Fabio Fazioe e Papa Francesco
Fabio Fazioe e Papa Francesco

 

 

di Mattia Spanò

 

Papa Francesco è tornato nella trasmissione di Fabio Fazio Che Tempo che Fa, nel frattempo emigrata dalla Rai a Nove, canale tematico proprietà del gruppo Discovery Channel.

L’ultima sortita mediatica giunge nel mezzo delle polemiche incandescenti per Fiducia Supplicans: sembra che in San Pietro siano cominciate le prove generali per le benedizioni “flash” delle coppie omosessuali che le richiedono.

Qualche considerazione sulla scelta del medium: la televisione. Dagli anni ’90 ad oggi in Italia abbiamo assistito alla guerra fra televisione privata e pubblica. A colpi di leggi – a partire dalla Mammì del 1990 – per circa un ventennio si è consumato uno scontro al calor bianco fra televisione privata e pubblica, con la prima che ha raggiunto, e per lunghi tratti superato in termini di ascolto e fatturato, la seconda.

Il secondo conflitto, più sottile, è stato quello fra televisione e giornali. Perso il primato (un po’ polveroso) della televisione pubblica, la guerra ha traslocato sul piano della qualità culturale del medium: da una parte il fescennino televisivo popolare, sboccacciato e ignorante, dall’altra i giornali baluardo pensoso di una cultura elitaria sedicente alta.

In questo momento storico però sia la televisione – specialmente il comparto informativo e di approfondimento – che i giornali sono in caduta libera come ascolti e fatturato pubblicitario. È significativo che Bergoglio abbia inteso passare dai pensieri consegnati a Eugenio Scalfari per Repubblica alle esternazioni catodiche da Fazio.

Deve essere avvertito circa la qualità della sua presenza televisiva: pochi brandelli istituzionali all’interno dei telegiornali, che raggiungono un pubblico vastissimo in modo vacuo e superficiale. Meglio qualcosa di più mirato, esteso, compiacente e compiaciuto.

L’intenzione era quella di raggiungere l’opinione pubblica scegliendo fra media ancora considerati autorevoli da una fazione, quella liberal, che attraverso l’imminente Digital Service Act si appresta a silenziare le fake-news che circolano su media più potenti e capillari come X, YouTube, TikTok. Non è certo il segno tangibile di un regime in salute, ma conforta l’ipotesi che il papa non abbia inteso parlare a tutti indistintamente, ma solo a quella parte che gli sta più a cuore.

Il pubblico di Fazio è quasi perfettamente sovrapponibile a quello dei lettori di Repubblica: liberal, progressista, radical chic, anticlericale eccetera. Solo più rilassato dall’ipnotico mezzo televisivo – contenitore politicamente corretto, giorno e orario che non disturbano la sessione di pilates in palestra, calice di vino biologico e qualche tartina vegana alla crema di tofu: sentiamo cos’ha da dirci “Francesco” che sappiamo già –  e quindi più permeabile rispetto allo scarmigliato con due diottrie che compulsa Repubblica in metropolitana.

Comunque la si veda la distinzione fra un pubblico “popolare” (televisione) e uno “borghese” (giornali) permane: è soltanto rimodulata. Francesco non parla a Cipputi o alla casalinga di Voghera, ma ad una platea semi-colta di colletti bianchi proletarizzati, troppo pigri e trendy per leggere i giornali.

Di più: questa sortita televisiva dimostra che anche due anni fa  a Francesco non importava nulla di parlare alla tivù di Stato, da “mamma Rai”: era proprio Fazio il demiurgo scelto per raggiungere il target ideale.

Possiamo concludere che quello di Fazio sia il pubblico che lui ritiene lo rappresenti, quello più incline a capirlo e dargli ragione, l’identikit culturale al quale ha qualcosa da dire sul punto. Non i fratelli cardinali, non il popolo cattolico: i telespettatori di Fazio.

Francesco è il latore di un messaggio che a conti fatti è lo stesso di Fazio: deve confermare non i fedeli quanto i laici che premono da decenni per questo tipo di “aperture” nella Chiesa. Con una punta di malizia non peregrina si potrebbe leggere il senso generale dell’intervista come un “ecco, ho fatto la vostra volontà”.

