Un lettore dalla Sicilia, l’avvocato Salvatore Scaglia, con Dottorato in Diritto Canonico presso PUST – Pontificia Università San Tommaso D’Aquino – Angelicum, mi invia una riflessione sulla omelia di Papa Francesco di ieri nella solennità di Pietro e Paolo.

 

Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images
Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

     

di Salvatore Scaglia

     

Francesco non perde occasione per, infaticabilmente, predicare la flessibilità, che per lui è una conseguenza della misericordia, se non la misericordia stessa.

Anche oggi, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, durante l’omelia della Messa celebrata in San Pietro osserva che i cristiani dovrebbero essere liberi “da un’osservanza religiosa che” li “rende rigidi e inflessibili”. È, questo, ormai uno dei principali Leitmotiv della sua azione.

Sennonché  – premesso e tenuto fermamente presente che ogni uomo, nessuno escluso, ha sue, proprie, incoerenze e contraddizioni come suoi, propri, peccati –  Francesco è davvero così flessibile come predica ? E soprattutto cosa è, nei fatti, questa, meticolosamente proclamata, flessibilità ? E che conseguenze determina nella Chiesa ?

Se si pone mente, pur senza avere pretese di esaustività, a taluni degli atti principali dell’operato di Francesco, si può dedurre almeno qualche criterio, non debole, per rispondere sia alla prima che alle altre domande.

Il 19 Settembre 2016 quattro Cardinali  – Carlo Caffarra, Raymond L. Burke,            Walter Brandmüller e Joachim Meisner –  consegnano a Francesco e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendo di “dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia” (così il Card. Caffarra in una lettera del, successivo, 25 Aprile 2017, in rappresentanza degli altri tre Cardinali). Queste “incertezze”, in effetti, sono assai gravi ed è diritto dei fedeli avere “chiarezza”, se è vero com’è vero che la materia in questione è segnatamente quella, attualissima, dei divorziati risposati e della, rispettosa, amministrazione dei “tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia” (lettera citata).

Perché i Cardinali giungano al secondo atto (la lettera) dopo il primo (la formulazione dei “dubia”) è noto (anche se a molti, purtroppo, pare che non interessino affatto questi drammatici problemi, a tal punto che  – per quanto ampiamente trattati sulla stampa –  nemmeno li conoscono): ai cinque “dubia” Francesco non dà alcuna risposta. Col secondo atto, pertanto, i Cardinali chiedono a Francesco di essere ricevuti in udienza col seguente, per così dire, ordine del giorno: “FOGLIO D’UDIENZA: 1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai “dubia”; ragioni di tale richiesta. 2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, “in primis” i parroci.” (lettera citata, finis).

Alla data odierna nessun responso risulta fornito, mentre due dei Cardinali sottoscrittori dell’alto appello, Caffarra e Meisner, sono già passati a miglior vita: sicuramente hanno avuto Risposta dal Signore, Sommo Legislatore.

Cristo però ha fondato la sua Chiesa perché dia risposte già su questa terra. E risposte lucenti e illuminanti, specie da parte dei Pastori: sia infatti “il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5, 37). Altrimenti come potrebbero, essi, guidare il gregge loro affidato ? È proprio per tale ragione che, financo per il risalente motto popolare, tutti i fedeli, e in particolar modo i Pastori, dovrebbero “parlare papale papale”, ossia secondo la missione del Papa: in modo inequivoco.

Francesco tuttavia inflessibilmente né replica ai Cardinali né li riceve in udienza. Tace.

Riguardo all’immagine  – anche per la guida della Chiesa –  che riflette siffatta posizione si può discutere: questo silenzio è una prova di forza o, invece, paradossalmente, un’espressione di debolezza ? Il fatto è che Francesco si mostra irremovibile.

Nel Febbraio 2020 l’Arcivescovo Georg Gänswein, per tutti Monsignor Georg, noto perché, affabile, compare quasi stabilmente accanto a Francesco, pare come sparito e molti si chiedono come mai. Secondo il settimanale nazionale cattolico tedesco Die Tagepost Francesco l’ha congedato sine die dalla funzione di Prefetto della Casa Pontificia. Di fatto, negli stessi giorni, viene data sostanziale fiducia a Monsignor Leonardo Sapienza,      Reggente della stessa Prefettura.

