Domenica XXV del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16)

di Alberto Strumia

 

Il Vangelo di oggi, se letto superficialmente, sembra proporre un criterio di retribuzione degli operai che va contro ogni criterio di giustizia sociale. Nessun sindacato, di qualunque tendenza ideologica, avrebbe accettato questo modo di retribuire i lavoratori, e li avrebbe immediatamente spinti a scioperare contro il padrone o a denunciarlo per frode. Neppure la dottrina sociale della Chiesa potrebbe legittimare un comportamento come quello del padrone della parabola presentata da Gesù ai suoi discepoli.

È ovvio che, come al solito, Gesù vuole portare i suoi ascoltatori a fare un passo di approfondimento verso una comprensione non appena “materiale” della vita quotidiana (oggi diremmo addirittura “materialista”), dell’essere umano e di tutta la realtà, verso una concezione di se stessi (un’“antropologia”), degli altri della società umana (una “dottrina sociale”) e di tutta la realtà naturale circostante (una “cosmologia” come dottrina del “creato”) che tenga conto del rapporto dell’uomo con Dio, dal quale egli insieme a «tutto l’universo riceve esistenza, energia e vita» (prefazio VI delle domeniche del Tempo ordinario).

– L’esistenza. Come “creatura” ogni essere esistente e, in particolare ogni essere umano riceve da Dio Creatore l’“origine” e la “conservazione” per l’eternità della propria esistenza. Ciò avviene dal momento della storia universale nel quale egli viene concepito e la sua anima immortale viene creata da Dio. Nel simbolismo della parabola, la «vigna», intesa in questo senso è  tutta la realtà creata come tale; la «giornata» è la storia del creato e, in particolare la storia dell’umanità; l’«ora» del giorno è il momento nel quale ciascuno viene chiamate all’esistenza, concepito nel grembo della madre. La «paga» è identica per tutti, perché è il dono dell’“esistenza”, della vita di ciascuno, singolarmente, nel corso della quale ognuno è chiamato a lavorare per custodire la vita che gli è stata affidata. In questo senso la descrizione  offerta dalla parabola parla della “la giustizia originale” nel rapporto tra Dio Creatore e l’uomo.

– Il peccato originale e i peccati attuali. La protesta degli operai della parabola che si lamentano della paga ricevuta rappresenta il rifiuto di questa “giustizia originale” da parte degli uomini così come Dio la vuole per il loro bene («mormoravano contro il padrone»). Il genere umano (identificato nell’individualità della coppia Adamo-Eva), su istigazione di Satana (il serpente del racconto di Gen 3) viene indotto a presumere di arrogarsi il diritto di attribuirsi un livello di esistenza “increata”, negando l’evidenza della realtà dell’uomo che è, invece, “creato”.

– La Redenzione. Gesù, che sa bene quello sta per fare mettendo in atto il piano della Redenzione, con la parabola prepara i suoi ad aprire la mente (l’anima) alla fede. E ci vorrà tutta la riflessione teologica e la fede dei Padri della Chiesa e dei santi nel corso dei secoli della vita della Chiesa per comprenderlo sempre più in profondità. Il Suo piano prevede la “riparazione”, il “ripristino” dell’accesso (Grazia) alla “giustizia originale” inizialmente (peccato originale) e ripetutamente (peccati attuali) rifiutata dagli uomini nella presunzione di non essere “creati” da Dio, ma di essere “autonomi”. Accortisi poi di non esserlo, o al più di non esserlo in senso assoluto, hanno preferito concepirsi come un’emergenza del caso, di un dio immanente, di una “madre natura” immanente. Questo rifiuto nei tempi nei quali siamo stati chiamati a vivere è particolarmente accanito ed è giunto a ingannare anche troppi ambiti della Chiesa. E tutta l’umanità ne sta pagando le conseguenze. Ma non sembra intenzionata, almeno per il momento, a rivedere le proprie illusioni ideologiche, le proprie antropologie materialiste, gli errori delle proprie religioni, le proprie visioni del cosmo e della vita di tipo naturalistico e panteistico, le proprie idee esoteriche dello spirito, che finiscono per manifestarsi nella loro vera origine satanica.

Forse saremo noi gli operai dell’ultima ora della storia? Non lo sappiamo… Se così fosse, dovremo rallegrarci di essere destinati dal padrone della vigna a ricevere la stessa paga di coloro che ci hanno preceduto nel corso della storia dell’umanità: quella paga che, in questo secondo senso della parabola, significa l’accesso alla Grazia della Redenzione, il recupero addirittura potenziato della “giustizia originale”, inizialmente rifiutata e ripetutamente compromessa.

Coloro che ci hanno preceduto prima del cristianesimo, nei suoi primi secoli, nel Medio Evo e nelle epoche che ci hanno preceduto, hanno sì «sopportato il peso della giornata e il caldo», ma gli operai delle “cinque del pomeriggio”, come forse siamo noi, hanno dovuto fare i conti anche con i disastri lasciati da alcuni responsabili incauti che, nelle ore immediatamente precedenti (quelli delle “tre del pomeriggio”), hanno lavorato senza seguire le istruzioni del Padrone (i Comandamenti e la vera dottrina di Cristo), danneggiando la vigna invece di curarla come era stato loro richiesto. A questi viene detto, dalla prima lettura: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui».

Domandiamo la Grazia per poter dire con san Paolo: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» e saper resistere in questa grande prova della storia dell’umanità e della Chiesa, che è l’ora nella quale siamo chiamati a vivere, e ripetere con lui: «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo». Se siamo ancora qui domandiamo di essere utili al nostro prossimo e così mettere in salvo anche il nostro destino eterno.

La Beata Vergine Maria che ci ha preceduto nella gloria aiuti anche noi e ci “trascini” sulla via della Verità e della Salvezza, anche quando siamo tentati di scappare per poca fede e poca ragione.

 

fonte: albertostrumia.it

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

 

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