruppi mediatici sono pieni di attivisti LGBT con il fine di proteggere la narrazione dominante riguardante l’abuso sessuale clericale nella Chiesa. Questa narrazione insiste sul fatto che l’abuso sessuale è stato perpetrato da pedofili; che la causa principale è stata il celibato clericale; e gli occultamenti (degli abusi, ndr) sono stati condotti da leader della Chiesa per proteggere la Chiesa dalla cattiva pubblicità.

Sappiamo dal Rapporto John Jay pubblicato dai vescovi statunitensi nel 2004 che la stragrande maggioranza degli abusi nella Chiesa è stata perpetrata nei confronti degli adolescenti. I livelli di pedofilia nella Chiesa sono risultati inferiori a quelli della popolazione generale, laddove i livelli di abuso omosessuale erano invece di molti multipli quelli della situazione generale.

In Irlanda, chiunque tenti di dichiarare questo caso viene immediatamente attaccato sia dai giornalisti che dagli attivisti LGBT. Per questo motivo, la verità non è mai stata pienamente riportata, né il suo significato è stato assorbito nemmeno dalla Chiesa a livello ufficiale. La maggior parte degli irlandesi non ha senso del vero significato degli scandali di abusi sui minori, e sia i media che gran parte dei sacerdoti e dei dirigenti della Chiesa sembrano ansiosi di mantenere la narrazione che implica che le vittime sono state tutte “piccole”.

Il primo sacerdote che abusava dei bambini mostrato in Irlanda è stato Brendan Smyth, un pedofilo classico chiaramente malato psichico. Quando veniva condotto in tribunale o fuori dal tribunale, metteva su uno spettacolo di faccia demoniaca che attirava le telecamere, fornendo una copertura perfetta per coloro che volevano nascondere la vera natura del problema. Quindi, la stragrande maggioranza degli irlandesi non sa che Smyth è stata un’aberrazione tra coloro che hanno abusato, e che il problema nasce in gran parte dall‘invasione del sacerdozio negli anni ’70 e ’80 da parte di un numero senza precedenti di uomini gay, privi di vocazioni, che ora cercano di minare l’insegnamento della Chiesa su tutte le questioni sessuali e che, a torto o a ragione, hanno intravisto papa Francesco come un alleato. Questa quinta colonna, la buccia mascherata da frutto, è l’agente principale dell’occultamento degli abusi sessuali perpetrati dai suoi stessi membri.

Quando ci si pensa, la situazione è assurda: ai cristiani irlandesi non è permesso ascoltare nei media alcun tipo di discussione sulla loro fede, a parte le lamentele di persone che cercano di porre il sesso gay al centro della cultura cristiana e occidentale. Ma è essenziale se l’obiettivo è quello di proteggere la narrazione. La maggior parte delle persone è terrorizzata dall’essere etichettata come omofoba, quindi la presenza di delegati LGBT sui panel televisivi garantisce che nessuno osi avvicinarsi alla verità.

La risposta alla terza domanda si inserisce in tutto ciò che è stato detto.

Spesso non è chiaro se la confusione che papa Francesco lascia dietro di sé sia una strategia deliberata o la conseguenza di un processo di pensiero caotico, ma in ogni caso egli ha da tempo dato soccorso e conforto a coloro che odiano la Chiesa, causando sgomento a molti di coloro che la amano. Quasi fin dall’inizio, i media – che hanno altrimenti cercato in ogni circostanza di seppellire la Chiesa – hanno adottato papa Francesco come loro campione, creando una del tutto fittizia, in verità asinina, dicotomia di papa buono-papa cattivo tra Francesco ed il suo predecessore, papa Benedetto XVI. Per questo la dichiarazione dell’arcivescovo Viganò non è stata ampiamente riportata dai media irlandesi (o anche altrove) fino a domenica scorsa, e poi solo con rancore, con i resoconti allusivi sulle motivazioni e sui tempi di Viganò.

