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San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

 

Non ci si può aspettare che la politica politicante affronti adeguatamente un problema di fondo come questo, che è un problema della cultura in cui tutti siamo immersi, come carciofini sott’olio, e della società di cui facciamo parte senza batter ciglio. Se e quando ci prova, in un affare del genere la politica può al massimo peggiorare le cose.

La vera questione è che quasi nessuno crede più – dico nel senso di credere sul serio, con una certezza che dà forma alla vita, non come una benintenzonata, precaria e labile opinione – che noi siamo creature di Dio e quindi apparteniamo a Lui; che non siamo nostri, ma di un Altro. Quasi tutti noi (compresi i cristiani ‘moderni’, cioè di oggi) siamo convinti di essere padroni di noi stessi. I cristiani, al massimo, pensano di ‘darsi a Dio’ (e quindi, sotto sotto, di essere sempre un po’ in credito nei Suoi confronti).

Se le cose stanno così, perché mai non dovrei essere assolutamente libero di disporre come voglio di quel bene personalissimo che è la mia vita? E come faccio a non percepire come un’imposizione ingiusta e odiosa qualsiasi norma e vincolo che pretenda di limitare questa libertà? Questo sentimento fondamentale, ripeto, è di quasi tutti; e sta prima e sotto ogni altro ragionamento, affermazione di principio, elaborazione teorica che ciascuno di noi possa fare. I sostenitori del “diritto di morire” (con correlato dovere di altri di lasciarmi/farmi morire quando lo voglio), hanno perciò la forza imponente di un’evidenza condivisa dalla grande maggioranza del popolo; i contrari devono difendere una posizione controintuitiva. Molti si sono già convinti dell’«impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria», come avrebbe detto Badoglio: l’8 settembre si avvicina.

Tuttavia qualcosa resta da fare: rendere testimonianza alla verità.

L’assunto che noi siamo padroni di noi stessi, infatti, è fallace da più di un punto di vista: ne ricordo solo tre, che reputo i più importanti. Il primo è che l’apparente evidenza del mio autopossesso e autodominio si dissolve in un attimo, se solo ci pensiamo seriamente, sotto il peso di un’evidenza ben più grande: io non mi sono fatto da me, né sussisto in vita in forza di una mia volontà: posso morire in qualunque momento, anche se non lo voglio affatto, appunto perché non sono io che mi dò la vita. In realtà le persone muoiono continuamente (2 al secondo in tutto il mondo, se si dà retta a Wikipedia) e non perché vogliano morire, ma semplicemente perché gli tocca.

Il secondo errore cognitivo è che tutti noi, quando pensiamo al nostro fine vita, ci immaginiamo sepolti in un letto di ospedale afflitti da dolorose infermità e, ovviamente, diciamo o pensiamo (tutti, eh, me compreso) cose del tipo: “no, così no; non voglio fare quella fine, voglio in quel momento essere libero di andarmene come pare a me, e se non ci resco da solo, gli altri hanno l’obbligo di aiutarmi” eccetera). In realtà non stiamo parlando di noi stessi, stiamo parlando di un altro: di un’immagine di noi stessi elaborata dalla nostra mente ed estrapolata in un ipotetico futuro di cui non sappiamo nulla. È in nome di quel fantasma che ci sentiamo sicuri di poter disporre di noi per il futuro, mentre è solo per il momento presente e reale che potremmo, semmai, rivendicare qualcosa. Chi decide, ora per allora, di essere ‘terminato’ quando si trovasse nelle condizioni di non poter esprimere più la propria volontà decide in realtà per un altro: quell’altro se stesso che guarda con gli occhi che ha ora, non sapendo nulla di quale sarà il suo animo, e come vedrà le cose, in quel tempo futuro che ora non esiste (e forse non nesisterà mai). Una mia arguta zia, ormai in là con gli anni e ormai prossima alla fine, rievocando le passate pene della sua vita, negli ultimi mesi ripeteva spesso, con una sorta di autoironica sorpresa: «Mo veda lé. A dgeva sempar: “E mainch a muress, e mainch a muress!”: e ades ch’ai so dria, um dispis», che tradotto in italiano diventa: «Ma guarda un po’. Dicevo sempre: “almeno morissi, almeno morissi!” E adesso che ci sono vicino (lett. che ci son dietro) mi dispiace».

La terza e più pericolosa fallacia sta nel trascurare il fatto che gli enti, a questo mondo, sono sempre di qualcuno (al limite, nei rari casi in cui il diritto considera qualcosa res nullius, essa è potenzialmente del primo che se la prende) e la mia vita non fa eccezione. Dunque, se non appartengo a Dio e non sono neanche proprietà di me stesso, come abbiamo appena spiegato, di chi sono io? Dell’Ausl, della Regione, dello Stato, della collettività … fate voi, la sostanza non cambia. Quale sia, sotto il velo specioso della ‘battaglia per la libertà di autodeterminazione’, il senso del progetto che si sta perseguendo, è chiaro a tutti quelli che hanno occhi per guardare e cervello per pensare: razionalizzare la spesa sociale e sanitaria riducendo i costi per il mantenimento e la cura di ‘vite-meno-degne-di essere-vissute’.

Il compito dei cristiani, in una circostanza del genere, sarebbe quello di non perdere la testa, cioè di continuare a ragionare e testimoniare la persistenza, dentro la società, di un pensiero adeguato alla realtà, che si esprime e si articola in una critica molto dura alla cultura dominante ed al modello di sviluppo sociale che vi corrisponde. Purtroppo la concezione orizzontale e antropocentrica di chiesa che predomina nella Chiesa attuale, che in capite è stata combattuta da pontefici come san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma in membris ha continuato a circolare e diffondersi indisturbata per tutti gli ultimi sessant’anni, rende debolissima, per non dire quasi impossibile, una linea di resistenza di questo genere.

Ciascuno di noi, faccia, nel suo minimo, quello che può.

Leonardo Lugaresi

 


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