di Sabino Paciolla

 

Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Renzo Pegoraro, interviene in una intervista, apparsa su Avvenire il 6 settembre scorso, sulla legge approvata mercoledì dal Consiglio regionale del Veneto in materia di suicidio assistito. Padovano di origine, Pegoraro segue la vicenda con particolare coinvolgimento personale, e offre una lettura che intreccia diritto, bioetica, medicina e antropologia. 

Una depenalizzazione, non un diritto 

Il primo punto che Pegoraro tiene a chiarire è terminologico e giuridico: in Italia l’aiuto al suicidio resta un reato, mai cancellato dal Codice penale. La sentenza 242/19 della Corte costituzionale ne ha soltanto depenalizzato alcune fattispecie molto circoscritte, auspicando un intervento del legislatore nazionale. Le Regioni, in questo quadro, possono al massimo disciplinare una procedura, non creare un diritto nuovo. Per questo, a suo giudizio, il Veneto avrebbe dovuto prendersi più tempo, ascoltando con maggiore attenzione le realtà territoriali impegnate nella cura dei malati e nel funzionamento della rete di cure palliative. La fretta, dice, “non è mai buona consigliera” quando si tocca il senso stesso della vita. 

Pegoraro riconosce comunque un elemento positivo nel testo veneto: l’obbligo per l’ente pubblico di garantire un percorso di cure palliative, sostegno psicologico e informazioni sulle realtà che tutelano la vita — una previsione che, se applicata bene, può aiutare chi chiede la procedura a scegliere invece di continuare a vivere. 

La vicinanza umana ferita 

Interrogato sulle parole del patriarca di Venezia Francesco Moraglia, secondo cui la legge avrebbe ferito «un certo modello di vicinanza umano», Pegoraro lo collega alla compassione evangelica del Buon Samaritano: farsi prossimo a chi soffre, restare accanto, non lasciare solo nessuno. Racconta che, in Veneto, alcune persone che avevano chiesto la procedura hanno poi scelto di continuare le cure, grazie a colloqui e percorsi di accompagnamento che hanno permesso loro di affrontare la malattia fino alla fine, accettando la morte senza provocarla. Il problema più profondo, osserva, non è la legge in sé, ma il rischio che l’intera società smarrisca questo modello di vicinanza, cedendo a quella che definisce, richiamando san Paolo, “la mentalità di questo mondo”. 

La medicina non può farsi scienza della morte 

Alla domanda se il dibattito sul suicidio assistito rischi di cambiare l’idea stessa di medicina, Pegoraro risponde con nettezza: nessuna visione della scienza medica può concepirla come scienza al servizio della morte. Nei casi limite si può parlare solo di “lasciar morire”, evitando accanimento terapeutico, non di dare la morte. Cita poi un tema più ampio, ripreso da Francesco e da Leone XIV: viviamo in quella che definisce “società dello scarto”, nella quale il valore della vita si affievolisce a più livelli — dalla natalità all’accoglienza dei migranti, dalla condizione degli anziani alla fragilità dei giovani. In questo contesto, sostiene, i malati gravi rischiano di più, perché la loro domanda di cura chiede a una società frenetica di fermarsi e investire tempo e risorse. La medicina autentica, quando non può più guarire, deve continuare comunque a prendersi cura. 

Una legge nazionale, ma con cautela 

Sulla necessità di una legge nazionale sul fine vita, Pegoraro ricorda che il Parlamento è sovrano e che la Corte costituzionale può solo segnalare l’opportunità di intervenire, senza vincolarlo. Ricorda inoltre che l’Italia dispone già di due strumenti importanti: la legge 219/2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, e la legge 38/2018 sulle cure palliative, che coprono già buona parte delle situazioni dei malati gravi. Propone che lo Stato assuma l’obbligo di offrire a tutti i cittadini un percorso di cure palliative, reperendo le risorse necessarie: un impegno concreto, non un semplice “baratto” con il diritto a morire. In questa prospettiva, osserva provocatoriamente, servirebbero “meno armi e più cure palliative”. 

Quanto a un’eventuale legge nazionale, Pegoraro invita a vigilare perché non si allarghi oltre i confini stretti già tracciati dalla Consulta. E quindi arriva ad un punto importante e critico, che ha suscitato obiezioni, in cui dice: 

«Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita. Occorre anche confermare che, per il Magistero della Chiesa, ogni operatore sanitario dovrebbe sempre impegnarsi per salvare la vita, per accompagnare l’ultimo tratto dell’esistenza e mai per provocare la morte o collaborare al suicidio.»