Il Vaticano spiega che ciò sarebbe dovuto ad “una ordinaria ridistribuzione dei vari impegni e funzioni del Prefetto della Casa Pontificia che ricopre anche il ruolo di segretario particolare del Papa emerito”, ma non può sfuggire come tale avvenimento segua, solo di poche settimane, l’arroventata vicenda del libro “Dal profondo del nostro cuore”, scritto da Benedetto XVI e dal Cardinale Robert Sarah e di cui i media, in anteprima, danno notizia mentre è attesa l’Esortazione Apostolica successiva al Sinodo sull’Amazzonia.

Nel volume gli Autori, tra l’altro, scrivono: “Non possiamo tacere. Viviamo con tristezza e sofferenza questi tempi difficili e travagliati” ed è “nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico”, che esprime “tutta la bellezza della Chiesa”;     la quale non è “soltanto un’istituzione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo”. Poiché il “celibato sacerdotale non cessa di rammentare” tutto ciò “al mondo” è “urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale”.

Gänswein difende Benedetto e le sue, verosimilmente, scomode posizioni: da allora non si vede più accanto a Francesco. Ecco, ancora, la sua, inflessibile, risposta.

Un anno prima, il 4 Febbraio 2019, nel “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, Francesco scrive, correttamente, che la “libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione”.

Nessuno può, ormai, negarlo: il principio in verità è indiscusso da tempo, vuoi nei documenti laici  – ad esempio nelle Costituzioni degli Stati liberali –  vuoi nei documenti della Chiesa stessa  – valga per tutti il can. 748, §2, del Codice di Diritto Canonico: non “è mai lecito ad alcuno indurre gli uomini con la costrizione ad abbracciare la fede cattolica contro la loro coscienza” -.

Tuttavia la (ri)affermazione della libertà di credo non può essere per un cattolico – nessun cattolico, dal vertice alla base –  la premessa, cioè l’antecedente logico, dell’asserzione secondo cui il “pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Infatti un cattolico crede, o dovrebbe credere, che all’atto della creazione il Dio Uno e Trino dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Genesi 1, 26-28). È, dunque, in seguito alla ribellione dei Progenitori, cui seguono la cacciata dall’Eden (cf. Genesi 3, 22-24) e la corruzione dell’umanità (cf. Genesi 6, 5-6), che si ha l’allontanamento dell’uomo    dal Dio Vero.

Come può, quindi, un cattolico, che crede e professa, come Pietro (!), che Cristo è l’unico Salvatore del mondo (in “nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati”; Atti 4, 12),  a sostenere che la pluralità delle religioni  – ossia più, e diverse, visioni di Dio; più o meno vere perché più o meno partecipi, quali raggi, dell’unico Sole che è Gesù Cristo (cf. Luca 1, 78) –  corrisponda alla sapiente volontà creazionale di Dio ?!

La pluralità delle religioni non può essere secondo l’ordine della creazione (volontà divina diretta), ma è piuttosto permessa dal Signore come conseguenza del peccato originale e della disaggregazione degli uomini anzitutto sotto il profilo della verità.

La quale verità, per definizione, e per il principio di non contraddizione, è una sola.

Tanto che la stessa norma canonica, ossia della Chiesa Cattolica, che, come visto, riconosce al paragrafo 2 la libertà religiosa, ri-afferma al §1: “Tutti gli uomini sono tenuti a ricercare la verità nelle cose, che riguardano Dio e la sua Chiesa e, conosciutala, sono vincolati in forza della legge divina e godono del diritto di abbracciarla e di osservarla”.

Il cattolico, pertanto, deve chiaramente distinguere il dovere di annunciare la Verità a tutti gli uomini secondo il mandato di Gesù (andate “dunque e ammaestrate tutte le     nazioni […] insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”; Matteo 28, 19-20) e il dovere di rispettare la libertà di credo di ogni persona, che è alla base del c. d. dialogo interreligioso.