Solo un ingenuo può credere che questo tipo di programma – potremmo definirlo “cazzeggio equo e solidale”, è un genere che fa audience – si rivolga a tutti. Francesco da Fazio non ha guadagnato un’anima alla sua causa (quale che sia), ma soltanto compiuto un atto di vassallaggio nei confronti di un certo mondo che, pur avendo in odio la Chiesa, ha mostrato sin dal primo giorno grande trasporto e simpatia per questo pontefice. Ognuno però stia al suo posto:  il sovrano che mena le danze è il conduttore, non certo l’ospite, per quanto prestigioso.

Nessuno può pensare che il pubblico di Fazio abbia letto Fiducia Supplicans, si interessi di benedizioni cattoliche per persone gay e lesbiche (figuriamoci degli scombiccherati argomenti canonico-teologici a sostegno del documento), o tampoco sia preoccupato di bruciare all’inferno per l’eternità. Dire che l’inferno è vuoto allora equivale a trattare tanto l’iniziativa divina quanto quella diabolica alla stregua di barzellette. Che il fatto sia intenzionale o casuale, non ne alleggerisce di uno iota la gravità.

Arriviamo così al cuore del problema: il contenuto. Francesco non si è rivolto – come invece avrebbe dovuto – alle non poche conferenze episcopali che si sono di fatto chiamate fuori dalla comunione con Roma sul punto, né ha risposto in alcun modo alle critiche.

Sulle benedizioni alle coppie omosessuali e le accuse di eresia tutt’altro che sommesse che gli stanno piovendo addosso, Francesco ha detto che si tratta di “cose brutte”, e che chi lo critica non ha capito niente. Delle due l’una: o non comprende la gravità del momento, o se ne infischia, il che significa che non solo appoggia Tucho Fernandez, ma approva di cuore Fiducia Supplicans. Ritengo la seconda delle due, ma è un’opinione personale.

Nella forma e nella sostanza, si tratta di un atteggiamento profondamente sleale anzitutto nei confronti di tutta la comunità cattolica, giudicata indegna di confronto su un tema tanto cruciale col suo pastore supremo. Sul piano istituzionale, uno sgarbo tossico che difficilmente verrà dimenticato dai collaboratori del papa, in primis i cardinali.

Molto commentatori si sono concentrati sugli aspetti dottrinali e pastorali di questo documento micidiale, e con ragione. Ritengo però che le considerazioni formali che ho esposto, legate soprattutto alla cornice semiotica del fatto, siano non meno importanti, e per certi aspetti ancora più rivelatorie di un malessere radicale, nel senso di “essere male”.

Osservo che Bergoglio ha fatto di queste mezze frasi buttate lì – l’inferno vuoto, tesi che appartiene alla mistica Adrienne Von Speyr – senza criterio né cura una sorta di marchio di fabbrica. Colpisce però la presa di distanze del papa da tutto ciò che possa sembrare un pensiero di senso compiuto. Non si capisce nulla di quasi ogni cosa che dice, perché il papa non vuole farsi capire.

Un pensiero fondato e coerente, per quanto erroneo e criticabile, ha una sua dignità: Sant’Agostino riconosce nell’eretico Pelagio una fede grande e sincera. Pelagio sbaglia, scrive Agostino, ma ama Dio. Delle provocazioni sbocconcellate da Bergoglio non si può dire lo stesso.

“Altro è infatti il caso di una fede non sana e altro il caso di una esposizione non cauta”, scrive l’Ipponate a proposito della disputa contro Pelagio. Mi sembra il momento di esaminare l’opzione di una fede malsana abitata da un’esposizione incauta. E nemmeno troppo in punta di forchetta, se posso essere del tutto onesto.

Ostinarsi in questa pantomima è senile, penoso e offensivo. Poiché papa Francesco ha escluso per il momento il pensiero delle dimissioni, trovi lui il modo di abbandonare la Chiesa e il popolo cattolico al loro destino. Il motivo cogente è sotto gli occhi di tutti: lo ha già fatto.

 


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