Ribadisce infine che il compito della sanità resta quello di prevenire il suicidio, mai di assecondarlo, alleviando il dolore e interrogandosi su quanto, in certe condizioni di malattia, una volontà possa dirsi davvero libera. 

Chiude con una citazione del criminologo Nigel Walker, secondo cui la legislazione di una generazione può diventare la morale di quella successiva, e con un interrogativo aperto su quale morale si voglia consegnare ai giovani di domani.

Obiezioni a Pegoraro

Purtroppo le parole di mons. Pegoraro riaprono le ferite di una profonda spaccatura teologica e bioetica all’interno del mondo cattolico, parole che fanno il paio con quelle dell’attuale presidente della CEI, card. Matteo Zuppi.

Occorre ricordare ai lettori di questo blog, nel caso ce ne fosse bisogno, che le parole di mons. Pegoraro cozzano con un pilastro basilare del magistero cattolico contemporaneo: l’enciclica Evangelium Vitae (1995) di Papa Giovanni Paolo II.

È bene riprendere sommariamente i tre punti teologico-giuridici fondamentali:

  1. Il limite del “male minore” (Evangelium Vitae, n. 73)

La dottrina cattolica ammette la teoria del “male minore” e della “limitazione del danno” solo a condizioni strettissime. Un politico cattolico può votare una legge imperfetta solo per restringere i danni di una legge iniqua già in vigore. Ad esempio, se esiste già una legge estremamente permissiva sull’aborto o sull’eutanasia, è moralmente lecito votare un emendamento che ne riduca la portata. È bene far notare che nel caso del suicidio assistito in Italia, non esiste ancora una legge nazionale. Votare un testo normativo (anche se restrittivo) significherebbe quindi introdurre per la prima volta nell’ordinamento legislativo un “diritto” al suicidio, compiendo un atto intrinsecamente illecito secondo la Chiesa. Questo punto sarà sicuramente chiaro al presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Pegoraro. E allora la domanda sorge spontanea: Perché questa strana apertura?

  1. La differenza tra giurisprudenza e legislazione

L’ambiguità contestata a Monsignor Pegoraro (e più in generale alla linea guidata da Monsignor Vincenzo Paglia) risiede nell’atteggiamento verso la Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale (il caso Cappato-Dj Fabo). Questa sentenza ha depenalizzato l’aiuto al suicidio a determinate condizioni, creando un vuoto normativo che alcune Regioni (come il Veneto) hanno cercato di colmare con leggi locali. La linea “pragmatica” di alcuni prelati ritiene che, essendo ormai la depenalizzazione una realtà di fatto, e visto il procedere sparso delle Regioni che fanno passi avanti per forzare l’approvazione a livello nazionale, sia meglio avere una legge rigorosa e restrittiva piuttosto che il far west normativo. Gli esperti moralisti e i giuristi cattolici più ortodossi obiettano però che una sentenza della Consulta non equivale a una legge del Parlamento. Trasformare una “non-punibilità” sancita dai giudici in una “legge positiva” approvata dai politici rappresenta un salto concettuale inaccettabile, perché significa istituzionalizzare e legittimare il suicidio. Un tale salto concettuale inaccettabile mai ce lo aspetteremmo da un prelato, tanto più quando è a capo della Pontificia Accademia per la Vita.

  1. Il rischio del “piano inclinato” (Slippery Slope)

Mons. Pegoraro dovrebbe ben sapere che accettare una legge sul suicidio assistito, illudendosi di poterla contenere con paletti stringenti, è storicamente e giuridicamente fallimentare. La legge sull’aborto e la fecondazione assistita sono lì che lo dimostrano a chiare lettere. Un atto “intrinsecamente ingiusto” non può essere regolamentato come se fosse un diritto condizionato. Una volta che l’ordinamento statale accetta il principio che, in certi casi, lo Stato possa agevolare la morte di un cittadino, le maglie della legge sono destinate inesorabilmente ad allargarsi (come dimostrano i casi di Olanda, Belgio e Canada), rendendo inutile l’iniziale approccio “prudente” o restrittivo.

In conclusione, temiamo che l’approccio di Pegoraro rischi di confondere la tolleranza pratica verso una situazione giuridicamente complessa (la depenalizzazione imposta dalla Consulta) con la cooperazione formale alla creazione di una legge iniqua, varcando una linea rossa che il magistero tradizionale ha sempre vietato di oltrepassare.

 

 

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