Un lettore mi scrive.

 

Andrà tutto bene balcone

 

Egr. dott. Paciolla,

mi permetta esprimere la mia personale gratitudine per aver avuto la possibilità di assistere, nel luogo ove attualmente risiedo, alla proiezione di “Non è andato tutto bene”, il secondo documentario con il quale Paolo Cassina mostra quanto accaduto durante la cosiddetta gestione pandemica nel belpaese. E lo fa secondo un punto di vista che cerca di tener conto di più fattori, inclusi quelli che sono risultati a dir poco scomodi per la narrazione mainstream, legata ormai palesemente agli apparati del potere.

Al netto del fatto che il titolo del documentario trattasi di un evidente eufemismo, debbo riconoscere che i temi affrontati nonché la prospettiva con cui essi sono stati presentati non ha costituito per me una novità avendone fatto esperienza – e pesantemente – sulla mia pelle. Al solo scopo di esemplificare potrei parlare di una strategia della paura che è apparsa sin da subito bizzarra oltre che pensata per metterci scientificamente gli uni contro gli altri. Chi non ricorda il divieto di uscire dal comune? Come se raggiungendo il comune limitrofo si sterminassero interi quartieri adiacenti. Certo, perché il dubbioso del mantra “io resto a casa” avrebbe sicuramente abbassato il finestrino per soffiare all’esterno con quanta più forza possibile allo scopo di diffondere un ipotetico patogeno mortale. Per tacere dell’impennata di contagi che si ebbe, guarda caso, proprio in coincidenza dell’adozione del super-mega-ultra pass iper rafforzato che avrebbe dovuto (nonno banchiere docet) salvare un intero popolo dallo sterminio. E mi lasci concludere con il convegno di Vicenza cui presenziarono medici di differenti “orientamenti”, ebbene solo i cosiddetti “no-vax” presentarono studi, ricerche, numeri. Al contrario gli altri reagirono con luoghi comuni e frasi fatte. Argomentazioni? Nessuna. Salvo poi lamentarsi dei fischi provenienti dalla platea ed abbandonare la sala.

Ma la cosa che non ho potuto fare a meno di notare ieri sera è stata la ragguardevole età media dei partecipanti. Temo non si tratti di un buon segno. Potrei comprendere che molti ragazzi possano aver assecondato di buon grado l’inoculazione forzata in quanto convinti dal pensiero unico. Oppure più semplicemente, senza pensarci troppo, per continuare a vivere la vita di sempre, fatta magari di attività sportive ed uscite al bar con gli amici. Ma il dato rimane comunque allarmante.

In conclusione, mi lasci condividere con lei questo episodio: tempo addietro comunicavo saltuariamente con una ragazza venticinquenne della quale riconobbi una non comune intelligenza e maturità. Ebbene, la rottura di questa “amicizia”, sebbene essa fosse stata solo virtuale, si ebbe nel momento in cui provai a farla ragionare sul fatto che inocularsi un farmaco sotto il ricatto della perdita del lavoro (quindi potenzialmente dei mezzi di sostentamento personale e/o familiare) costituisse la perdita della proprietà del proprio corpo. Niente. Non ci arrivava. Da allora smise di scrivermi e peraltro il sottoscritto era già stato censurato da quel forum. Non credo di dovervi spiegare il perché. Questo la dice lunga sul mondo che ancora oggi ostenta parole altisonanti come pluralismo, libertà, sovranità popolare, democrazia rappresentativa. Ma rappresentativa de che, mi scusi…

La ringrazio per l’attenzione.

Claudio
 
Saronno
 
 


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