Ma tale dialogo, per il cattolico, non è sostitutivo del dovere di annunciare la Verità che libera (cf. Giovanni 8, 32): lo affianca, non lo soppianta. Come fa intendere chiaramente lo stesso San Paolo, che prescrive di fare la verità nella carità (cf. Lettera agli Efesini 4, 15).

Perciò nemmeno la redazione di un testo non direttamente dogmatico, come quello di Abu Dhabi, può legittimare, in un cattolico, la sovrapposizione di piani distinti: quello    della libertà religiosa (la “libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di        credo …”; documento di Abu Dhabi, citato) e quello della verità da credere e annunciare (la “volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani …”; documento citato).

Francesco, però, è fino a tal punto inflessibilmente flessibile.

Più recentemente, alla fine del Settembre 2020, il Cardinale salesiano, Vescovo Emerito di Hong Kong, Joseph Zen, 88 anni di lucidità e determinazione nonostante una salute, pare, non eccellente, si mette in viaggio per consegnare una lettera a Francesco avvalendosi del di lui Segretario Particolare Padre Gonzalo Aemilius e attendendo fiduciosamente alcuni giorni nell’Urbe: desidera incontrare Francesco per prospettargli        la, drammatica, situazione cinese e dirgli che probabilmente sarebbe meglio temporeggiare circa l’imminente accordo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese.

Francesco inflessibilmente non lo riceve neanche. E l’anziano Cardinale deve ritornare al suo Paese.

Pare, dunque, questo il flessibile: colui che, inflessibilmente, invita alla flessibilità.

Ma “l’inflessibilità del flessibile” più rilevante  – perché assai più perniciosa per la Compagine Ecclesiale –  non è una caratteristica, più o meno marcata, dell’uomo Francesco.

L’inflessibilità del flessibile più importante è da intendersi, infatti, in senso oggettivo.

È, cioè, quella qualità dell’operato di Francesco che si esprime, quasi sistematicamente, con parole talmente flessibili da risultare, di per sé o per la loro collocazione testuale, quanto meno ambigue, equivoche, interpretabili in modi diversi.

È a questo che, verosimilmente, si riferiscono tutti quelli che, esplicitamente o implicitamente, direttamente o indirettamente, ufficialmente o ufficiosamente, sollevano      – spesso non disgiuntamente da amarezze e sofferenze per l’amata Chiesa –  già da anni dubbi, perplessità, riserve sull’azione di Francesco.

Invero questa sistematica, cioè inflessibile, flessibilità non si traduce affatto in misericordia. La misericordia, infatti, come insegna il Salmista, non può essere intesa separatisticamente (aut … aut …) o creativamente, ma sempre in modo totale, se si vuole veramente   cattolico (et … et …), sia sotto il profilo della comprensione della stessa sia sotto quello della sua attuazione: “Misericordia e verità s’incontreranno” (Salmo 84, 11).

La detta sistematica, cioè inflessibile, flessibilità sbocca, piuttosto, nell’esatto contrario della misericordia, che è la dissoluzione (“misericordia sine iustitia, mater est dissolutionis”; San Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di Matteo, V, Lectio II, 429).

È proprio questo, sciaguratamente, l’effetto prodotto nella Chiesa: la dispersione del gregge. Ovvero, ancora secondo i Cardinali dei “dubia”, la “situazione di confusione e smarrimento” (lettera citata, finis) in cui i fedeli versano.

Dice Cristo a Pietro: “io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22, 32). Sulla scorta di questo dato scritturistico, che  – quale Diritto Divino Positivo –  si profila come una delle pietre angolari del c. d. Munus Petrinum, una volta si ripeteva: “Roma locuta, causa finita”.

“Noi dobbiamo avviare processi”, insiste però Francesco.

Proprio questa inflessibile flessibilità, oggi, fa invece tristemente lamentare: “Roma locuta, causa initiata”.

 

 

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