Nelle settimane scorse ha trovato spazio, nella sezione di Avvenire dedicata alle lettere al direttore, sollecitato anche dal “varo” della pillola Ru486, un vivace dibattito sul tema dell’aborto, cui aveva dato un contributo di grande sostanza don Gabriele Mangiarotti. Alla sua prima lettera, aveva risposto un sedicente medico cattolico obiettore, affermando, fra le altre cose, che tutto sommato la L.194 è stata il male minore, poiché il genocidio di feti era in atto anche prima della legge, con l’aggravante che molte ragazze andavano ad abortire clandestinamente riportando gravi conseguenze, talvolta irreparabili. La pubblicazione di questa risposta, avvenuta nel giorno “strategico” di domenica, in cui il quotidiano dei Vescovi ha la massima diffusione, mentre l’articolo di Mangiarotti era stato pubblicato il martedì precedente, porta a sospettare che la linea del giornale sia più vicina alle considerazioni espresse dal medico che a quelle del sacerdote. La controreplica di quest’ultimo, corredata di dati demografici incontrovertibili, non ha però più trovato spazio su Avvenire. 

La lettera che segue, spedita ad Avvenire, è nata dunque per sostenere e rilanciare il dibattito, nella speranza che potesse servire anche a stimolare la pubblicazione della seconda lettera di don Gabriele, ma nè l’una nè l’altra sono state prese in considerazione. Al di là dei sospetti (più o meno fondati) sulla linea attuale di Avvenire in merito all’aborto, quello che si è voluto mettere in rilievo è la tendenza in atto, particolarmente drammatica fra i cattolici, a giustificare, sminuire, stemperare, la gravità dell’atto e ad apprezzare la L.194,  senza rendersi conto che la sua approvazione, che comunque ha reso legale l’aborto, ha profondamente modificato la coscienza collettiva al riguardo. Per questo adesso non si deve più dire che è un peccato, che è un omicidio, che è un male, perchè ormai fa parte, anche per tanti cattolici, delle cinquanta sfumature di grigio. Madre Teresa, con il suo giudizio netto e tagliente, con la sua rigidità dottrinale, appartiene ormai al passato. Che speriamo torni presto….

 

 

Caro direttore,

mi inserisco nel dibattito relativo all’aborto presente su Avvenire in queste ultime settimane, per sottolineare un aspetto che mi colpisce, sperando di offrire un utile spunto di riflessione.

Leggendo alcuni interventi, infatti, mi è parso impressionante che non ci si renda conto di quale disastro la legge 194 abbia provocato sotto il profilo culturale, sociale, ma ancor più profondamente a livello spirituale. Ammesso che il “genocidio” di nascituri, di cui si è parlato in precedenti lettere, avvenisse anche precedentemente (cosa di cui dubito fortemente, e comunque sicuramente non in egual misura), con tale legge, al di là di ogni eventuale ma non probabile buona intenzione, si è sancito come diritto un abominevole omicidio, forse il peggiore possibile, provocando una ferita profondissima nella dimensione spirituale di un popolo intero. I frutti sono oggi amarissimi sotto ogni punto di vista, a cominciare dalla perdita del senso del peccato, fino alle ultime conseguenze demografiche, economiche, sociali… Demografiche: milioni (a conti fatti oltre 19 milioni dal 1978! E poi ci lamentiamo dell’inverno demografico…) di vite umane soppresse nel grembo materno, senza pietà, tanto non è peccato…

Scriveva il venerabile Mons. Fulton Sheen:

“Rabbini, pastori e preti hanno smesso di parlare del peccato. Gli avvocati lo hanno preso e hanno trasformato il peccato in un crimine, e infine gli psichiatri lo hanno trasformato in un complesso. Il risultato è che nessuno è un peccatore.

La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

Fin quando crederemo di essere buoni non potremo mai trovare Dio.

L’accettazione della filosofia che nega il peccato o la colpa personale facendo di ogni uomo una ‘brava persona’ può produrre effetti quanto mai nocivi. Negando il peccato, la ‘brava persona’ rende impossibile la guarigione. Il peccato è molto grave e la tragedia è resa più grave dal nostro rifiuto di riconoscerci peccatori. Se il cieco nega di essere cieco, come potrà mai vedere? Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare.”

Ecco, proprio a questo mirava la legge 194, come tante altre successive che caratterizzano i nostri difficilissimi tempi…Ed è impressionante che tanti cattolici paiono non rendersene conto.

È vero, ed è noto, che si abortiva anche prima e clandestinamente; le povere ragazze che sventuratamente lo facevano, talvolta con gravi conseguenze fisiche (oltre alle immancabili psicologiche…) pur tuttavia sapevano che è un delitto e a cosa potevano andare incontro. O se anche non volevano crederlo, dovevano comunque fare i conti con un giudizio chiaro. Un giudizio chiaro scritto, prima ancora che nel codice penale, nella natura e nella coscienza individuale. Con la legge 194 non è stato più così, tutto è diventato sfumato, giustificabile, zona grigia, fino ad autorizzare l’utilizzo della pillola RU 486, vero apice di creatività mortifera dell’industria farmaceutica.

La morte di milioni di bambini con l’aborto è una tragedia, ma lo è altrettanto la perdita del senso del peccato, perché descrive uno smarrimento dell’umano senza precedenti e apre le porte ad ogni tipo di abominio, come sta diventando evidente ogni giorno di più.

firmato: Marco Lepore

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