Lo scambio di battute del papa con i giornalisti durante il volo di ritorno in Italia deve essere considerato uno degli episodi più strani di reciproca elusione nella storia del giornalismo. Una questione che i giornalisti hanno perseguito con estremo vigore per un quarto di secolo era finalmente arrivata alla porta di un papa: un’accusa diretta e concreta che, in un caso specifico, avrebbe protetto un abusante sessuale di serie. Eppure l’omertà del giorno è continuata nei primi scambi della conferenza stampa, con diverse domande da parte di giornalisti irlandesi che non hanno fatto riferimento alla questione. Poi, Anna Matanga della CBS, la prima piattaforma mainstream a raccontare domenica la storia di Viganò: “Questa mattina, molto presto, è uscito un documento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. In esso si dice che nel 2013 Viganò ha avuto un colloquio personale con Lei in Vaticano, e che in quel colloquio Le ha parlato esplicitamente del comportamento e degli abusi sessuali dell’ex cardinale McCarrick. Volevo chiederle se sia vero. Volevo anche chiederLe un’altra cosa: l’arcivescovo ha anche detto che papa Benedetto ha sanzionato McCarrick, che gli ha proibito di vivere in seminario, di celebrare la messa in pubblico, di non poter viaggiare, che è stato sanzionato dalla Chiesa. Posso chiederLe se queste due cose sono vere?”

Il papa ha risposto: “Risponderò alla sua domanda, ma preferirei che parlassimo per ultima, prima si parlasse del viaggio, e poi di altri argomenti. … Ho letto la dichiarazione stamattina e devo dirvi sinceramente che, devo dirlo, a voi e a tutti coloro che sono interessati. Leggete attentamente la dichiarazione e formulare il vostro giudizio. Io non dirò nemmeno una parola al riguardo. Credo che la dichiarazione parli da sola. E voi avete la capacità giornalistica di trarre le vostre conclusioni. È un atto di fede. Quando passerà un po’ di tempo e voi avrete tratto le vostre conclusioni, io potrei intervenire. Ma vorrei che la vostra maturità professionale facesse il suo lavoro per voi. Sarà un bene per voi. È un bene”.

Per i non esperti, questa sembra un tergiversare disperato mescolato a una debole adulazione, un prendere tempo. Ma se è stato un tergiversare, si è rivelato efficace: Il rifiuto del papa di rispondere alla domanda è stato accettato docilmente dai giornalisti presenti, che sicuramente avrebbero fatto cadere l’aereo se il nome del pontefice fosse stato Benedetto o Giovanni Paolo II. La storia di Viganò da allora ha guadagnato poca trazione nel mainstream, se non per screditare l’arcivescovo. E’ stato come se attraverso il titubare debole del papa fosse stato assorbito da un’imbottitura invisibile delle pareti dell’aereo. Tuttavia, l’intervento dell’arcivescovo Viganó è trattato dai media irlandesi come una sorta di oltraggioso esercizio da guastafeste, che rivela – se qualcuno lo dubitasse – che gli scandali di abuso sono stati principalmente considerati dai media come un’opportunità per perseguire un’agenda radicata in altre questioni.

E quando si rilegge la risposta del papa alla luce di ciò che è accaduto – o non è accaduto – nei giorni scorsi, si acquisisce un tenore inquietante, invitando ad un tentativo di una nuova traduzione. Ecco la mia:

Leggete la dichiarazione nella consapevolezza del rapporto che voi ed io condividiamo: siamo uomini e donne del mondo e abbiamo una visione simile su ciò che è importante. Sappiamo a che punto siamo su questioni come l’omosessualità e i sacerdoti omosessuali. Ma fate attenzione a come gestite questo affare Viganò: una parola sbagliata potrebbe annullare tutto quello che abbiamo ottenuto. Ho fiducia in voi per capire chi sia quest’uomo. Fate bene il vostro lavoro e non ci sarà bisogno che io rischi la mia posizione. Una volta disinnescata la situazione, tratterò con Viganò per la cronaca. Siamo tutti adulti qui. So di poter contare su di voi. Ho bisogno del vostro aiuto al riguardo, ma abbiamo un’intesa che finora ha funzionato bene. Fidatevi di me.

 

Foto: First Thing

 

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